Le colpe naziste nel < Labirinto del silenzio >

Sabato 16 gennaio 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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IL LABIRINTO DEL SILENZIO – di Giulio Ricciarelli. Interpreti: Alexander Fehling, Andrè Szimansky, Friederike Becht, Gert Voss. Drammatico, Germania, 2014. Durata: 1 ora 56 minuti.

 

 Magari portateci i ragazzi delle scuole a vedere questo film per la prossima Giornata della Memoria. Soprattutto perché non è il solito comunque benvenuto film su Auschwitz. E’ un film sul dopo-Auschwitz, cioè sulla Dimenticanza. Quando soprattutto la Germania aveva molta più voglia di pensare al miracolo economico che alle sue colpe. Ma anche gli Alleati, più impegnati nella guerra fredda con l’Unione Sovietica che nella condanna del passato. Avendolo condannato, in effetti, solo a Norimberga nel ’46, quando la maggior parte se la cavarono e finirono presto in libertà.

 La Rimozione fu l’effetto di una generale auto-assoluzione. I ventenni non sapevano niente dello sterminio. I reduci ritenevano di aver solo rispettato gli ordini. La popolazione aveva aderito al cento per cento al nazismo perché ogni figlio potesse processare il padre. E i tanti ebrei sopravvissuti tacevano per pudore, vergogna, dolore. Tutto regolare.

 Perciò, quando nel 1958 un giovane pubblico ministero s’imbatté in un maestro di scuola elementare ex-sgherro delle SS, nulla sarebbe avvenuto senza la sua tenacia. Benché avesse contro l’indifferenza di tutti che lo consideravano mezzo matto. E benché la sua indagine lo portasse a scoprire tremendi segreti nella sua stessa famiglia.

 Il film è il racconto della sua lotta per sconfiggere Il labirinto del silenzio. Impresa immane, traccia dopo traccia nella solitudine più angosciosa e nella devastazione delle mostruose verità che affioravano. Fino ad arrivare al processo di Francoforte nel 1963. Dove 19 ex-aguzzini del lager furono condannati. E per la prima volta erano stessi tedeschi che condannavano i loro soldati. Storico non tanto per la punizione ai colpevoli, quanto per la giustizia alle vittime che rischiavano di essere vittime due volte se le loro sofferenze fossero state ignorate come mai avvenute.

 La stessa Germania ha scelto ora questo film per la sua candidatura all’Oscar (non è però entrato nella cinquina finale). Benché sia stato girato da un italiano come il milanese Giulio Ricciarelli, produttore e attore lì da tempo vivente. O forse perché solo un non tedesco poteva, chissà. Film non capolavoro, ma puntuale e didascalico. Con piccola deriva sentimentale ma protagonisti appropriati, compreso il grande attore teatrale Gert Voss nel ruolo di Fritz Bauer, il procuratore ebreo grazie al quale fu catturato Eichmann, processato a Gerusalemme due anni prima. Mentre sfuggì sempre Mengele, il medico della morte.

 Dovevamo solo aprire gli occhi, dissero quando cominciarono a farlo. Il film serve a tenerli sempre aperti perché l’orrore è di nuovo fra di noi.