Uomo o donna qualcosa cambia

Sabato 24 agosto 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Scena n.1. Come veste la sua bambina questo inverno? Ah, mia figlia è un maschiaccio, tuta e scarponi e si rotola nel terreno. Scena n.2. In un parco condominiale, ragazzetti intonano un “femminuccia, femminuccia” verso un loro coetaneo timido che non fa a botte. Una bambina deve per forza sognare di diventare Biancaneve, un bambino per forza il Supereroe. La bambola e la pistola. O la modella e il calciatore. Intanto sono in vendita collant da uomo e l’ultima moda suggerisce alle donne doppiopetto e cravatta. Da tempo nulla di nuovo sotto il sole. Se a farla diventare una guerra di religione non fosse la cosiddetta teoria del “gender”, termine inglese per dire del “genere”. Più che ideologie, odiologie contrapposte.

 SI NASCE O SI DIVENTA? Lo scontro è andato anche oltre l’abbastanza ignaro sociologo neozelandese John Money che per primo ne ha parlato. All’ingrosso: non si nascerebbe biologicamente uomo o donna ma neutri, al di là delle differenze puramente fisiche. E ci si dovrebbe comportare da uomo o donna solo per scelta degli interessati: ho il fisico da uomo ma mi sento o voglio essere donna (e viceversa). Ora invece si sarebbe uomini o donne per un condizionamento storico e sociale, una imposizione, perché così è sempre stato. Donde la meraviglia per la bambina che si veste da maschiaccio e per il bambino che come una femminuccia non ha voglia di menarle. In mezzo la chiesa cattolica col suo racconto della creazione (“Maschio e femmina, Dio li creò”) ritenuto ingessato e semplicistico. E comunque confessionale, cioè per chi crede.

 Certo uno choc. Sarà un effetto della cosiddetta società “liquida” senza più le certezze di un tempo. Secondo i critici, più che liquida, liquefatta. Ma il fatto è che bisognerebbe chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina. Cioè se tutto il campionario del nuovo sesso del quale ora si parla (gay, lesbiche, trans, bisex, intersex) esisteva senza apparire per pudore, o se sia stato creato dalla teoria del “genere”. Di sicuro alle immutate caratteristiche sessuali sempre più non corrispondono i modi di fare e di presentarsi (e non solo l’abbigliamento) di una volta. Tra uomo e donna, oggi ci sarebbero 56 sessi intermedi: compresi i “gender fluid”, quelli che secondo i giorni sono un po’ di qua un po’ di là. Non semplice folclore, visto che influisce sulla vita non solo sessuale dei protagonisti. Con sofferenza, dolore, esclusione. Ma per altri con orgoglio, lotta, clamore.

 Tutto sarebbe rimasto chiacchiera da bar se non ci si fosse trovata di mezzo la scuola. Allora apriti cielo. Col sospetto che nella legge della “buona scuola” si introducesse fra i banchi la discussione se non l’insegnamento della “teoria del genere”. Nella scuola in cui (a torto) ha sempre fatto fatica ad entrare l’educazione sessuale, figuriamoci quella neo-sessuale. La ministra Giannini ha immediatamente smentito (ne ha parlato Antonio Biasi il 17 settembre su questo giornale).

 CHE FARE A SCUOLA? Ma la cagnara è continuata. Con l’irruzione dei genitori dell’altrettanto immancabile “Family day”, i cui figli il 4 dicembre diserteranno le aule per protesta contro il totalitarismo del “gender”. Per il sospetto che la teoria nelle scuole circoli, eccome. E per il diritto dei bambini ad avere un padre e una madre e non un “genitore 1” e un “genitore 2“ come nelle coppie omosessuali (che però, fino a prova contraria, figli non ne possono ancòra avere).

 Una prova del clima torbido e guerrigliero la si è avuta giorni fa in Consiglio comunale a Bari, dove solo otto componenti su 23 erano presenti a una presa di contatto con le scuole (la più numerosa di ciascun municipio) per introdurre un percorso didattico (loro dicono così) che parli di omosessualità. Con l’Associazione genitori di omosessuali che vorrebbe recapitare alle famiglie un questionario con domande tipo: “Cos’è l’orientamento omosessuale?”, “Gay e lesbiche si diventa?”, “Si incrementa l’omosessualità parlandone?”. Se ne riparlerà (forse).

 “Gender” o non “gender”, l’intento di chi vorrebbe parlarne a scuola non è scandalizzare i benpensanti e confondere i ragazzi. Ma combattere l’”omotransfobia” (l’ostilità preconcetta contro omosessuali e transessuali). Evitare la piaga del bullismo contro i compagni di classe dall’orientamento sessuale diverso dal proprio. Intento lodevole e purtroppo non più preventivo, visti anche i casi di suicidio fra le vittime. Per abituare i ragazzi alle differenze non solo sessuali, dir loro che hanno diritto di esistere. E che dall’incontro con le differenze si esce cittadini più maturi e rispettosi di chiunque. Perché altrimenti basterebbe un diverso colore di pelle a scatenare la caccia. Nessun intento di far diventare maschietti le femminucce e femminucce i maschietti. Il problema è capire chi lo insegna a tanti grandi che dovrebbero insegnarlo ai ragazzi.