Difendiamo i bistrattati giovani del nostro Sud

Venerdì 22 gennaio 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Dire a Bari di non iscriversi più a Giurisprudenza, è come parlare male di san Nicola. Quest’anno poi le matricole sono aumentate e allora l’incidente diplomatico è evitato. L’Ordine può rinfoderare la scimitarra. E’ stata premiata l’attività di promozione nelle scuole, spiegano dalla facoltà. Incuranti che a Bari, pare, ci siano più avvocati che nell’intera Francia. Ma il problema non è Giurisprudenza in quanto Giurisprudenza. Il problema era il vecchio rassicurante mantra che la faceva scegliere: perché dopo dà molti sbocchi. Proprio gli sbocchi che non ci sono più.

 Nell’impari distribuzione del lavoro in Italia, al Sud era riservato soprattutto il posto pubblico. Una condanna dell’economia e della politica non una libido, caro avvocato Checco Zalone. Anzitutto lo Stato: diventarne un impiegato o un funzionario, era un Bingo. Poi l’insegnamento, con la corsa a frequentare Lettere o Magistero. Infine la Magistratura. Chi dice che il Sud è sempre stato l’ossatura amministrativa del Paese, dice il vero: dall’applicato aggiunto al caposervizio, dal questore al prefetto. Ma farebbe bene a non considerarlo un vanto, visto che è sempre stata l’alternativa alla produzione più facile nelle regioni cui se ne davano più mezzi.

 Ma possiamo raccontare la solita storia? Anche il mestiere di meridionalista non dà più sbocchi al Sud, dato che non cambia mai niente. Il fatto è che i giovani al Sud hanno cominciato a fare tre cose. Anzitutto iscriversi sempre meno all’università: se non promuove, se non c’è più neanche il posto pubblico, a che vale? Magari a rimandare la sentenza su cosa fare da grandi. Perciò, nonostante tutto, i giovani del Sud sono i più masterizzati d’Italia (nel senso di master seguiti): tecnica di rinvio più che strumento di arricchimento. Pochi al mondo studiano perché piace studiare.

 Poi i giovani del Sud hanno ripreso ad andar via dal Sud, a cominciare dai migliori, e ora già dall’età dell’università. Più un destino che una scelta, ciò che priverà il Sud di quegli ingegneri, medici, agronomi, ricercatori che sarebbero stati la sua classe dirigente (ne ha qui scritto giorni fa il professor Colonna del Politecnico di Bari). Infine i giovani del Sud non fanno più figli. E ne fanno ancor meno della media di tutto un Paese che non ne ha mai fatto così pochi dalla sua unità. Far figli è credere nel futuro, merce nazionale scarsa in Italia nonostante Renzi e le renzate.

 Sia chiaro: chi va via non è più la rondine triste di una volta. Questa è la generazione Erasmus e “low cost”. Questi sono abituati a viaggiare dalle elementari, in un paio d’ore di volo a basso prezzo si va in tutt’Europa, Internet li fa dialogare col mondo. E poi vanno via anche dal Nord. Anzi da tutti i Paesi: quelli che lasciano Francia, Germania (ebbene sì) e Gran Bretagna sono il doppio dei nostri. Oggi più che mai, i giovani hanno piedi leggeri più che radici. E’ la globalizzazione, bellezza.

 Ma specie al Sud, cominciano a tornare. Andate su Facebook alla pagina del gruppo salentino “Bentornati al Sud” e leggerete testimonianze spesso incredibili di percorso inverso. E quasi sempre con successo, mica arrangiarsi. Storie di inventiva e di tenacia, storie di alleanze. I giovani del Sud cominciano poi a non partire più. Avendo però qui ragione il sociologo De Rita secondo il quale il Sud potrebbe galleggiare in una ambiguità che non è né sottosviluppo né tantomeno sviluppo ma sopravvivenza. O vivenza, perché no. Essi sono quella elasticità e quella flessibilità che si sollecitano più di quanto si capisca che sono già fra noi. Un adattamento continuato, spesso con punte di eccellenza, come solo al Sud si sa. Ma non un deserto, nonostante tutto ciò di cui il Sud è privato in attesa di masterplan e dintorni. Questi giovani sono la conferma che anche al Sud si può.

 Perciò sono un po’ una quaresima fuori luogo i recenti dati (università del Salento) sulle startup tecnologiche pugliesi. Quelle piccole aziende innovative avviate con denaro pubblico sarebbero in buona parte morte dopo qualche anno. E se non morte, in crisi. Proprio mentre la Regione assetata di cancellazione del passato (comunque sia) cancella il programma di sostegno che aveva aguzzato l’ingegno di tanti giovani. Che è ciò che conta, la voglia alla Vittorio Alfieri, essendo le loro aziende vittime della cecità del sistema non di scarso ingegno. Quel sistema che non avrebbe mai fatto crescere l’azienda di Monopoli che ora  fabbrica l’aereo superleggero più veloce del mondo, o quella di un 22enne di Poggiardo che ha inventato le pale eoliche piccole come un elettrodomestico.

 Proposta alla Regione: se proprio considera denaro perso quello che stimola la creatività, non lo dia. Ma si impegni a garantire con le banche il finanziamento a questi tanti Archimede. Altrimenti sarà vero che la Puglia non è un posto per giovani, il che non si sa chi possa eccitare.