Carissimi < italieni > Veneziani vi scrive

Domenica 26 ottobre 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Ma dove andremo a finire? Quante volte lo abbiamo sentito parlando d’Italia. Eppure, signora, lo diciamo da sempre, è almeno dal crollo di Roma sotto i barbari che viviamo questo senso di decadenza continua. L’Italia non c’era ancòra e già si piangeva il morto. Siamo un Paese di luttuosa allegria. Appunto nulla di nuovo sotto il sole, pensi che già Plinio qualche millennio fa scriveva che sono finite le stagioni. Parola di Marcello Veneziani.

 Oltre che un’orazione civile, il nuovo libro del giornalista-filosofo di Bisceglie è un comizio d’amore ai suoi compatrioti: anzi “espatrioti”, visto che tutti sono pronti ad andarsene. E la sua “Lettera agli italiani” (Marsilio ed., pag. 156, euro 16) è rivolta uno a uno proprio a “quelli che vogliono farla finita con questo Paese”. Quelli impegnati nella guerra civile permanente italo-italiana. Quelli che si crogiolano in una fine che non finisce mai. Quelli che vivono, anzi sopravvivono, un sonno della ragione senza sogni. Quelli che, invece di mettere un punto a tutto, dovrebbero mettere un punto e a capo. Quelli incapaci di uscire dal proprio ombelico. Quelli figli di una “lutteratura” che vede tutto nero.

 Il fatto è che nessuno come Veneziani sa che il Paese stanco, seduto, frustrato, invelenito non è solo un cattivo umore della signora che si incontra alla fermata del bus. E’ una sensazione talmente generale da non poter neanche accusare la cronaca che pur gliene offre motivazioni e spunti quotidiani. Difatti è proprio Veneziani a dire che siamo come uno Schettino collettivo che leggero e superficiale punta dritto allo scoglio pur avendo per le mani una meraviglia che il mondo ci invidia. Viviamo alla giornata senza ieri e senza domani. Piegati sul presente. Non avrai altro Dio all’infuori dell’oggi. Tutti spaventati, tutti appartenenti alla setta di Paurology.

 Tanto facile quanto difficilissima la caccia alle cause. L’ostilità tanto giustificata quanto comoda verso la politica e i politici incapaci e corrotti. La crisi economica chissà se causa o effetto della crisi di fiducia. I migranti tacciati come il nemico e l’Europa non più euro colato. La caduta del senso etico collettivo di un popolo (anzi “spopolo”) d’Italia che più che una comunità è una comitiva. Il tradimento falso-modernista di una tradizione nazionale che, più che un passatismo molesto, è il vero Dna che ci tiene insieme e ci rende ammirati e ammirevoli. L’incapacità di capire che abbiamo il Paese nel sangue anche se ce ne vogliamo fuggire in tutta fretta. Così siamo post.it, italiani postumi di noi stessi.

 Siamo anche figli molto biologici delle nostre contraddizioni. Il Paese con più proprietà immobiliari (case) e più proprietà mobili (cellulari). Il Paese della dolcevita ma anche della malavita. Il Paese con più leggi ma meno osservanza della legge (culla e bara del diritto). Soprattutto il Paese più longevo al mondo ma anche quello che fa meno figli. Involuzionismo, Darwin a rovescio. Il Paese con una nostalgia dell’avvenire da cui si esce dandoselo, questo avvenire.

 E qui scatta la disperata speranza di Veneziani per i suoi “italieni” e “transitaliani” (leggere il libro per capire chi sono). La speranza è nel bambino di pochi mesi che gattona sul prato e ogni tanto cerca di alzarsi tendendo la mano verso il cielo. Perché, col poeta Horderlin, quando cresce il pericolo, cresce anche la possibilità di salvezza. Quella mano sono i ragazzi che rimetteranno in vita il corpo vecchio e spompato. Dopo di noi non il diluvio ma il loro avvenire. Perché l’Italia ha bisogno di qualcuno che la metta incinta. Che ingravidi il futuro. Un nuovo nascismo (ma attenti ai refusi). All’armi siam nascisti. Nascitalia.

 Serve, per capirci, una visione perduta. L’anima senza la quale non c’è popolo che non regredisca. Quando il futuro si svuota e si riempie il passato, non resta che rovesciare la clessidra. Allora il passato si trasforma da rimpianto in risorsa, da ricordo in aspettativa. Per Veneziani, che non si illude, l’arrivano i nostri saranno proprio i ragazzi. E se non ce la faranno, avranno comunque reso se stessi migliori. Avranno in ogni caso svoltato. Quando tutto è perduto, non c’è più nulla da perdere e tanto vale provarci. Tocca a loro per loro. La lettera agli italiani è partita, attendiamo nuove.     

Ma dove andremo a finire? Quante volte lo abbiamo sentito parlando d’Italia. Eppure, signora, lo diciamo da sempre, è almeno dal crollo di Roma sotto i barbari che viviamo questo senso di decadenza continua. L’Italia non c’era ancòra e già si piangeva il morto. Siamo un Paese di luttuosa allegria. Appunto nulla di nuovo sotto il sole, pensi che già Plinio qualche millennio fa scriveva che sono finite le stagioni. Parola di Marcello Veneziani.

 Oltre che un’orazione civile, il nuovo libro del giornalista-filosofo di Bisceglie è un comizio d’amore ai suoi compatrioti: anzi “espatrioti”, visto che tutti sono pronti ad andarsene. E la sua “Lettera agli italiani” (Marsilio ed., pag. 156, euro 16) è rivolta uno a uno proprio a “quelli che vogliono farla finita con questo Paese”. Quelli impegnati nella guerra civile permanente italo-italiana. Quelli che si crogiolano in una fine che non finisce mai. Quelli che vivono, anzi sopravvivono, un sonno della ragione senza sogni. Quelli che, invece di mettere un punto a tutto, dovrebbero mettere un punto e a capo. Quelli incapaci di uscire dal proprio ombelico. Quelli figli di una “lutteratura” che vede tutto nero.

 Il fatto è che nessuno come Veneziani sa che il Paese stanco, seduto, frustrato, invelenito non è solo un cattivo umore della signora che si incontra alla fermata del bus. E’ una sensazione talmente generale da non poter neanche accusare la cronaca che pur gliene offre motivazioni e spunti quotidiani. Difatti è proprio Veneziani a dire che siamo come uno Schettino collettivo che leggero e superficiale punta dritto allo scoglio pur avendo per le mani una meraviglia che il mondo ci invidia. Viviamo alla giornata senza ieri e senza domani. Piegati sul presente. Non avrai altro Dio all’infuori dell’oggi. Tutti spaventati, tutti appartenenti alla setta di Paurology.

 Tanto facile quanto difficilissima la caccia alle cause. L’ostilità tanto giustificata quanto comoda verso la politica e i politici incapaci e corrotti. La crisi economica chissà se causa o effetto della crisi di fiducia. I migranti tacciati come il nemico e l’Europa non più euro colato. La caduta del senso etico collettivo di un popolo (anzi “spopolo”) d’Italia che più che una comunità è una comitiva. Il tradimento falso-modernista di una tradizione nazionale che, più che un passatismo molesto, è il vero Dna che ci tiene insieme e ci rende ammirati e ammirevoli. L’incapacità di capire che abbiamo il Paese nel sangue anche se ce ne vogliamo fuggire in tutta fretta. Così siamo post.it, italiani postumi di noi stessi.

 Siamo anche figli molto biologici delle nostre contraddizioni. Il Paese con più proprietà immobiliari (case) e più proprietà mobili (cellulari). Il Paese della dolcevita ma anche della malavita. Il Paese con più leggi ma meno osservanza della legge (culla e bara del diritto). Soprattutto il Paese più longevo al mondo ma anche quello che fa meno figli. Involuzionismo, Darwin a rovescio. Il Paese con una nostalgia dell’avvenire da cui si esce dandoselo, questo avvenire.

 E qui scatta la disperata speranza di Veneziani per i suoi “italieni” e “transitaliani” (leggere il libro per capire chi sono). La speranza è nel bambino di pochi mesi che gattona sul prato e ogni tanto cerca di alzarsi tendendo la mano verso il cielo. Perché, col poeta Horderlin, quando cresce il pericolo, cresce anche la possibilità di salvezza. Quella mano sono i ragazzi che rimetteranno in vita il corpo vecchio e spompato. Dopo di noi non il diluvio ma il loro avvenire. Perché l’Italia ha bisogno di qualcuno che la metta incinta. Che ingravidi il futuro. Un nuovo nascismo (ma attenti ai refusi). All’armi siam nascisti. Nascitalia.

 Serve, per capirci, una visione perduta. L’anima senza la quale non c’è popolo che non regredisca. Quando il futuro si svuota e si riempie il passato, non resta che rovesciare la clessidra. Allora il passato si trasforma da rimpianto in risorsa, da ricordo in aspettativa. Per Veneziani, che non si illude, l’arrivano i nostri saranno proprio i ragazzi. E se non ce la faranno, avranno comunque reso se stessi migliori. Avranno in ogni caso svoltato. Quando tutto è perduto, non c’è più nulla da perdere e tanto vale provarci. Tocca a loro per loro. La lettera agli italiani è partita, attendiamo nuove.