Ora o mai più . L’Italia smentisca lo scettico Totò

Venerdì 6 novembre 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Parole chiare e pacate al presidente Renzi. Egli afferma che al Sud non servono vagonate di nuovi progetti, basta fare le cose lasciate a metà da troppo tempo. Già questo, presidente, dovrebbe smentire che quelli del Sud siano piagnistei: perché le cose sono state lasciate a metà? E’ colpa del Sud se si decide di costruire un’opera pubblica senza mai i soldi sufficienti?

 Una vagonata (appunto) le cose lasciate a metà e cui il governo intende ora mettere mano. Anzitutto l’autostrada Salerno-Reggio Calabria (in costruzione da oltre 50 anni, record mondiale). Poi l’alta capacità (doppio binario) fra Bari e Napoli (ma 165 anni dopo Garibaldi che la promise). In prospettiva l’alta velocità che colleghi “quella meraviglia che è il Salento” (grazie). Poi 400 milioni per l’Ilva di Taranto, interesse peraltro di tutto il Paese se non vuole perdere anche l’acciaio. Per la prima volta fondi per eliminare le ecoballe e far rinascere la Terra dei Fuochi in Campania.

 Dicono che non c’è nulla per il Sud, ironizza Renzi, ma ci sono i soldi per Matera capitale europea della cultura. Non c’è nulla, ma ci sono i soldi per l’Aquila ancòra terremotata. Non siamo un Paese di matti, concede Renzi, ma ci sono troppi schemi ideologici. Se si parla del Sud, dobbiamo sempre parlarne male, altrimenti non vale.

 Ma guardi, presidente, che a parlarne male sono soprattutto gli altri, quelli secondo i quali il Sud va solo abbandonato. Non capendo che il Sud non è la malattia del Paese, ma la terapia per diventare una Germania. Però discretamente bisognerebbe raccomandare a Renzi di vigilare sulla coerenza dei suoi. Perché avviene che mentre egli dà con una mano, altri tolgano con l’altra.

 Il Fondo italiano di investimento destina quest’anno il 96 per cento degli interventi al Centro Nord. Più truce il Fondo strategico italiano, 100 per cento al Nord. E quanto alle agevolazioni fiscali dell’Ace (Aiuto crescita economica), al Sud 11,2 per cento, metà del peso di un’area che paga il 23 per cento delle imposte italiane. Se il Sud dà 23 e riceve 11,2, non si istiga chi teorizza di separarsi dalla adultera Italia?

 E poi, questa storia secondo cui tutto (o quasi) ciò che si farà al Sud, si farà con i fondi europei: che dovevano aggiungersi a quelli nazionali, non sostituirli. Per cui l’alta velocità ferroviaria al Nord si fa con i soldi italiani, quindi anche con le tasse e i biglietti pagati dai meridionali. L’alta capacità fra Bari e Napoli con quelli europei. Così al Sud si sono fatte anche le scuole, un servizio pubblico essenziale non un campo di bocce. Senza l’Europa avremmo un Sud analfabeta?

 Ma così passo passo arriviamo alla principale obiezione: dove è appunto il di più per colmare il divario? In tutto quanto detto si risolve però il famoso Masterplan, assicurato dopo che la Svimez aveva raffigurato lo spettro di un Sud verso il sottosviluppo permanente, come un Belize qualsiasi (con tutto il rispetto). E con un Sud che cresceva meno della Grecia al tempo simbolo di tutti i cattivi del continente. Partendo da dati in effetti da brividi: 7 anni di decrescita, perdita di 50 miliardi l’anno di reddito, oltre 400 mila posti di lavoro in meno, crollo degli investimenti pubblici e privati. E oltre un secolo necessario per recuperare se il Sud continuasse all’attuale ritmo di 0,1 per cento annuo di ritrovata crescita.

 Perché anche il Sud è a una svolta, ma mentre il Centro Nord cresce dell’1 per cento, cioè quasi dieci volte più. Però i 120 mila nuovi posti di lavoro al Sud (nonostante la disoccupazione sempre insostenibile) possono essere un punto di partenza per convincere Renzi che è ora il momento di osare. Il momento di cambiarla, questa legge di stabilità. E di non limitare la pur apprezzabile buona intenzione del Masterplan ai 15 accordi con Regioni e città metropolitane del Sud per non fare nulla di più del minimo sindacale finora non fatto.

 Servono altri incentivi al Sud non competitivo. E serve tutto quanto può investire anche il Sud di quel carattere espansivo della Finanziaria che ha fatto dire a un ennesimo governo: visto che crescerà l’Italia, crescerà anche il Sud senza fare nulla di più. Ciò che i governi hanno detto per troppo tempo ignorando che una cosa è crescere a Bergamo un’altra a Crotone dove in partenza c’è tutto meno. E invece al Sud bisognerebbe fare tutto di più.

 Insomma c’è un’altra locomotiva possibile al Sud oltre a quella del Centro Nord. Che può aumentare la velocità di tutto il Paese. E senza, udite udite, nulla togliere a chi è già avanti. Anzi offrendogli ulteriori possibilità di accelerazione. Come ha dimostrato la Banca d’Italia calcolando gli effetti benefici per il Nord di ogni investimento al Sud. E’ bislacca l’idea che il Nord rallenti se accelera il Sud. Contrariamente a ciò che denunciava lo scettico Totò, anche in Italia la somma può fare il totale.