Fare del bene un bel rischio

Sabato 7 novembre 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Non riusciamo più a fare del bene perché non ci fidiamo. Una epidemia di cinismo si è abbattuta sull’ex popolo di italiani brava gente. E si capisce, con tante fregature in giro. Metti questi giorni di cronaca nera in Vaticano. Leggi dei soldi per la carità spesi per le case extralusso dei monsignori, a cominciare dall’attico di 700 metri quadri dell’impunito cardinal Bertone (pace e beni). Leggi di sante proprietà immobiliari per quattro miliardi di euro ricevute in beneficenza ma che finiscono più negli elicotteri per i principi della chiesa che ai bisognosi. E leggi del buon papa Francesco circondato da questi pescecani e che dice, se non sappiamo custodire il denaro figuriamoci le anime. E che la chiesa o è chiesa dei poveri o non è.

 DIAVOLO IN VATICANO Ovvio che tutta la carità invisibile faccia meno notizia. Ma per esempio, Angelina Jolie, l’attrice e regista americana moglie di Brad Pitt, che abbandona la Fondazione internazionale contro le mine sconvolta dai superstipendi dei suoi dirigenti. Lei e lui che hanno adottato una nidiata di bambini africani. Mine a rendere. E tutte le denunce su tanti organismi benefici mondiali (a cominciare da quelli dell’Onu) che spendono l’80 per cento dei fondi per far esistere se stessi. Auto-beneficio. Per non parlare delle celebrate partite del cuore sospettate di raccogliere più telecamere per i loro calciatori che aiuti per chi spera in loro. Partite senza cuore. Ed è possibile che debbano essere dame in visone a muovere i sentimenti di chi senza un concerto esclusivo o una serata mondana al tartufo non ci riesce? Nostalgia del silenzio degli anonimi N.N. di un tempo.

 E’ vero che è il tempo dello spettacolo, ma non è detto che la bontà presupponga un palcoscenico. Troppe luci della ribalta davanti alle mani tese. Un contributo per l’Africa e décolleté di Valentino. Tacco dodici e vittime dell’Afganistan. Champagne e fame nel mondo. Masterchef e denutrizione. San Briatore e Costa Smeralda. I ricchi fanno la beneficenza ma anche la beneficenza fa i ricchi, diceva il grande commediografo George Bernard Shaw. Dove c’è colletta c’è flash e cocktail. E ci vuole per forza un torneo di burraco perché gli agguerriti partecipanti abbiano un anelito di trasporto verso il prossimo? Un groviglio di affari e buone intenzioni, una solidarietà spesso a fin di bene soprattutto proprio. Autosolidarietà. Attenti ai buoni, titolò anni fa un suo libro il giornalista Mario Giordano.

 Tutto questo non ci fa fidare, raffredda i più tiepidi e sconcerta i più caldi. Che inceda Natale lo capiamo dalle prime lettere di Opere pie che ci arrivano. Un uomo dorme sdraiato su un cartone in un angolo della piazza. Dimostra molti più dei suoi anni ed è segnato da solitudine, paura, disillusione. Vicino a lui è ammucchiato qualche sacchetto con tutto quello che ha. E’ sporco e nessuno gli parla, nessuno gli chiede se sta male, se ha fame, se ha bisogno di una medicina. Di sicuro è del tutto sincero chi con lettere simili chiede il nostro aiuto perché sia Natale anche per l’uomo in cartone. Ma a troppi dei nostri semafori il cartello “Ho fame” è tanto improbabile quanto è giustificato il nostro scetticismo. Vade retro il cartone e tutti i filistei.

 PIETA’ E CINISMO Forse il nostro cinismo cerca alibi per approvarsi. Forse i nostri domani sono troppo minacciati per preoccuparci degli altri. Ma poi leggiamo che accade anche questo, che il popolo dei semafori a fine giornata deve pagare il pizzo alla malavita sull’assillante “uno moneta” che racimolano. E che spesso quel popolo è due volte vittima, del proprio bisogno e del racket che lo organizza e lo dissemina di qua e di là. Così troppi storpi e sciancati sono un’offesa per chi davvero lo è perché è quanto la criminalità gli impone. Un ricatto della violenza che si traduce nella nostra reazione spesso rabbiosa verso chi a sera viene a venderci rose nei bar, forse ignaro che lui è solo l’ultimo replicante di un assedio quotidiano che genera rifiuto più che pietà. Non riusciamo a guardarlo con occhi sereni.

 Così verso il caso umano c’è così poco di umano. Tutti rinserrati nel fortino dell’indifferenza se non dell’egoismo a caccia di ragioni. Anzitutto contro i migranti, i poveri dei poveri. Che più muoiono inghiottiti dal mare, più diventano una statistica invece che una pietà. Anche se poi leggiamo dell’albanese figlio di una zattera che salva una donna schiacciata sotto la sua auto a Bari. E leggiamo di Joseph, 23 anni, laureato, nigeriano che salva dal coltello di un rapinatore il cassiere di un supermercato di Molfetta. Joseph, uno di quelli che davanti al supermercato ci stanno col bicchiere di plastica in attesa dello spicciolo di chi esce. Che così poco diamo, basta con questa occupazione militare di ogni angolo, non se ne può più. Due ragioni in conflitto, e il deserto in mezzo.