Il ragazzo di Napoli la ragazza di Bologna

Venerdì 4 dicembre 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Storie che parlano. Due 18enni commentano in tv la paghetta che il governo vorrebbe dare ai giovani. Cinquecento euro ciascuno a tutti, senza differenza fra chi ha i genitori che possono e chi no. E senza differenza fra regioni più ricche e meno ricche. Per la cultura, dovrebbero servire. Comprarsi libri, frequentare musei, andare a teatro. Nel Paese in cui i giovani non leggono più di un libro l’anno. E che ha il minor numero di laureati e diplomati in Europa.

 La liceale di Bologna dice che la paghetta sarà benvenuta, anche se i suoi già gliene danno una mensile per conto loro. Che le basta, si compra le sue cose, le fa vivere il suo tempo libero. Vuole iscriversi a giurisprudenza, studiare relazioni internazionali. Il ragazzo di Napoli frequenta la palestra di judo a Scampia, quella del maestro Maddaloni che ne ha tolto tanti dalla strada e già sfornato campioncini mondiali. Non ha potuto continuare a scuola, la paghetta sarà una manna perché non ha mai voluto chiedere ai suoi: per non metterli in imbarazzo. Il suo sogno è vincere le Olimpiadi. Ma più che la paghetta, dice che vorrebbe lavoro: quello serve.

 C’è più verità nella strada che su tutti i libri di filosofia. Anche la paghetta, invece di ridurre le distanze, le accentua. Mentre almeno le borse di studio sono progressive, sia pure in università i cui finanziamenti nazionali sono invece regressivi: di più a quelle che incassano di più dai loro studenti coi genitori che possono, di meno a quelle che incassano di meno perché i genitori non possono. L’Italia della ragazza di Bologna e del ragazzo di Scampia. Non solo ingiusta. Ma anche con le paghette per farla diventare ancòra più ingiusta. Paghette elettorali. Perché invece non si mette il riscaldamento nelle scuole?

 Quando si fanno le indagini sul rendimento degli studenti, quelli del Sud stanno sempre sotto a quelli del Nord. Saranno più asini, non solo poveri ma anche brutti. Nessuno si preoccupa mai di andare a vedere se la liceale di Bologna, mettiamo, ha avuto più biblioteche a disposizione del ragazzo napoletano. Se i suoi genitori hanno potuto pagarle più lezioni private. E se il ragazzo napoletano a un certo punto ha dovuto andare a servire al bar. Di sicuro quando è nato ha pianto di più come tutti i bambini meridionali perché capiscono che sono nati dove avranno tanto di meno.

 Proprio di questi giorni uno studio del professor Vittorio Daniele dell’università di Calabria (citato da Isaia Sales sul “Mattino”). I bambini della provincia di Trento ottengono nei test scolastici punteggi più alti di quelli campani, calabresi e siciliani. Ma in provincia di Trento il 23 per cento dei bambini ha potuto frequentare un asilo nido contro il 2 per cento delle regioni del Sud. Quando di recente si è messo mano agli asili nido pubblici, non si è deciso di darne più a Campania, Calabria e Sicilia per pareggiare, ma si è seguita la spesa storica: stessa sia dove in passato era stata maggiore, sia dove era stata minore. Coerente ingiustizia.

 Ma non è che ci sarà un nesso fra rendimento scolastico e frequenza degli asili? Così il Sud non ha solo voti più bassi, ma rischia di avere anche minore qualità professionale: di essere cioè meno competitivo. Quando compaiono le classifiche sulla qualità della vita, le città del Sud sono sempre indietro rispetto a quelle del Nord. Lasciamo stare i criteri di giudizio, che privilegiano l’economia come se non contasse anche altro (per capirci, è stata l’agenzia europea dell’ambiente a dire che la Pianura Padana ha il record continentale di morti per lo smog, Taranto purtroppo a parte). Ma le città del Sud vengono accusate quando invece si dovrebbe chiedere loro scusa. Perché la spesa pubblica dello Stato per i servizi è maggiore al Nord rispetto al Sud. Cioè la peggiore qualità della vita è voluta dagli stessi che se ne scandalizzano.

 Vedi i fondi per la sanità, maggiori dove ci sono più anziani (ma guarda, al Nord). Università già parlato, e poi ci si meraviglia che i giovani del Sud vadano a studiare altrove. E tutto questo con una Costituzione secondo la quale il livello dei servizi non deve differire a seconda di dove sei nato, i neonati del Sud non devono piangere di più. Ecco perché, nonostante le menzogne leghiste, al Sud si pagano più tasse locali: aumento del 44 per cento negli ultimi anni, perché solo così i Comuni tentano di supplire a ciò che non fa lo Stato. Federalismo grazie. E al di là della qualità dei sindaci, certo spesso non all’altezza ma in un panorama in cui le patrie galere sono piene di loro colleghi settentrionali.

 Si sottolinea sempre il divario economico, ma più inquietante è quello civile e sociale frutto di impari diritti e impari servizi collettivi concessi. La liceale di Bologna e il ragazzo di Scampia ne sono inconsapevolmente figli. Ma ora la paghetta, vedrete, (non) rimetterà tutto a posto.