Contro il terrore meno candele

Sabato 21 novembre 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Avviso ai compatrioti del mondo occidentale. Ora che arriva Natale, nessuno osi discutere il presepe perché magari può urtare la sensibilità delle famiglie non cristiane. Fedele alla cultura della resa, di qualcosa del genere è stata capace in questi giorni la scuola italiana. Le terze classi dell’elementare Matteotti di Firenze non sono state più portate a visitare una mostra con le crocifissioni di Chagall e Guttuso, la pietà di Van Gogh, la via crucis di Fontana. Solo tre giorni prima era stato il papa in persona a volere nel battistero la stessa opera di Chagall (artista ebreo e già comunista). La marcia indietro della scuola conferma non solo la nostra sottomissione psicologica al mondo islamico, ma anche che da qualche tempo c’è chi si ritiene più cattolico di questo papa.

 DOPO PARIGI Il presepe è un nostro simbolo. E difendendo i nostri simboli non difendiamo solo la nostra vita ma la nostra anima. La Notte del Terrore a Parigi è stata un attacco alla nostra libertà di andare un venerdì sera al ristorante, a un concerto rock, allo stadio. Libertà banali di uno stile quotidiano, non ideologia e tanto meno religiosa. Piccola irrinunciabile felicità. A loro non piace, vogliono che respiriamo paura come loro respirano odio. E, approfittando della nostra libertà concessa anche a loro, lì ci hanno colpiti non solo perché c’era molta gente. Un attacco ai nostri costumi più che alle nostre convinzioni. Per questo ancòra più pericoloso. Se noi ci rinunciassimo, avremmo già perso la loro guerra che non si perde solo negli attentati ma anzitutto nelle proprie coscienze. Se la mettessimo a posto limitandoci a dire “Siamo tutti parigini”, quella coscienza sarebbe incoscienza.

 Eppure l’autoumiliazione non solo dei simboli avviene almeno da 14 anni, New York 2001-Parigi 2015. Una malattia europea chiamata “oicofobia”, rinuncia alle proprie radici. Come quando il sindaco di Bologna, Merola, dice che il crocifisso è roba da Medioevo. Come quando la Corte europea dei diritti umani punisce l’Italia perché lo espone in scuole e tribunali: se dobbiamo toglierlo, laicamente dobbiamo deciderlo noi non lasciarcelo imporre da chi ha un altro Dio. O come quando il Consiglio d’Europa condanna l’islamofobia ma tace sul massacro dei cristiani nei Paesi islamici, dove non si può aprire una chiesa mentre da noi si aprono (giustamente) le moschee.

 Ma in questi giorni è stato ricordato tanto altro sperando che, come finora, non restiamo “tutti parigini” per non più di due settimane. Poco prima della strage, intellettuali francesi avevano storto il naso quando il presidente Hollande aveva rifiutato di eliminare il vino a tavola per non urtare l’ospite presidente iraniano Rohani. Poco prima dell’attacco alla rivista satirica Charlie Hebdo, la Oxford University Press chiese ai suoi autori di eliminare nei testi scolastici le parole “maiale” e affini (dalle salsicce al prosciutto) per non offendere musulmani ed ebrei che non ne mangiano (fra poco magari li cancelleremo anche dai menu).

 VALORI ADDORMENTATI Quanto a Charlie Hebdo, soloni del prestigioso Pen Club si sono dissociati da un premio allo stesso settimanale colpito (e colpito senza che la satira c’entrasse molto, come quanto avvenuto ora ha dimostrato). E solo lo scrittore inglese Ian McEwan ha protestato perché l’americana Brandeis University aveva annullato la laurea honoris causa a un sopravvissuto del giornale. Giornale che poi ha provveduto da sé: niente più vignette su Maometto ma ironia sulla pretesa montatura fotografica di Aylan, il bambino di tre anni morto su una spiaggia turca durante la fuga dalla Siria.

 Nel frattempo tanti intellettuali prima silenziosi avevano plaudito alla scrittrice tunisina Seifeddine Rezgui che giustificava l’autore della strage di occidentali su una spiaggia del suo Paese. Mentre anche un’altra matita aveva abbandonato l’ironia: quella del cabarettista olandese Hans Teeuwen, amico del regista Theo van Gogh ucciso da islamici ad Amsterdam per un film non gradito. Teeuwen che ai funerali si era impegnato a continuare la battaglia contro i “fascioislamisti”. Anche se per lui e per Charlie Hebdo si può tanto più parlare di istinto di sopravvivenza quanto il loro (e nostro) mondo non è stato capace di difenderli né prima né dopo.

 Siamo in guerra e facciamo finta di niente. Anzi peggio. Ora che Hollande lo ha capito andando a bombardare in Siria, eccoti i pacifisti a urlare per i bambini siriani sotto le macerie. Quelli che avevano taciuto sui bombardieri russi all’opera lì da settimane. E taciuto sull’aereo di turisti russi fatto esplodere in volo. Nessuno vuole né guerra né bombe. Ma non possiamo solo celebrare il nostro funerale. Meno candele, più orgoglio per i nostri addormentati valori. Cominciamo ora dal presepe, se ci crediamo. Inno universale alla vita contro i kamikaze della morte.

Avviso ai compatrioti del mondo occidentale. Ora che arriva Natale, nessuno osi discutere il presepe perché magari può urtare la sensibilità delle famiglie non cristiane. Fedele alla cultura della resa, di qualcosa del genere è stata capace in questi giorni la scuola italiana. Le terze classi dell’elementare Matteotti di Firenze non sono state più portate a visitare una mostra con le crocifissioni di Chagall e Guttuso, la pietà di Van Gogh, la via crucis di Fontana. Solo tre giorni prima era stato il papa in persona a volere nel battistero la stessa opera di Chagall (artista ebreo e già comunista). La marcia indietro della scuola conferma non solo la nostra sottomissione psicologica al mondo islamico, ma anche che da qualche tempo c’è chi si ritiene più cattolico di questo papa.

 DOPO PARIGI Il presepe è un nostro simbolo. E difendendo i nostri simboli non difendiamo solo la nostra vita ma la nostra anima. La Notte del Terrore a Parigi è stata un attacco alla nostra libertà di andare un venerdì sera al ristorante, a un concerto rock, allo stadio. Libertà banali di uno stile quotidiano, non ideologia e tanto meno religiosa. Piccola irrinunciabile felicità. A loro non piace, vogliono che respiriamo paura come loro respirano odio. E, approfittando della nostra libertà concessa anche a loro, lì ci hanno colpiti non solo perché c’era molta gente. Un attacco ai nostri costumi più che alle nostre convinzioni. Per questo ancòra più pericoloso. Se noi ci rinunciassimo, avremmo già perso la loro guerra che non si perde solo negli attentati ma anzitutto nelle proprie coscienze. Se la mettessimo a posto limitandoci a dire “Siamo tutti parigini”, quella coscienza sarebbe incoscienza.

 Eppure l’autoumiliazione non solo dei simboli avviene almeno da 14 anni, New York 2001-Parigi 2015. Una malattia europea chiamata “oicofobia”, rinuncia alle proprie radici. Come quando il sindaco di Bologna, Merola, dice che il crocifisso è roba da Medioevo. Come quando la Corte europea dei diritti umani punisce l’Italia perché lo espone in scuole e tribunali: se dobbiamo toglierlo, laicamente dobbiamo deciderlo noi non lasciarcelo imporre da chi ha un altro Dio. O come quando il Consiglio d’Europa condanna l’islamofobia ma tace sul massacro dei cristiani nei Paesi islamici, dove non si può aprire una chiesa mentre da noi si aprono (giustamente) le moschee.

 Ma in questi giorni è stato ricordato tanto altro sperando che, come finora, non restiamo “tutti parigini” per non più di due settimane. Poco prima della strage, intellettuali francesi avevano storto il naso quando il presidente Hollande aveva rifiutato di eliminare il vino a tavola per non urtare l’ospite presidente iraniano Rohani. Poco prima dell’attacco alla rivista satirica Charlie Hebdo, la Oxford University Press chiese ai suoi autori di eliminare nei testi scolastici le parole “maiale” e affini (dalle salsicce al prosciutto) per non offendere musulmani ed ebrei che non ne mangiano (fra poco magari li cancelleremo anche dai menu).

 VALORI ADDORMENTATI Quanto a Charlie Hebdo, soloni del prestigioso Pen Club si sono dissociati da un premio allo stesso settimanale colpito (e colpito senza che la satira c’entrasse molto, come quanto avvenuto ora ha dimostrato). E solo lo scrittore inglese Ian McEwan ha protestato perché l’americana Brandeis University aveva annullato la laurea honoris causa a un sopravvissuto del giornale. Giornale che poi ha provveduto da sé: niente più vignette su Maometto ma ironia sulla pretesa montatura fotografica di Aylan, il bambino di tre anni morto su una spiaggia turca durante la fuga dalla Siria.

 Nel frattempo tanti intellettuali prima silenziosi avevano plaudito alla scrittrice tunisina Seifeddine Rezgui che giustificava l’autore della strage di occidentali su una spiaggia del suo Paese. Mentre anche un’altra matita aveva abbandonato l’ironia: quella del cabarettista olandese Hans Teeuwen, amico del regista Theo van Gogh ucciso da islamici ad Amsterdam per un film non gradito. Teeuwen che ai funerali si era impegnato a continuare la battaglia contro i “fascioislamisti”. Anche se per lui e per Charlie Hebdo si può tanto più parlare di istinto di sopravvivenza quanto il loro (e nostro) mondo non è stato capace di difenderli né prima né dopo.

 Siamo in guerra e facciamo finta di niente. Anzi peggio. Ora che Hollande lo ha capito andando a bombardare in Siria, eccoti i pacifisti a urlare per i bambini siriani sotto le macerie. Quelli che avevano taciuto sui bombardieri russi all’opera lì da settimane. E taciuto sull’aereo di turisti russi fatto esplodere in volo. Nessuno vuole né guerra né bombe. Ma non possiamo solo celebrare il nostro funerale. Meno candele, più orgoglio per i nostri addormentati valori. Cominciamo ora dal presepe, se ci crediamo. Inno universale alla vita contro i kamikaze della morte.