Le opere al Nord con le tasse del Sud

Venerdì 13 novembre 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Memoria corta. E’ bastata la previsione di una crescita dello 0,1 per cento al Sud per far gridare a chissà quale storico boom. E tutti in gara nel rinnegare la Svimez che a luglio aveva parlato di pericolo di sottosviluppo permanente e di desertificazione industriale, economica, umana. Ah, noi non ci siamo mai riconosciuti in quel catastrofismo. Tanto più che la stessa Svimez ha dovuto ricredersi ora che la recessione finisce anche da noi. Lo 0,1 rispetto alla previsione dello 0,9 per il Paese, cioè lo 0,8 per cento in meno. Traduzione: divario che aumenta ancòra. Non sarà sottosviluppo permanente, ma neanche da stapparci spumante.

 Sullo sfondo, ovvio, il famoso Masterplan per il Sud. E anche i rapporti col suo ideatore, il capo del governo Renzi. Con quasi tutti i governatori e i sindaci del Sud improvvisamente convertiti sulla sua efficacia: a cominciare da quelli del Pd. Governatori meridionali che in quanto proprio tutti del Pd avevano fatto balenare l’illusione che insieme potessero essere l’Invincibile Armata contro i soliti contentini al Sud. E’ avvenuto il contrario: essere tutti del Pd non gli ha dato forza di farsi sentire, ma la debolezza di non voler contraddire il loro capo. E così il fronte comune ha funzionato, ma a retromarcia. Si sono fatti sentire tacendo.

 Memoria corta nel dimenticare che se non ci fosse stato l’allarme della Svimez, ora non staremmo a parlare nemmeno di Masterplan. E che se anche il buon Dio ha bisogno di suonare le campane, figuriamoci la Svimez se non avesse suonato la grancassa. Già allora si capì che era stata una botta di comunicazione, sottosviluppo permanente e deserto (e crescita inferiore alla Grecia) erano slogan ad effetto. Sappiamo tutti che il Sud è altro oltre che divario col Nord. Tante misconosciute eccellenze. Ma comunque, fuochi di artificio o no, i dati sono dati, e da incubo: in sette anni di recessione il Sud ha perso 13 punti percentuali di reddito, ha perso 576 mila posti di lavoro (il 70 per cento di quelli italiani), un giovane su due disoccupato, investimenti pubblici e privati crollati. Non sarà un deserto, ma meno che mai un paradiso terrestre.

 Quando, dopo un’attesa thriller, di Masterplan si è cominciato a sapere qualcosa, si è capito che era tutt’altro che il Piano dei Piani. Solo i fondi europei che c’erano già. E solo quei grandi lavori che avrebbero dovuto essere conclusi da tempo se il Sud non fosse stato trattato da Sud. Niente di nuovo sotto il sole dell’estate di san Martino. Danno al Sud ciò che il Sud doveva già avere: esempio il doppio binario fra Bari e Napoli per collegarle in meno tempo che per andare a New York. Restando sempre senza risposta la domanda del perché l’alta velocità ferroviaria al Nord si debba fare con i soldi nazionali e la bassa velocità al Sud si debba fare con i soldi europei. E se non ci fossero stati, si noleggiavano calessi?

 Però c’è, per la prima volta dalla Cassa per il Mezzogiorno, lo sforzo di un governo di mettere mano alla diseguaglianza a danno del Sud con un piano globale e non con interventi spot e preelettorali. Salvo buon fine, naturalmente. Ma con eventuali risultati a babbo morto, visti i tempi necessari (Bari-Napoli nel 2028, se il cantiere non andrà a intermittenza come un albero di Natale). Ciò che rende indispensabili anche incentivi più pronti all’uso, come quelli per chi investe o assume. Un giorno sì un giorno no il ministro Padoan dice che ci sta pensando, pensa tu.

 Nel frattempo però succede che, degli aiuti per la crescita economica, al Sud vada solo l’11,2 per cento. Succede che, delle agevolazioni per l’internazionalizzazione delle imprese, al Sud vada il 2,9 per cento. Succede che, degli investimenti del Fondo strategico italiano, al Sud non vada un euro. Succede che, del Fondo italiano d’investimento, al Sud vada il 3 per cento. Tanto per far aumentare ancòra il divario. Tanto da non capire ancòra una volta che far crescere il Sud conviene a tutti così cresce anche l’Italia. E col timore che, attendendo attendendo il Masterplan, il Sud schiatti prima. Cioè altro lavoro perso e giovani che vanno via.

 Nel frattempo succede anche altro. Se il Sud deve sentirsi parte di un Paese che pur lo lascia fuorigioco, anche il Sud è orgoglioso dei successi dell’Expo. Dimenticando che, prima di aprire i battenti, ci sono stati più arrestati che innocenti. E dimenticando (anzi ricordando) che Expo si è fatta anche con i soldi delle tasse dei meridionali. Ora accade che Renzi voglia farne un polo mondiale dell’alta tecnologia. Bello. Mettendoci dentro un altro miliardo e mezzo in dieci anni: soldi nazionali. Sarebbe poco patriottico dire sempre e solo Milano, sempre e solo Nord. Ma sarebbe un autogol anche dimenticare che al Sud non ci sono mai i soldi per allargare una Statale dei trulli.                 

  

   

Memoria corta. E’ bastata la previsione di una crescita dello 0,1 per cento al Sud per far gridare a chissà quale storico boom. E tutti in gara nel rinnegare la Svimez che a luglio aveva parlato di pericolo di sottosviluppo permanente e di desertificazione industriale, economica, umana. Ah, noi non ci siamo mai riconosciuti in quel catastrofismo. Tanto più che la stessa Svimez ha dovuto ricredersi ora che la recessione finisce anche da noi. Lo 0,1 rispetto alla previsione dello 0,9 per il Paese, cioè lo 0,8 per cento in meno. Traduzione: divario che aumenta ancòra. Non sarà sottosviluppo permanente, ma neanche da stapparci spumante.

 Sullo sfondo, ovvio, il famoso Masterplan per il Sud. E anche i rapporti col suo ideatore, il capo del governo Renzi. Con quasi tutti i governatori e i sindaci del Sud improvvisamente convertiti sulla sua efficacia: a cominciare da quelli del Pd. Governatori meridionali che in quanto proprio tutti del Pd avevano fatto balenare l’illusione che insieme potessero essere l’Invincibile Armata contro i soliti contentini al Sud. E’ avvenuto il contrario: essere tutti del Pd non gli ha dato forza di farsi sentire, ma la debolezza di non voler contraddire il loro capo. E così il fronte comune ha funzionato, ma a retromarcia. Si sono fatti sentire tacendo.

 Memoria corta nel dimenticare che se non ci fosse stato l’allarme della Svimez, ora non staremmo a parlare nemmeno di Masterplan. E che se anche il buon Dio ha bisogno di suonare le campane, figuriamoci la Svimez se non avesse suonato la grancassa. Già allora si capì che era stata una botta di comunicazione, sottosviluppo permanente e deserto (e crescita inferiore alla Grecia) erano slogan ad effetto. Sappiamo tutti che il Sud è altro oltre che divario col Nord. Tante misconosciute eccellenze. Ma comunque, fuochi di artificio o no, i dati sono dati, e da incubo: in sette anni di recessione il Sud ha perso 13 punti percentuali di reddito, ha perso 576 mila posti di lavoro (il 70 per cento di quelli italiani), un giovane su due disoccupato, investimenti pubblici e privati crollati. Non sarà un deserto, ma meno che mai un paradiso terrestre.

 Quando, dopo un’attesa thriller, di Masterplan si è cominciato a sapere qualcosa, si è capito che era tutt’altro che il Piano dei Piani. Solo i fondi europei che c’erano già. E solo quei grandi lavori che avrebbero dovuto essere conclusi da tempo se il Sud non fosse stato trattato da Sud. Niente di nuovo sotto il sole dell’estate di san Martino. Danno al Sud ciò che il Sud doveva già avere: esempio il doppio binario fra Bari e Napoli per collegarle in meno tempo che per andare a New York. Restando sempre senza risposta la domanda del perché l’alta velocità ferroviaria al Nord si debba fare con i soldi nazionali e la bassa velocità al Sud si debba fare con i soldi europei. E se non ci fossero stati, si noleggiavano calessi?

 Però c’è, per la prima volta dalla Cassa per il Mezzogiorno, lo sforzo di un governo di mettere mano alla diseguaglianza a danno del Sud con un piano globale e non con interventi spot e preelettorali. Salvo buon fine, naturalmente. Ma con eventuali risultati a babbo morto, visti i tempi necessari (Bari-Napoli nel 2028, se il cantiere non andrà a intermittenza come un albero di Natale). Ciò che rende indispensabili anche incentivi più pronti all’uso, come quelli per chi investe o assume. Un giorno sì un giorno no il ministro Padoan dice che ci sta pensando, pensa tu.

 Nel frattempo però succede che, degli aiuti per la crescita economica, al Sud vada solo l’11,2 per cento. Succede che, delle agevolazioni per l’internazionalizzazione delle imprese, al Sud vada il 2,9 per cento. Succede che, degli investimenti del Fondo strategico italiano, al Sud non vada un euro. Succede che, del Fondo italiano d’investimento, al Sud vada il 3 per cento. Tanto per far aumentare ancòra il divario. Tanto da non capire ancòra una volta che far crescere il Sud conviene a tutti così cresce anche l’Italia. E col timore che, attendendo attendendo il Masterplan, il Sud schiatti prima. Cioè altro lavoro perso e giovani che vanno via.

 Nel frattempo succede anche altro. Se il Sud deve sentirsi parte di un Paese che pur lo lascia fuorigioco, anche il Sud è orgoglioso dei successi dell’Expo. Dimenticando che, prima di aprire i battenti, ci sono stati più arrestati che innocenti. E dimenticando (anzi ricordando) che Expo si è fatta anche con i soldi delle tasse dei meridionali. Ora accade che Renzi voglia farne un polo mondiale dell’alta tecnologia. Bello. Mettendoci dentro un altro miliardo e mezzo in dieci anni: soldi nazionali. Sarebbe poco patriottico dire sempre e solo Milano, sempre e solo Nord. Ma sarebbe un autogol anche dimenticare che al Sud non ci sono mai i soldi per allargare una Statale dei trulli.                 

  

   

Memoria corta. E’ bastata la previsione di una crescita dello 0,1 per cento al Sud per far gridare a chissà quale storico boom. E tutti in gara nel rinnegare la Svimez che a luglio aveva parlato di pericolo di sottosviluppo permanente e di desertificazione industriale, economica, umana. Ah, noi non ci siamo mai riconosciuti in quel catastrofismo. Tanto più che la stessa Svimez ha dovuto ricredersi ora che la recessione finisce anche da noi. Lo 0,1 rispetto alla previsione dello 0,9 per il Paese, cioè lo 0,8 per cento in meno. Traduzione: divario che aumenta ancòra. Non sarà sottosviluppo permanente, ma neanche da stapparci spumante.

 Sullo sfondo, ovvio, il famoso Masterplan per il Sud. E anche i rapporti col suo ideatore, il capo del governo Renzi. Con quasi tutti i governatori e i sindaci del Sud improvvisamente convertiti sulla sua efficacia: a cominciare da quelli del Pd. Governatori meridionali che in quanto proprio tutti del Pd avevano fatto balenare l’illusione che insieme potessero essere l’Invincibile Armata contro i soliti contentini al Sud. E’ avvenuto il contrario: essere tutti del Pd non gli ha dato forza di farsi sentire, ma la debolezza di non voler contraddire il loro capo. E così il fronte comune ha funzionato, ma a retromarcia. Si sono fatti sentire tacendo.

 Memoria corta nel dimenticare che se non ci fosse stato l’allarme della Svimez, ora non staremmo a parlare nemmeno di Masterplan. E che se anche il buon Dio ha bisogno di suonare le campane, figuriamoci la Svimez se non avesse suonato la grancassa. Già allora si capì che era stata una botta di comunicazione, sottosviluppo permanente e deserto (e crescita inferiore alla Grecia) erano slogan ad effetto. Sappiamo tutti che il Sud è altro oltre che divario col Nord. Tante misconosciute eccellenze. Ma comunque, fuochi di artificio o no, i dati sono dati, e da incubo: in sette anni di recessione il Sud ha perso 13 punti percentuali di reddito, ha perso 576 mila posti di lavoro (il 70 per cento di quelli italiani), un giovane su due disoccupato, investimenti pubblici e privati crollati. Non sarà un deserto, ma meno che mai un paradiso terrestre.

 Quando, dopo un’attesa thriller, di Masterplan si è cominciato a sapere qualcosa, si è capito che era tutt’altro che il Piano dei Piani. Solo i fondi europei che c’erano già. E solo quei grandi lavori che avrebbero dovuto essere conclusi da tempo se il Sud non fosse stato trattato da Sud. Niente di nuovo sotto il sole dell’estate di san Martino. Danno al Sud ciò che il Sud doveva già avere: esempio il doppio binario fra Bari e Napoli per collegarle in meno tempo che per andare a New York. Restando sempre senza risposta la domanda del perché l’alta velocità ferroviaria al Nord si debba fare con i soldi nazionali e la bassa velocità al Sud si debba fare con i soldi europei. E se non ci fossero stati, si noleggiavano calessi?

 Però c’è, per la prima volta dalla Cassa per il Mezzogiorno, lo sforzo di un governo di mettere mano alla diseguaglianza a danno del Sud con un piano globale e non con interventi spot e preelettorali. Salvo buon fine, naturalmente. Ma con eventuali risultati a babbo morto, visti i tempi necessari (Bari-Napoli nel 2028, se il cantiere non andrà a intermittenza come un albero di Natale). Ciò che rende indispensabili anche incentivi più pronti all’uso, come quelli per chi investe o assume. Un giorno sì un giorno no il ministro Padoan dice che ci sta pensando, pensa tu.

 Nel frattempo però succede che, degli aiuti per la crescita economica, al Sud vada solo l’11,2 per cento. Succede che, delle agevolazioni per l’internazionalizzazione delle imprese, al Sud vada il 2,9 per cento. Succede che, degli investimenti del Fondo strategico italiano, al Sud non vada un euro. Succede che, del Fondo italiano d’investimento, al Sud vada il 3 per cento. Tanto per far aumentare ancòra il divario. Tanto da non capire ancòra una volta che far crescere il Sud conviene a tutti così cresce anche l’Italia. E col timore che, attendendo attendendo il Masterplan, il Sud schiatti prima. Cioè altro lavoro perso e giovani che vanno via.

 Nel frattempo succede anche altro. Se il Sud deve sentirsi parte di un Paese che pur lo lascia fuorigioco, anche il Sud è orgoglioso dei successi dell’Expo. Dimenticando che, prima di aprire i battenti, ci sono stati più arrestati che innocenti. E dimenticando (anzi ricordando) che Expo si è fatta anche con i soldi delle tasse dei meridionali. Ora accade che Renzi voglia farne un polo mondiale dell’alta tecnologia. Bello. Mettendoci dentro un altro miliardo e mezzo in dieci anni: soldi nazionali. Sarebbe poco patriottico dire sempre e solo Milano, sempre e solo Nord. Ma sarebbe un autogol anche dimenticare che al Sud non ci sono mai i soldi per allargare una Statale dei trulli.                 

  

   

Memoria corta. E’ bastata la previsione di una crescita dello 0,1 per cento al Sud per far gridare a chissà quale storico boom. E tutti in gara nel rinnegare la Svimez che a luglio aveva parlato di pericolo di sottosviluppo permanente e di desertificazione industriale, economica, umana. Ah, noi non ci siamo mai riconosciuti in quel catastrofismo. Tanto più che la stessa Svimez ha dovuto ricredersi ora che la recessione finisce anche da noi. Lo 0,1 rispetto alla previsione dello 0,9 per il Paese, cioè lo 0,8 per cento in meno. Traduzione: divario che aumenta ancòra. Non sarà sottosviluppo permanente, ma neanche da stapparci spumante.

 Sullo sfondo, ovvio, il famoso Masterplan per il Sud. E anche i rapporti col suo ideatore, il capo del governo Renzi. Con quasi tutti i governatori e i sindaci del Sud improvvisamente convertiti sulla sua efficacia: a cominciare da quelli del Pd. Governatori meridionali che in quanto proprio tutti del Pd avevano fatto balenare l’illusione che insieme potessero essere l’Invincibile Armata contro i soliti contentini al Sud. E’ avvenuto il contrario: essere tutti del Pd non gli ha dato forza di farsi sentire, ma la debolezza di non voler contraddire il loro capo. E così il fronte comune ha funzionato, ma a retromarcia. Si sono fatti sentire tacendo.

 Memoria corta nel dimenticare che se non ci fosse stato l’allarme della Svimez, ora non staremmo a parlare nemmeno di Masterplan. E che se anche il buon Dio ha bisogno di suonare le campane, figuriamoci la Svimez se non avesse suonato la grancassa. Già allora si capì che era stata una botta di comunicazione, sottosviluppo permanente e deserto (e crescita inferiore alla Grecia) erano slogan ad effetto. Sappiamo tutti che il Sud è altro oltre che divario col Nord. Tante misconosciute eccellenze. Ma comunque, fuochi di artificio o no, i dati sono dati, e da incubo: in sette anni di recessione il Sud ha perso 13 punti percentuali di reddito, ha perso 576 mila posti di lavoro (il 70 per cento di quelli italiani), un giovane su due disoccupato, investimenti pubblici e privati crollati. Non sarà un deserto, ma meno che mai un paradiso terrestre.

 Quando, dopo un’attesa thriller, di Masterplan si è cominciato a sapere qualcosa, si è capito che era tutt’altro che il Piano dei Piani. Solo i fondi europei che c’erano già. E solo quei grandi lavori che avrebbero dovuto essere conclusi da tempo se il Sud non fosse stato trattato da Sud. Niente di nuovo sotto il sole dell’estate di san Martino. Danno al Sud ciò che il Sud doveva già avere: esempio il doppio binario fra Bari e Napoli per collegarle in meno tempo che per andare a New York. Restando sempre senza risposta la domanda del perché l’alta velocità ferroviaria al Nord si debba fare con i soldi nazionali e la bassa velocità al Sud si debba fare con i soldi europei. E se non ci fossero stati, si noleggiavano calessi?

 Però c’è, per la prima volta dalla Cassa per il Mezzogiorno, lo sforzo di un governo di mettere mano alla diseguaglianza a danno del Sud con un piano globale e non con interventi spot e preelettorali. Salvo buon fine, naturalmente. Ma con eventuali risultati a babbo morto, visti i tempi necessari (Bari-Napoli nel 2028, se il cantiere non andrà a intermittenza come un albero di Natale). Ciò che rende indispensabili anche incentivi più pronti all’uso, come quelli per chi investe o assume. Un giorno sì un giorno no il ministro Padoan dice che ci sta pensando, pensa tu.

 Nel frattempo però succede che, degli aiuti per la crescita economica, al Sud vada solo l’11,2 per cento. Succede che, delle agevolazioni per l’internazionalizzazione delle imprese, al Sud vada il 2,9 per cento. Succede che, degli investimenti del Fondo strategico italiano, al Sud non vada un euro. Succede che, del Fondo italiano d’investimento, al Sud vada il 3 per cento. Tanto per far aumentare ancòra il divario. Tanto da non capire ancòra una volta che far crescere il Sud conviene a tutti così cresce anche l’Italia. E col timore che, attendendo attendendo il Masterplan, il Sud schiatti prima. Cioè altro lavoro perso e giovani che vanno via.

 Nel frattempo succede anche altro. Se il Sud deve sentirsi parte di un Paese che pur lo lascia fuorigioco, anche il Sud è orgoglioso dei successi dell’Expo. Dimenticando che, prima di aprire i battenti, ci sono stati più arrestati che innocenti. E dimenticando (anzi ricordando) che Expo si è fatta anche con i soldi delle tasse dei meridionali. Ora accade che Renzi voglia farne un polo mondiale dell’alta tecnologia. Bello. Mettendoci dentro un altro miliardo e mezzo in dieci anni: soldi nazionali. Sarebbe poco patriottico dire sempre e solo Milano, sempre e solo Nord. Ma sarebbe un autogol anche dimenticare che al Sud non ci sono mai i soldi per allargare una Statale dei trulli.                 

  

   

Memoria corta. E’ bastata la previsione di una crescita dello 0,1 per cento al Sud per far gridare a chissà quale storico boom. E tutti in gara nel rinnegare la Svimez che a luglio aveva parlato di pericolo di sottosviluppo permanente e di desertificazione industriale, economica, umana. Ah, noi non ci siamo mai riconosciuti in quel catastrofismo. Tanto più che la stessa Svimez ha dovuto ricredersi ora che la recessione finisce anche da noi. Lo 0,1 rispetto alla previsione dello 0,9 per il Paese, cioè lo 0,8 per cento in meno. Traduzione: divario che aumenta ancòra. Non sarà sottosviluppo permanente, ma neanche da stapparci spumante.

 Sullo sfondo, ovvio, il famoso Masterplan per il Sud. E anche i rapporti col suo ideatore, il capo del governo Renzi. Con quasi tutti i governatori e i sindaci del Sud improvvisamente convertiti sulla sua efficacia: a cominciare da quelli del Pd. Governatori meridionali che in quanto proprio tutti del Pd avevano fatto balenare l’illusione che insieme potessero essere l’Invincibile Armata contro i soliti contentini al Sud. E’ avvenuto il contrario: essere tutti del Pd non gli ha dato forza di farsi sentire, ma la debolezza di non voler contraddire il loro capo. E così il fronte comune ha funzionato, ma a retromarcia. Si sono fatti sentire tacendo.

 Memoria corta nel dimenticare che se non ci fosse stato l’allarme della Svimez, ora non staremmo a parlare nemmeno di Masterplan. E che se anche il buon Dio ha bisogno di suonare le campane, figuriamoci la Svimez se non avesse suonato la grancassa. Già allora si capì che era stata una botta di comunicazione, sottosviluppo permanente e deserto (e crescita inferiore alla Grecia) erano slogan ad effetto. Sappiamo tutti che il Sud è altro oltre che divario col Nord. Tante misconosciute eccellenze. Ma comunque, fuochi di artificio o no, i dati sono dati, e da incubo: in sette anni di recessione il Sud ha perso 13 punti percentuali di reddito, ha perso 576 mila posti di lavoro (il 70 per cento di quelli italiani), un giovane su due disoccupato, investimenti pubblici e privati crollati. Non sarà un deserto, ma meno che mai un paradiso terrestre.

 Quando, dopo un’attesa thriller, di Masterplan si è cominciato a sapere qualcosa, si è capito che era tutt’altro che il Piano dei Piani. Solo i fondi europei che c’erano già. E solo quei grandi lavori che avrebbero dovuto essere conclusi da tempo se il Sud non fosse stato trattato da Sud. Niente di nuovo sotto il sole dell’estate di san Martino. Danno al Sud ciò che il Sud doveva già avere: esempio il doppio binario fra Bari e Napoli per collegarle in meno tempo che per andare a New York. Restando sempre senza risposta la domanda del perché l’alta velocità ferroviaria al Nord si debba fare con i soldi nazionali e la bassa velocità al Sud si debba fare con i soldi europei. E se non ci fossero stati, si noleggiavano calessi?

 Però c’è, per la prima volta dalla Cassa per il Mezzogiorno, lo sforzo di un governo di mettere mano alla diseguaglianza a danno del Sud con un piano globale e non con interventi spot e preelettorali. Salvo buon fine, naturalmente. Ma con eventuali risultati a babbo morto, visti i tempi necessari (Bari-Napoli nel 2028, se il cantiere non andrà a intermittenza come un albero di Natale). Ciò che rende indispensabili anche incentivi più pronti all’uso, come quelli per chi investe o assume. Un giorno sì un giorno no il ministro Padoan dice che ci sta pensando, pensa tu.

 Nel frattempo però succede che, degli aiuti per la crescita economica, al Sud vada solo l’11,2 per cento. Succede che, delle agevolazioni per l’internazionalizzazione delle imprese, al Sud vada il 2,9 per cento. Succede che, degli investimenti del Fondo strategico italiano, al Sud non vada un euro. Succede che, del Fondo italiano d’investimento, al Sud vada il 3 per cento. Tanto per far aumentare ancòra il divario. Tanto da non capire ancòra una volta che far crescere il Sud conviene a tutti così cresce anche l’Italia. E col timore che, attendendo attendendo il Masterplan, il Sud schiatti prima. Cioè altro lavoro perso e giovani che vanno via.

 Nel frattempo succede anche altro. Se il Sud deve sentirsi parte di un Paese che pur lo lascia fuorigioco, anche il Sud è orgoglioso dei successi dell’Expo. Dimenticando che, prima di aprire i battenti, ci sono stati più arrestati che innocenti. E dimenticando (anzi ricordando) che Expo si è fatta anche con i soldi delle tasse dei meridionali. Ora accade che Renzi voglia farne un polo mondiale dell’alta tecnologia. Bello. Mettendoci dentro un altro miliardo e mezzo in dieci anni: soldi nazionali. Sarebbe poco patriottico dire sempre e solo Milano, sempre e solo Nord. Ma sarebbe un autogol anche dimenticare che al Sud non ci sono mai i soldi per allargare una Statale dei trulli.                 

  

   

Memoria corta. E’ bastata la previsione di una crescita dello 0,1 per cento al Sud per far gridare a chissà quale storico boom. E tutti in gara nel rinnegare la Svimez che a luglio aveva parlato di pericolo di sottosviluppo permanente e di desertificazione industriale, economica, umana. Ah, noi non ci siamo mai riconosciuti in quel catastrofismo. Tanto più che la stessa Svimez ha dovuto ricredersi ora che la recessione finisce anche da noi. Lo 0,1 rispetto alla previsione dello 0,9 per il Paese, cioè lo 0,8 per cento in meno. Traduzione: divario che aumenta ancòra. Non sarà sottosviluppo permanente, ma neanche da stapparci spumante.

 Sullo sfondo, ovvio, il famoso Masterplan per il Sud. E anche i rapporti col suo ideatore, il capo del governo Renzi. Con quasi tutti i governatori e i sindaci del Sud improvvisamente convertiti sulla sua efficacia: a cominciare da quelli del Pd. Governatori meridionali che in quanto proprio tutti del Pd avevano fatto balenare l’illusione che insieme potessero essere l’Invincibile Armata contro i soliti contentini al Sud. E’ avvenuto il contrario: essere tutti del Pd non gli ha dato forza di farsi sentire, ma la debolezza di non voler contraddire il loro capo. E così il fronte comune ha funzionato, ma a retromarcia. Si sono fatti sentire tacendo.

 Memoria corta nel dimenticare che se non ci fosse stato l’allarme della Svimez, ora non staremmo a parlare nemmeno di Masterplan. E che se anche il buon Dio ha bisogno di suonare le campane, figuriamoci la Svimez se non avesse suonato la grancassa. Già allora si capì che era stata una botta di comunicazione, sottosviluppo permanente e deserto (e crescita inferiore alla Grecia) erano slogan ad effetto. Sappiamo tutti che il Sud è altro oltre che divario col Nord. Tante misconosciute eccellenze. Ma comunque, fuochi di artificio o no, i dati sono dati, e da incubo: in sette anni di recessione il Sud ha perso 13 punti percentuali di reddito, ha perso 576 mila posti di lavoro (il 70 per cento di quelli italiani), un giovane su due disoccupato, investimenti pubblici e privati crollati. Non sarà un deserto, ma meno che mai un paradiso terrestre.

 Quando, dopo un’attesa thriller, di Masterplan si è cominciato a sapere qualcosa, si è capito che era tutt’altro che il Piano dei Piani. Solo i fondi europei che c’erano già. E solo quei grandi lavori che avrebbero dovuto essere conclusi da tempo se il Sud non fosse stato trattato da Sud. Niente di nuovo sotto il sole dell’estate di san Martino. Danno al Sud ciò che il Sud doveva già avere: esempio il doppio binario fra Bari e Napoli per collegarle in meno tempo che per andare a New York. Restando sempre senza risposta la domanda del perché l’alta velocità ferroviaria al Nord si debba fare con i soldi nazionali e la bassa velocità al Sud si debba fare con i soldi europei. E se non ci fossero stati, si noleggiavano calessi?

 Però c’è, per la prima volta dalla Cassa per il Mezzogiorno, lo sforzo di un governo di mettere mano alla diseguaglianza a danno del Sud con un piano globale e non con interventi spot e preelettorali. Salvo buon fine, naturalmente. Ma con eventuali risultati a babbo morto, visti i tempi necessari (Bari-Napoli nel 2028, se il cantiere non andrà a intermittenza come un albero di Natale). Ciò che rende indispensabili anche incentivi più pronti all’uso, come quelli per chi investe o assume. Un giorno sì un giorno no il ministro Padoan dice che ci sta pensando, pensa tu.

 Nel frattempo però succede che, degli aiuti per la crescita economica, al Sud vada solo l’11,2 per cento. Succede che, delle agevolazioni per l’internazionalizzazione delle imprese, al Sud vada il 2,9 per cento. Succede che, degli investimenti del Fondo strategico italiano, al Sud non vada un euro. Succede che, del Fondo italiano d’investimento, al Sud vada il 3 per cento. Tanto per far aumentare ancòra il divario. Tanto da non capire ancòra una volta che far crescere il Sud conviene a tutti così cresce anche l’Italia. E col timore che, attendendo attendendo il Masterplan, il Sud schiatti prima. Cioè altro lavoro perso e giovani che vanno via.

 Nel frattempo succede anche altro. Se il Sud deve sentirsi parte di un Paese che pur lo lascia fuorigioco, anche il Sud è orgoglioso dei successi dell’Expo. Dimenticando che, prima di aprire i battenti, ci sono stati più arrestati che innocenti. E dimenticando (anzi ricordando) che Expo si è fatta anche con i soldi delle tasse dei meridionali. Ora accade che Renzi voglia farne un polo mondiale dell’alta tecnologia. Bello. Mettendoci dentro un altro miliardo e mezzo in dieci anni: soldi nazionali. Sarebbe poco patriottico dire sempre e solo Milano, sempre e solo Nord. Ma sarebbe un autogol anche dimenticare che al Sud non ci sono mai i soldi per allargare una Statale dei trulli.                 

  

   

Memoria corta. E’ bastata la previsione di una crescita dello 0,1 per cento al Sud per far gridare a chissà quale storico boom. E tutti in gara nel rinnegare la Svimez che a luglio aveva parlato di pericolo di sottosviluppo permanente e di desertificazione industriale, economica, umana. Ah, noi non ci siamo mai riconosciuti in quel catastrofismo. Tanto più che la stessa Svimez ha dovuto ricredersi ora che la recessione finisce anche da noi. Lo 0,1 rispetto alla previsione dello 0,9 per il Paese, cioè lo 0,8 per cento in meno. Traduzione: divario che aumenta ancòra. Non sarà sottosviluppo permanente, ma neanche da stapparci spumante.

 Sullo sfondo, ovvio, il famoso Masterplan per il Sud. E anche i rapporti col suo ideatore, il capo del governo Renzi. Con quasi tutti i governatori e i sindaci del Sud improvvisamente convertiti sulla sua efficacia: a cominciare da quelli del Pd. Governatori meridionali che in quanto proprio tutti del Pd avevano fatto balenare l’illusione che insieme potessero essere l’Invincibile Armata contro i soliti contentini al Sud. E’ avvenuto il contrario: essere tutti del Pd non gli ha dato forza di farsi sentire, ma la debolezza di non voler contraddire il loro capo. E così il fronte comune ha funzionato, ma a retromarcia. Si sono fatti sentire tacendo.

 Memoria corta nel dimenticare che se non ci fosse stato l’allarme della Svimez, ora non staremmo a parlare nemmeno di Masterplan. E che se anche il buon Dio ha bisogno di suonare le campane, figuriamoci la Svimez se non avesse suonato la grancassa. Già allora si capì che era stata una botta di comunicazione, sottosviluppo permanente e deserto (e crescita inferiore alla Grecia) erano slogan ad effetto. Sappiamo tutti che il Sud è altro oltre che divario col Nord. Tante misconosciute eccellenze. Ma comunque, fuochi di artificio o no, i dati sono dati, e da incubo: in sette anni di recessione il Sud ha perso 13 punti percentuali di reddito, ha perso 576 mila posti di lavoro (il 70 per cento di quelli italiani), un giovane su due disoccupato, investimenti pubblici e privati crollati. Non sarà un deserto, ma meno che mai un paradiso terrestre.

 Quando, dopo un’attesa thriller, di Masterplan si è cominciato a sapere qualcosa, si è capito che era tutt’altro che il Piano dei Piani. Solo i fondi europei che c’erano già. E solo quei grandi lavori che avrebbero dovuto essere conclusi da tempo se il Sud non fosse stato trattato da Sud. Niente di nuovo sotto il sole dell’estate di san Martino. Danno al Sud ciò che il Sud doveva già avere: esempio il doppio binario fra Bari e Napoli per collegarle in meno tempo che per andare a New York. Restando sempre senza risposta la domanda del perché l’alta velocità ferroviaria al Nord si debba fare con i soldi nazionali e la bassa velocità al Sud si debba fare con i soldi europei. E se non ci fossero stati, si noleggiavano calessi?

 Però c’è, per la prima volta dalla Cassa per il Mezzogiorno, lo sforzo di un governo di mettere mano alla diseguaglianza a danno del Sud con un piano globale e non con interventi spot e preelettorali. Salvo buon fine, naturalmente. Ma con eventuali risultati a babbo morto, visti i tempi necessari (Bari-Napoli nel 2028, se il cantiere non andrà a intermittenza come un albero di Natale). Ciò che rende indispensabili anche incentivi più pronti all’uso, come quelli per chi investe o assume. Un giorno sì un giorno no il ministro Padoan dice che ci sta pensando, pensa tu.

 Nel frattempo però succede che, degli aiuti per la crescita economica, al Sud vada solo l’11,2 per cento. Succede che, delle agevolazioni per l’internazionalizzazione delle imprese, al Sud vada il 2,9 per cento. Succede che, degli investimenti del Fondo strategico italiano, al Sud non vada un euro. Succede che, del Fondo italiano d’investimento, al Sud vada il 3 per cento. Tanto per far aumentare ancòra il divario. Tanto da non capire ancòra una volta che far crescere il Sud conviene a tutti così cresce anche l’Italia. E col timore che, attendendo attendendo il Masterplan, il Sud schiatti prima. Cioè altro lavoro perso e giovani che vanno via.

 Nel frattempo succede anche altro. Se il Sud deve sentirsi parte di un Paese che pur lo lascia fuorigioco, anche il Sud è orgoglioso dei successi dell’Expo. Dimenticando che, prima di aprire i battenti, ci sono stati più arrestati che innocenti. E dimenticando (anzi ricordando) che Expo si è fatta anche con i soldi delle tasse dei meridionali. Ora accade che Renzi voglia farne un polo mondiale dell’alta tecnologia. Bello. Mettendoci dentro un altro miliardo e mezzo in dieci anni: soldi nazionali. Sarebbe poco patriottico dire sempre e solo Milano, sempre e solo Nord. Ma sarebbe un autogol anche dimenticare che al Sud non ci sono mai i soldi per allargare una Statale dei trulli.                 

  

   

Memoria corta. E’ bastata la previsione di una crescita dello 0,1 per cento al Sud per far gridare a chissà quale storico boom. E tutti in gara nel rinnegare la Svimez che a luglio aveva parlato di pericolo di sottosviluppo permanente e di desertificazione industriale, economica, umana. Ah, noi non ci siamo mai riconosciuti in quel catastrofismo. Tanto più che la stessa Svimez ha dovuto ricredersi ora che la recessione finisce anche da noi. Lo 0,1 rispetto alla previsione dello 0,9 per il Paese, cioè lo 0,8 per cento in meno. Traduzione: divario che aumenta ancòra. Non sarà sottosviluppo permanente, ma neanche da stapparci spumante.

 Sullo sfondo, ovvio, il famoso Masterplan per il Sud. E anche i rapporti col suo ideatore, il capo del governo Renzi. Con quasi tutti i governatori e i sindaci del Sud improvvisamente convertiti sulla sua efficacia: a cominciare da quelli del Pd. Governatori meridionali che in quanto proprio tutti del Pd avevano fatto balenare l’illusione che insieme potessero essere l’Invincibile Armata contro i soliti contentini al Sud. E’ avvenuto il contrario: essere tutti del Pd non gli ha dato forza di farsi sentire, ma la debolezza di non voler contraddire il loro capo. E così il fronte comune ha funzionato, ma a retromarcia. Si sono fatti sentire tacendo.

 Memoria corta nel dimenticare che se non ci fosse stato l’allarme della Svimez, ora non staremmo a parlare nemmeno di Masterplan. E che se anche il buon Dio ha bisogno di suonare le campane, figuriamoci la Svimez se non avesse suonato la grancassa. Già allora si capì che era stata una botta di comunicazione, sottosviluppo permanente e deserto (e crescita inferiore alla Grecia) erano slogan ad effetto. Sappiamo tutti che il Sud è altro oltre che divario col Nord. Tante misconosciute eccellenze. Ma comunque, fuochi di artificio o no, i dati sono dati, e da incubo: in sette anni di recessione il Sud ha perso 13 punti percentuali di reddito, ha perso 576 mila posti di lavoro (il 70 per cento di quelli italiani), un giovane su due disoccupato, investimenti pubblici e privati crollati. Non sarà un deserto, ma meno che mai un paradiso terrestre.

 Quando, dopo un’attesa thriller, di Masterplan si è cominciato a sapere qualcosa, si è capito che era tutt’altro che il Piano dei Piani. Solo i fondi europei che c’erano già. E solo quei grandi lavori che avrebbero dovuto essere conclusi da tempo se il Sud non fosse stato trattato da Sud. Niente di nuovo sotto il sole dell’estate di san Martino. Danno al Sud ciò che il Sud doveva già avere: esempio il doppio binario fra Bari e Napoli per collegarle in meno tempo che per andare a New York. Restando sempre senza risposta la domanda del perché l’alta velocità ferroviaria al Nord si debba fare con i soldi nazionali e la bassa velocità al Sud si debba fare con i soldi europei. E se non ci fossero stati, si noleggiavano calessi?

 Però c’è, per la prima volta dalla Cassa per il Mezzogiorno, lo sforzo di un governo di mettere mano alla diseguaglianza a danno del Sud con un piano globale e non con interventi spot e preelettorali. Salvo buon fine, naturalmente. Ma con eventuali risultati a babbo morto, visti i tempi necessari (Bari-Napoli nel 2028, se il cantiere non andrà a intermittenza come un albero di Natale). Ciò che rende indispensabili anche incentivi più pronti all’uso, come quelli per chi investe o assume. Un giorno sì un giorno no il ministro Padoan dice che ci sta pensando, pensa tu.

 Nel frattempo però succede che, degli aiuti per la crescita economica, al Sud vada solo l’11,2 per cento. Succede che, delle agevolazioni per l’internazionalizzazione delle imprese, al Sud vada il 2,9 per cento. Succede che, degli investimenti del Fondo strategico italiano, al Sud non vada un euro. Succede che, del Fondo italiano d’investimento, al Sud vada il 3 per cento. Tanto per far aumentare ancòra il divario. Tanto da non capire ancòra una volta che far crescere il Sud conviene a tutti così cresce anche l’Italia. E col timore che, attendendo attendendo il Masterplan, il Sud schiatti prima. Cioè altro lavoro perso e giovani che vanno via.

 Nel frattempo succede anche altro. Se il Sud deve sentirsi parte di un Paese che pur lo lascia fuorigioco, anche il Sud è orgoglioso dei successi dell’Expo. Dimenticando che, prima di aprire i battenti, ci sono stati più arrestati che innocenti. E dimenticando (anzi ricordando) che Expo si è fatta anche con i soldi delle tasse dei meridionali. Ora accade che Renzi voglia farne un polo mondiale dell’alta tecnologia. Bello. Mettendoci dentro un altro miliardo e mezzo in dieci anni: soldi nazionali. Sarebbe poco patriottico dire sempre e solo Milano, sempre e solo Nord. Ma sarebbe un autogol anche dimenticare che al Sud non ci sono mai i soldi per allargare una Statale dei trulli.                 

  

   

Memoria corta. E’ bastata la previsione di una crescita dello 0,1 per cento al Sud per far gridare a chissà quale storico boom. E tutti in gara nel rinnegare la Svimez che a luglio aveva parlato di pericolo di sottosviluppo permanente e di desertificazione industriale, economica, umana. Ah, noi non ci siamo mai riconosciuti in quel catastrofismo. Tanto più che la stessa Svimez ha dovuto ricredersi ora che la recessione finisce anche da noi. Lo 0,1 rispetto alla previsione dello 0,9 per il Paese, cioè lo 0,8 per cento in meno. Traduzione: divario che aumenta ancòra. Non sarà sottosviluppo permanente, ma neanche da stapparci spumante.

 Sullo sfondo, ovvio, il famoso Masterplan per il Sud. E anche i rapporti col suo ideatore, il capo del governo Renzi. Con quasi tutti i governatori e i sindaci del Sud improvvisamente convertiti sulla sua efficacia: a cominciare da quelli del Pd. Governatori meridionali che in quanto proprio tutti del Pd avevano fatto balenare l’illusione che insieme potessero essere l’Invincibile Armata contro i soliti contentini al Sud. E’ avvenuto il contrario: essere tutti del Pd non gli ha dato forza di farsi sentire, ma la debolezza di non voler contraddire il loro capo. E così il fronte comune ha funzionato, ma a retromarcia. Si sono fatti sentire tacendo.

 Memoria corta nel dimenticare che se non ci fosse stato l’allarme della Svimez, ora non staremmo a parlare nemmeno di Masterplan. E che se anche il buon Dio ha bisogno di suonare le campane, figuriamoci la Svimez se non avesse suonato la grancassa. Già allora si capì che era stata una botta di comunicazione, sottosviluppo permanente e deserto (e crescita inferiore alla Grecia) erano slogan ad effetto. Sappiamo tutti che il Sud è altro oltre che divario col Nord. Tante misconosciute eccellenze. Ma comunque, fuochi di artificio o no, i dati sono dati, e da incubo: in sette anni di recessione il Sud ha perso 13 punti percentuali di reddito, ha perso 576 mila posti di lavoro (il 70 per cento di quelli italiani), un giovane su due disoccupato, investimenti pubblici e privati crollati. Non sarà un deserto, ma meno che mai un paradiso ter