Muccino l’americano ci sa fare

Lunedì 16 ottobre 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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PADRI E FIGLIE – di Gabriele Muccino. Interpreti: Russel Crowe, Amanda Seyfried, Aaron Paul, Diane Kruger, Kylie Rogers. Drammatico, Usa, 2015. Durata: 1h 48 minuti.

 

Ogni volta che esce un film di Muccino, una cagnara. Perché continua a girare a Hollywood?  (magari perché lì hanno i 16 milioni di dollari di questa volta). Perché continua a far condizionare la sua fantasia europea dalle rigide imposizioni commerciali americane? Perché continua a proporci stucchevoli storie sentimentali? (e lui risponde che oggi i sentimenti fanno paura e che nei suoi film c’è la vita: tragica, ingiusta, meravigliosa). Anche con questo “Padri e figlie”, stessa solfa. Con una sua piccola vendetta preventiva: in uno dei dialoghi, i critici sono paragonati a scarafaggi.

 Dopo di che, il film. Storia di uno scrittore di successo (premio Pulitzer, il Nobel statunitense) il quale perde la moglie in un incidente d’auto, forse per colpa sua. E che si ritrova a dover accudire la figlia con tanto di rimorsi. Ma anche con tanto di nevrosi che lo fanno ammalare di epilessia incidendo sia sulla sua vena creativa che sullo sviluppo della piccola. Che con questi demoni dentro rivediamo 25 anni dopo dalla natìa Pittsburgh a New York. Dove, ironia del caso, fa l’assistente sociale della quale avrebbe bisogno ella stessa. Tanto incapace di amare da passare per una ninfomanìa che rischia di distruggerla. Il resto, ciascuno se lo vede da sé.

 Roba forte da valle di lacrime, emozioni estreme, dolore e dramma che la consueta morbida intimistica mano di Muccino riesce a mettere insieme sui due piani del disperato affetto paterno e della deriva che può perdere entrambi. In un continuo andirivieni fra ieri e oggi che per fortuna il montaggio regge. E nonostante il problema principale che non è il regista ma lo sceneggiatore esordiente (Brad Desch). Il quale a brevi cenni ci mette dentro tutto il possibile e l’impossibile della retorica e del convenzionale da poter risultare indigesto come un pranzo di Natale.

 Detto questo, Muccino è tutt’altro che bocciato. Perché alla quarta volta a Hollywood la sua sensibilità continua più o meno a schivare il pericolo dei racconti plastificati troppo costruiti a tavolino. Perché con lui continuano a voler lavorare star che non si sprecherebbero altrove. Perché non puoi stare nella Mecca del cinema e non saper fare spettacolo. Tutto ciò che ritroviamo qui, grazie anche a un sofferto e misurato Russel Crowe e a una lacerata Amanda Seyfried, con Diane Kruger e Jane Fonda in ruoli di contorno. E colonna sonora in cui compare anche Jovanotti.

 Non manca la tradizionale morale locale del “non arrendersi mai”. Bilanciata da una invettiva secondo cui in questo Paese “esistono solo i soldi”. Insomma non è vero che Muccino vuole solo fare l’americano.

    

 

PADRI E FIGLIE – di Gabriele Muccino. Interpreti: Russel Crowe, Amanda Seyfried, Aaron Paul, Diane Kruger, Kylie Rogers. Drammatico, Usa, 2015. Durata: 1h 48 minuti.

 

Ogni volta che esce un film di Muccino, una cagnara. Perché continua a girare a Hollywood?  (magari perché lì hanno i 16 milioni di dollari di questa volta). Perché continua a far condizionare la sua fantasia europea dalle rigide imposizioni commerciali americane? Perché continua a proporci stucchevoli storie sentimentali? (e lui risponde che oggi i sentimenti fanno paura e che nei suoi film c’è la vita: tragica, ingiusta, meravigliosa). Anche con questo “Padri e figlie”, stessa solfa. Con una sua piccola vendetta preventiva: in uno dei dialoghi, i critici sono paragonati a scarafaggi.

 Dopo di che, il film. Storia di uno scrittore di successo (premio Pulitzer, il Nobel statunitense) il quale perde la moglie in un incidente d’auto, forse per colpa sua. E che si ritrova a dover accudire la figlia con tanto di rimorsi. Ma anche con tanto di nevrosi che lo fanno ammalare di epilessia incidendo sia sulla sua vena creativa che sullo sviluppo della piccola. Che con questi demoni dentro rivediamo 25 anni dopo dalla natìa Pittsburgh a New York. Dove, ironia del caso, fa l’assistente sociale della quale avrebbe bisogno ella stessa. Tanto incapace di amare da passare per una ninfomanìa che rischia di distruggerla. Il resto, ciascuno se lo vede da sé.

 Roba forte da valle di lacrime, emozioni estreme, dolore e dramma che la consueta morbida intimistica mano di Muccino riesce a mettere insieme sui due piani del disperato affetto paterno e della deriva che può perdere entrambi. In un continuo andirivieni fra ieri e oggi che per fortuna il montaggio regge. E nonostante il problema principale che non è il regista ma lo sceneggiatore esordiente (Brad Desch). Il quale a brevi cenni ci mette dentro tutto il possibile e l’impossibile della retorica e del convenzionale da poter risultare indigesto come un pranzo di Natale.

 Detto questo, Muccino è tutt’altro che bocciato. Perché alla quarta volta a Hollywood la sua sensibilità continua più o meno a schivare il pericolo dei racconti plastificati troppo costruiti a tavolino. Perché con lui continuano a voler lavorare star che non si sprecherebbero altrove. Perché non puoi stare nella Mecca del cinema e non saper fare spettacolo. Tutto ciò che ritroviamo qui, grazie anche a un sofferto e misurato Russel Crowe e a una lacerata Amanda Seyfried, con Diane Kruger e Jane Fonda in ruoli di contorno. E colonna sonora in cui compare anche Jovanotti.

 Non manca la tradizionale morale locale del “non arrendersi mai”. Bilanciata da una invettiva secondo cui in questo Paese “esistono solo i soldi”. Insomma non è vero che Muccino vuole solo fare l’americano.

    

 

PADRI E FIGLIE – di Gabriele Muccino. Interpreti: Russel Crowe, Amanda Seyfried, Aaron Paul, Diane Kruger, Kylie Rogers. Drammatico, Usa, 2015. Durata: 1h 48 minuti.

 

Ogni volta che esce un film di Muccino, una cagnara. Perché continua a girare a Hollywood?  (magari perché lì hanno i 16 milioni di dollari di questa volta). Perché continua a far condizionare la sua fantasia europea dalle rigide imposizioni commerciali americane? Perché continua a proporci stucchevoli storie sentimentali? (e lui risponde che oggi i sentimenti fanno paura e che nei suoi film c’è la vita: tragica, ingiusta, meravigliosa). Anche con questo “Padri e figlie”, stessa solfa. Con una sua piccola vendetta preventiva: in uno dei dialoghi, i critici sono paragonati a scarafaggi.

 Dopo di che, il film. Storia di uno scrittore di successo (premio Pulitzer, il Nobel statunitense) il quale perde la moglie in un incidente d’auto, forse per colpa sua. E che si ritrova a dover accudire la figlia con tanto di rimorsi. Ma anche con tanto di nevrosi che lo fanno ammalare di epilessia incidendo sia sulla sua vena creativa che sullo sviluppo della piccola. Che con questi demoni dentro rivediamo 25 anni dopo dalla natìa Pittsburgh a New York. Dove, ironia del caso, fa l’assistente sociale della quale avrebbe bisogno ella stessa. Tanto incapace di amare da passare per una ninfomanìa che rischia di distruggerla. Il resto, ciascuno se lo vede da sé.

 Roba forte da valle di lacrime, emozioni estreme, dolore e dramma che la consueta morbida intimistica mano di Muccino riesce a mettere insieme sui due piani del disperato affetto paterno e della deriva che può perdere entrambi. In un continuo andirivieni fra ieri e oggi che per fortuna il montaggio regge. E nonostante il problema principale che non è il regista ma lo sceneggiatore esordiente (Brad Desch). Il quale a brevi cenni ci mette dentro tutto il possibile e l’impossibile della retorica e del convenzionale da poter risultare indigesto come un pranzo di Natale.

 Detto questo, Muccino è tutt’altro che bocciato. Perché alla quarta volta a Hollywood la sua sensibilità continua più o meno a schivare il pericolo dei racconti plastificati troppo costruiti a tavolino. Perché con lui continuano a voler lavorare star che non si sprecherebbero altrove. Perché non puoi stare nella Mecca del cinema e non saper fare spettacolo. Tutto ciò che ritroviamo qui, grazie anche a un sofferto e misurato Russel Crowe e a una lacerata Amanda Seyfried, con Diane Kruger e Jane Fonda in ruoli di contorno. E colonna sonora in cui compare anche Jovanotti.

 Non manca la tradizionale morale locale del “non arrendersi mai”. Bilanciata da una invettiva secondo cui in questo Paese “esistono solo i soldi”. Insomma non è vero che Muccino vuole solo fare l’americano.

    

 

PADRI E FIGLIE – di Gabriele Muccino. Interpreti: Russel Crowe, Amanda Seyfried, Aaron Paul, Diane Kruger, Kylie Rogers. Drammatico, Usa, 2015. Durata: 1h 48 minuti.

 

Ogni volta che esce un film di Muccino, una cagnara. Perché continua a girare a Hollywood?  (magari perché lì hanno i 16 milioni di dollari di questa volta). Perché continua a far condizionare la sua fantasia europea dalle rigide imposizioni commerciali americane? Perché continua a proporci stucchevoli storie sentimentali? (e lui risponde che oggi i sentimenti fanno paura e che nei suoi film c’è la vita: tragica, ingiusta, meravigliosa). Anche con questo “Padri e figlie”, stessa solfa. Con una sua piccola vendetta preventiva: in uno dei dialoghi, i critici sono paragonati a scarafaggi.

 Dopo di che, il film. Storia di uno scrittore di successo (premio Pulitzer, il Nobel statunitense) il quale perde la moglie in un incidente d’auto, forse per colpa sua. E che si ritrova a dover accudire la figlia con tanto di rimorsi. Ma anche con tanto di nevrosi che lo fanno ammalare di epilessia incidendo sia sulla sua vena creativa che sullo sviluppo della piccola. Che con questi demoni dentro rivediamo 25 anni dopo dalla natìa Pittsburgh a New York. Dove, ironia del caso, fa l’assistente sociale della quale avrebbe bisogno ella stessa. Tanto incapace di amare da passare per una ninfomanìa che rischia di distruggerla. Il resto, ciascuno se lo vede da sé.

 Roba forte da valle di lacrime, emozioni estreme, dolore e dramma che la consueta morbida intimistica mano di Muccino riesce a mettere insieme sui due piani del disperato affetto paterno e della deriva che può perdere entrambi. In un continuo andirivieni fra ieri e oggi che per fortuna il montaggio regge. E nonostante il problema principale che non è il regista ma lo sceneggiatore esordiente (Brad Desch). Il quale a brevi cenni ci mette dentro tutto il possibile e l’impossibile della retorica e del convenzionale da poter risultare indigesto come un pranzo di Natale.

 Detto questo, Muccino è tutt’altro che bocciato. Perché alla quarta volta a Hollywood la sua sensibilità continua più o meno a schivare il pericolo dei racconti plastificati troppo costruiti a tavolino. Perché con lui continuano a voler lavorare star che non si sprecherebbero altrove. Perché non puoi stare nella Mecca del cinema e non saper fare spettacolo. Tutto ciò che ritroviamo qui, grazie anche a un sofferto e misurato Russel Crowe e a una lacerata Amanda Seyfried, con Diane Kruger e Jane Fonda in ruoli di contorno. E colonna sonora in cui compare anche Jovanotti.

 Non manca la tradizionale morale locale del “non arrendersi mai”. Bilanciata da una invettiva secondo cui in questo Paese “esistono solo i soldi”. Insomma non è vero che Muccino vuole solo fare l’americano.