Triste il mestiere del moderatore

Sabato 23 gennaio 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Tanto tu te la cavi. E’ la decisiva rassicurazione che stende l’intellettuale invitato a presentare un libro altrui. O a moderare un convegno, quando l’intellettuale obietta qualcosa. Perché se c’è un aspirante suicida nella persona dell’autore di libri che presenta il libro di sé medesimo, c’è un predestinato al bagno che è appunto l’intellettuale per conto altrui. Ritenuto per principio pronto all’uso come uno spray, basta agitare prima. Nel senso di capace di cavarsela sempre. Ciò che fa capire non solo le condizioni drammatiche in cui l’invito lo caccia. Ma fa capire quanto l’organizzazione e la competenza siano in Italia più improbabili di un dubbio nella testa di Renzi. E dal 476 dopo Cristo, caduta dell’Impero romano, non da quando il maestro Marcello D’Orta ha scritto il memorabile “Io speriamo che me la cavo” raccogliendo i temi di sessanta scolari napoletani. Più inno nazionale di “Fratelli d’Italia”.

 PRESENTAZIONE LIBRI Specie se è un romanzo, un libro in Italia non è libro senza 300 pagine minime. Tanto più lunghi quanto più lungo è l’elenco degli italiani che non leggono: si fa prima a contare quelli che leggono. Ma visto che non leggono, che me ne importa se lo faccio lungo? Ovvio che ci sia sempre il Campionissimo più bravo di Fausto Coppi sul Tourmalet: l’ho letto in una notte. Se è insonne, meglio lasciar perdere perché durante l’insonnia non distingui un comodino da una spremuta d’arancia. Se non è insonne, è uno troppo brillante per avere a che fare con noi poveretti che di notte dormiamo. E che un libro di 300 pagine, ci mettiamo due mesi se nel frattempo non si rompe la lavatrice o non ti sei tirato un dente.

 Il problema è che, sai come sono questi editori, il libro è uscito avantieri e si presenta dopodomani. Quand’anche uno si ritiri in Tibet, scarsi tre giorni. Tanto tu te le cavi. Cioè sei capace di parlare di ciò che non conosci, anzi soprattutto. Con l’autore che ti segue angosciato parola per parola attendendo inutilmente che tu ti ricordi del suo libro invece di dire nella misura in cui. Il fatto è che, anche se il libro è consegnato, come di dice, col dovuto anticipo, il rischio della patacca è sempre grande. Ci sono più presentatori di libri che non hanno letto il libro di quanta sia tutta la filosofia del mondo, si può dire arrangiando una citazione tanto ignota quanto figa.

 Questo non esclude, per carità, che ci sia un’Italia migliore. Quella che il libro lo ha letto. E siccome lo ha letto, ed erano 300 pagine, vuoi che non si presenti alla presentazione con sei cartelle spazio uno e cento battute a rigo? Anzi, parliamoci chiaro, un libro è tanto più importante quanti più ne sono i presentatori. Furoreggiano presentazioni in cui ne troneggiano quattro o cinque più il moderatore, anzi il domatore per evitare che ciascuno non parli più di mezzora, il che con due conti si capisce dove si va a parare. E siccome più sono meno sono coordinati, verso notte fonda gli ascoltatori si chiedono di cosa parlasse il libro.

 MICIDIALE CONVEGNO Poi c’è l’altra faccia del “Tanto tu te la cavi”. C’è l’”Ehi, tutto tu”. Quando eccepisci che intellettuale sarai, ma non una Treccani. Insomma non si può nel giro di un mese presentare un romanzo storico (385 pagine) sulla distruzione di Pompei, un saggio di 530 pagine sul museo Lombroso di Torino (che deve chiudere perché razzista e antimeridionale), uno studio in onore di tal ottimo personaggio sul Decentramento per ben governare l’Italia (216 pagine in corpo 5). Da qualche parte deve partire il bidone. O chessò, gli appunti scambiati, il Vesuvio spacciato per un ente locale. Ammesso che in quest’altro frattempo il presentatore non debba fare la coda per una bolletta o non sia in terapia per una sciatica. O, più banalmente, non debba assicurarsi la cena quotidiana. Lasciate ogni speranza voi che siete autori.

 Infine il capitolo convegni. L’Italia è un Paese sempre sull’orlo del baratro, ma in quanto a convegni non lo frega nessuno. Finché c’è convegno c’è speranza. Nella maggior parte dei casi col moderatore designato che, più che moderare, deve eccitare il pubblico il quale, tanto resta, perché dopo c’è il rinfresco. E con convegni che, nonostante i disperati allarmi del moderatore suddetto, non sarebbero convegni se non parlassero almeno in dieci: tanto sai che parlo poco. Anche qui da crederci come se il Paese fosse felice di pagare le tasse. E con lo smarrimento delle telecamere che, non sapendo quale botta di vita da convegno inquadrare, acchiappano soprattutto quello che si scaccola il naso.

 Ci vorrebbe un sindacato dei presentatori di libri e dei moderatori di convegni. L’altro sindacato che ci manca. Anzi, visto che ci siamo, scriviamo un libro in tema e organizziamo un convegno. Solo così capirete cosa significa quando i libri li scriviamo noi e i convegni pure. Attenti, che la ruota gira, anzi la capa.