Povero te che non gridi

Sabato 14 Maggio 2011 ’ Gazzetta del Mezzogiorno ’

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

È come se tutta la vita fosse diventata un “Ballarò” o un “Annozero”, le due stimate trasmissioni televisive nelle quali non conta interloquire con l’avversario, conta urlare e insultare per strappare l’applauso. E che quasi sempre le voci si sovrappongano e che non si capisca nulla neanche per pietà non importa a nessuno, dovesse per caso qualcuno rendersi conto di ciò che dicono. Col bravo conduttore a minacciare di spegnere il microfono che non farà spegnere mai, fosse scemo con la guerra degli ascolti che si combatte minuto per minuto. Anzi la guerra dei non ascolti, si fa il tifo indipendentemente. Nessuno dei litiganti molla, perché chi molla ha perduto o è perduto. E non c’è niente di più eccitante di una curva Sud davanti a due tizi che se le dicono nei denti.

UNA RISSA CONTINUA Gridano sia che l’argomento sia una ragazza uccisa dal fidanzato, sia che discutano sul seno a pera o a coppa, sia che dibattano se a colazione l’uovo alla coque è indigesto. E dicono tante di quelle bugie che chi capisce qual è la verità vince un viaggio alle Bahamas. E’ stata la politica ad avviare la rissa perché conta poco che l’argomento sia la giustizia o il federalismo, sono già pro o contro a prescindere. E quello che hanno di fronte serve solo per dimostrare che non esiste. O per agganciarsi a ciò che dice indipendentemente da ciò che dice. 

Un tempo si esaltava la democrazia del “dissenting opinion”, il dissenso delle opinioni. Ora chi ha un’opinione è spazzato via dopo tre secondi netti da chi interrompe senza neanche aver ascoltato. E chi eccepisce, ma io non ho detto questo, fa più pena di un ippopotamo al Polo Nord. Se contasse ciò che ha detto, il programma avrebbe sùbito un calo di interesse, una frase dal senso compiuto è peggio della centrale nucleare di Fukushima e fa passare immediatamente a un altro canale. E non ti inviterebbero più perché sei uno che dice mentre a loro serve uno che non dice ma non lo dice gridando.

La politica ha cancellato le parole sostituendole con un “Grande fratello” in cui se non se le cantano li fanno uscire dalla Casa perché non adatti. Metti uno Stracquadanio, non riesci a farlo stare zitto neanche con i carabinieri, raccontano d’averlo visto continuare ad agitarsi anche due ore dopo la fine del collegamento, era in preda a un delirio compulsivo e non si era accorto che lo avevano chiuso nello studio buio. E non ne parliamo del ministro La Russa, il cui soave tono di voce è un ringhio continuo, tipo rumore di fondo. Soltanto dilettanti davanti a uno Sgarbi che si sa da dove parte ma non dove arriva, mitiche le sue accelerazioni alla Ferrari durante le quali è inutile chiedersi cosa sta dicendo tanto non lo sa neanche lui. Impagabile Di Pietro, fra un “che c’azzecca” e lo slalom fra i congiuntivi dovesse riuscirgli, appunto, di azzeccarne uno. Dovrebbero imparare tutti dal senatore Latorre che sembra un curato di campagna con gli occhi a tegamino e quando interviene è come un intervallo.

ONNIPOTENZA DELLA TV E’ stato il sistema bipolare a ridurre la politica a un tutti contro tutti che non salva nessuno. E a fare diventare archeologia le astruse ma inoffensive “verifiche programmatiche” e le “convergenze parallele” di un tempo. Travolte da chi definisce “c...oni” gli elettori che non votano per lui, a chi crea un movimento che chiama “vaffa”, a chi trancia uno sbrigativo “fuori dalle balle” verso gli immigrati, a chi dà dello spiccio “malato” a un anziano prete che diceva di amare più il popolo di Dio che il suo vescovo. Con una onnipotenza della televisione che ha stravolto tutto a spettacolo mentre magari la gente vuole sapere che ne sarà delle sue tasse e quando i suoi figli troveranno un posto.
Né la famosa gente riesce a tenersi lontana dal contagio, riproponendo la domanda se siano migliori i rappresentanti o i rappresentati, visto che anche a una riunione di condominio o a un collegio di classe o a un attivo sindacale mancano solo le telecamere per avere ascolti che battono pure il commissario Montalbano. Tempi in cui la quantità delle urla è più importante della qualità delle parole, la cattiva educazione è cattiva solo per qualche nostalgico rudere, la scurrilità paga più della signorilità, un moderato è un perdente nato e un fazioso è il minimo indispensabile. Il bello è che è nato in Parlamento un gruppo definito dei “responsabili”, ci si chiede responsabili di che cosa ma gli si consiglia vivamente di diventare quanto prima “irresponsabili”. Non vorranno mica giocare a perdere.

Da " La Gazzetta del Mezzogiorno " del 14 Maggio 2011