Italiani educati? Un falso allarme

Sabato 16 gennaio 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Mode &Modi, gli Italiani e il Resto del Mondo. Arriva un invito intellettual-mangereccio: organizziamo nel mio locale una cena durante la quale tre studiosi dibattono di Mediterraneo e chiudiamo con un concertino. Il promotore è di sicuro uomo di buona volontà, vorrà dare un tono al suo lavoro e ai suoi piatti e trasformare la regola <dimmi come mangi e ti dirò chi sei> in <dimmi cosa fai mentre mangi> e ti dirò sempre chi sei. Ma forse ha visto troppi film sull’America dove un premio Nobel parla a commensali in smoking che non osano sfiorare una forchetta neanche con lo sguardo. Da noi invece quando si mangia si parla solo di ciò che si mangia, il massimo della cultura proponibile è il cibo, magari un colto scambio di opinioni se patate-riso-e-cozze si faccia con le zucchine o no. O se orecchiette e cavoli presuppongano l’acciuga. Insomma la convivialità non vuole pensieri come un noto attributo maschile.

 VISTI A TAVOLA E’ vero che anche da noi può capitare di vedere qualcuno solo al tavolo giochicchiare con lo smartphone, ma deve essere un dirigente torinese in trasferta incapace finanche di scambiare una battuta sull’Inter col cameriere. E per fortuna, nonostante i rischi di contagi da esportazione come la Xylella, non attecchiscono ancòra robe come il sudcoreano <mukbang> (che è mukbang anche nel nome). Sono persone appunto sole che, per farsi compagnia durante la cena, vedono su Internet video con disperati che cenano non meno soli di loro. Non comunicano ma masticano insieme senza sapere nulla l’uno dell’altro. Si scambiano silenzio ma almeno si consolano. Così come ci sono video solo con invitanti piatti pronti che almeno incoraggiano sui propri, danno allegria. La chiamano <food porn>, pornografia gastronomica. Ma più che pornografia, è una depressione.

 Continuiamo a non essere italiani in nulla tranne che col cibo, nonostante i tradimenti della dieta mediterranea a favore di giulivi salsicciotti al kechap e di kebab invitanti come tomaie. Vedi questa storia ricorrente dei ristoranti che dovrebbero restituire gli avanzi ai clienti. Pratica partita dalla solita cozzalona America e prima spacciata come <doggy bag>, il sacchetto per il cane. Ti dovresti riprendere la mezza bistecca (che in effetti può piacere al quadrupede), ma l’insalata che annerisce e il triangolo di pizza pietrificato proprio no. Non ne parliamo del vino aperto e ritappato. Il fatto è che, come è stato giustamente detto, in America mangiare è un atto economico, non si spreca niente. Da noi è un atto politico-ideologico, ne va della dignità. Pare brutto. Uno che uscisse col sacchetto avrebbe i sorrisini di tutti addosso, una passerella dell’infamia.

 VISTI IN CODA Saremo pure pezzenti e viziosi, ma lo stile è stile. Avendo noi un’antica civilissima alternativa alla busta che la crisi sta riattizzando. Siamo gli inventori delle frittate di maccheroni del giorno dopo, del pane vecchio abbrustolito e con un filo d’olio, delle ribollite in pentola e delle resurrezioni in padella. Li risvegliamo dal coma con la complicità dei frigoriferi e la delusione delle pattumiere. Siamo capaci di ridare vita e colore agli avanzi che manco Raffaello o Jean Pierre di Givenchy. Per non parlare delle inimitabili finzioni da povertà come gli spaghetti allo scoglio, gli uccelletti scappati, i pesci di montagna, la pasta con la mollica invece del formaggio. Ha ragione l’antropologo Marino Niola: Avanzi Popolo alla riscossa.

 Ma restando nel chiacchiericcio d’inizio anno, c’è chi avrebbe scoperto ciò che per gli italiani non avremmo mai immaginato. Ciò che non si sa nemmeno se sia un complimento o una offesa. L’incredibile annuncio è che gli italiani avrebbero imparato a fare la coda. Più incredibile di una Giorgia Meloni che non parli come Gigi Proietti. Lo dimostrerebbero le code dell’Expo di Milano, che più che code erano paludi h24 di gente che voleva entrare soprattutto nel padiglione del Giappone. E senza neanche che regalassero quel Rolex che ha scatenato la rissa tra i fior di diplomatici italiani in Arabia Saudita. Italiani in improbabili raffronti di coda con codisti storici come gli inglesi, che si mettono in coda anche quando stanno soli. E che considerano la coda un simbolo patriottico più che un insulto alla mamma. O italiani mai come a Disneyland, dove si mettono in coda a zig zag per farla sembrare meno lunga. O come in Giappone, dove all’arrivo della metro non si accalcano sulle porte incastrando quelli che escono ma si dispongono ordinatamente ai lati come un picchetto d’onore.

 Per offrire un diversivo alla Boschi o ai Cinquestelli, gli inventori di patacche in questi giorni sono più fertili delle madri degli imbecilli. Staremo buoni finché non scopriranno che gli italiani amano le tasse. Non possiamo perdere anche la faccia dopo aver perso tutto il resto.