Il Papa, Porta Pia e gli altri Mille

Domenica 6 dicembre 2015 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Anche alla Breccia di Porta Pia, che dette una capitale all’Italia, andò molto all’italiana. I papalini non trovavano una bandiera bianca per arrendersi. Nello strappare una tenda che la sostituisse, per la fretta un capitano si ferì con la scheggia di una granata. A pochi passi dal cosiddetto fronte, tanti ufficiali vaticani sedevano beati al bar scolando birra. E i reali dovevano guardarsi più dagli scalmanati garibaldini loro alleati che dal nemico che gli doveva sparare addosso.

 Ancòra. Come sempre nella sua storia millenaria, anche questa volta la magia dell’Urbe conquistò i suoi conquistatori. Forse per questo quando, dopo il ferro e fuoco, si vide quanto basso fosse il bilancio delle vittime, si capì che ci si era più agitati che combattuto. Nel giro di un paio d’ore, popolazione e invasori avevano già fatto pappa e ciccia. E quando si trattò la resa, si scoprì che le condizioni offerte dai vincitori erano più generose di quelle richieste dagli sconfitti. Semo de Roma.

 Così, in un tiepido 20 settembre del 1870, si risolse la spinosissima Questione Romana e la nuova Italia poté finalmente ricongiungersi alla sua Madre Lupa. Dopo anni da parte della Santa Sede di un unico grido: “Con l’Italia mai”, come Alfio Caruso titola il suo libro (Longanesi ed., pag. 314, euro 18,60). Aggiungendo nel sottotitolo il tema centrale della sua inedita narrazione: “La storia mai raccontata dei Mille del Papa”.

 Così diventammo nazione di Mille in Mille. Essendo, i Mille del papa, principi, banditi, uomini di fede, mercenari arrivati da 27 nazioni. Col giuramento di salvare il Regno di Dio dalle grinfie del Regno d’Italia. Ma prima dei resistenti dei momenti finali, per dieci anni furono soprattutto tali fior di nobili che, si disse, avrebbero potuto essere la lista di una festa da ballo alla corte di Luigi XIV.

 Li univa non solo la religione e la devozione contro i mangiapreti della massoneria internazionale che avevano fatto l’unità (con Garibaldi, ovviamente, primo dei diavoli). Li univa non solo un odio profondo (peraltro ricambiato) verso chi aveva proclamato “libera Chiesa in libero Stato”. Ma li univa anche un complicato gioco di scacchi delle potenze europee che, camuffato in appoggio o no al papato,  era in realtà una lotta per l’egemonia continentale.

 Caruso, catanese, fertile romanziere e storico, ne rievoca le trame con meticolosità da entomologo. Ma ci dice soprattutto come questi altri Mille fecero per dieci anni l’impresa di evitare la presa, contando sulle divisioni altrui più che sulla propria compattezza. Perché se oggi il buon Francesco dice di ringraziare Iddio che fra i suoi non ci sia una nuova Lucrezia Borgia, allora l’odio verso i nemici fece molto di più dell’amore fra gli amici. Più che eroismi, si costruirono carriere. Orazioni e taverne. Una crociata a difesa di un papa Pio IX che, prima di diventarlo, era stato imbattibile negli sport a cominciare dal principale: la caccia alle donne, soprattutto se sposate. Per questo fu affidato a uno zio Paolino a Roma, dove si diventa qualcuno soprattutto in Vaticano.

 Ma al di là di questo contorno, anche Roma Capitale nacque nel peggiore dei modi come tutta l’Italia. Pio IX voleva per il Paese una confederazione magari sotto il suo alto patronato. Non andò così. E allora il suo potere temporale, giusto o no che fosse, non poteva reggersi sui suoi Mille come è una barzelletta continuare a credere che l’Italia fu opera dei Mille di Garibaldi. Ci furono equilibri internazionali a fare la storia. Così come la resistenza del papa re e del suo Stato fu dovuta, più che al contingente militare francese che la puntellò, all’indecisione e alla mutevolezza degli scenari internazionali che man mano si creavano.

 Caruso ce ne dà conto. Ma soprattutto ci dà conto della vita quotidiana che precedette l’evento epocale del crollo di un potere universale che per secoli aveva impedito che l’Italia diventasse Italia. Con la rivolta della popolazione tanto attesa quanto mai avvenuta perché figuriamoci i romani che alle 18 dovevano tornare a casa per cena. I periodici tentativi d’assalto del solito Garibaldi con Vittorio Emanuele II che lo pugnalava ma sotto sotto sperava in lui. La confisca dei beni ecclesiastici e la soppressione degli ordini religiosi da una parte. Il famigerato Sillabo contro la modernità come negazione di Dio e il dogma dell’Infallibilità dall’altra. Fra sinceri sentimenti dei migliori e voltagabbana dei peggiori.

 Insomma anche in questo momento del destino, Roma si confermò Città Eterna. Nel senso di eternamente uguale a se stessa.