Fra misteri di donna e vita di poveri cristi

Domenica 24 gennaio 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Si potrebbe fare un annuncio: quatto quatto è nato uno scrittore. Ma sarebbe tardivo perché lo scrittore c’era già. Trattasi di Antonio Del Giudice, andriese di 67 anni già noto a queste pagine avendoci lavorato in gioventù. Poi giornalista in giro per testate italiane, fino all’approdo degli undici anni di direzione al “Centro” di Pescara, città dove ora vive. Alla terza uscita di narrativa. E signori, chapeau, tanto di cappello.

 E’ una raccolta di racconti questo suo fresco “La bambina russa e altri racconti” (Tabula Fati ed., pag. 103, euro 10). Racconto breve genere difficile, specie in una ineffabile Italia che, pur leggendo poco, ciò che legge lo preferisce lungo. Si comportasse così anche in questo caso, sbaglierebbe. Chissà come fa Antonio (sia permesso solo il nome senza sospetto di connivenza), chissà come fa a conoscere così bene l’animo femminile. Mistero più mistero della composizione dell’universo. Avrà fatto studi ignoti.

 La sua sfilata di protagoniste sono Milena e Natàlia, Silvia e Krystyna, Lia e Simona. E la bambina russa. Giovani e anziane, ricche e povere, belle e brutte. Ma una sorta di paesaggio felliniano segnato, più che dal dolore, da un mistero impenetrabile: la fatica di amare. Così una è incinta non sa di chi. Una figlia di papà e figa che si fa il cafone. Una al mulino col suo sudario di lutti. Una alla caccia di guinzagli da cui sfuggire. La fotografa e il vignettista. La studentessa e il mostro. La giovane inconsapevole prostituta dello stesso Paese del papa.

 Ciascuna donna, in alcuni casi con tutto il rispetto, può specchiarsi in loro. Questo il primo segreto della narrazione, quella che dura oltre il punto finale. E pur subendo esse quell’aggrapparsi all’amore come una gruccia (comunque mica tutte), la scoperta è che gli sconfitti sono sempre gli uomini anche quando le ferite sono delle donne. Perché gli uomini sfuggono la sofferenza ingrediente obbligato anche di un amore solare. E la sfuggono per incapacità non per viltà (diciamo così).

 Una malinconia come una ninna nanna pervade il tutto, specie quando i colori si tingono di tragico. Non meno di quando esplodono di torrido. Ma mai lacrimevole, filtrando Antonio le sue storie di uno sguardo compassionevole che fa di ogni sua eroina comunque una bandiera di vita. Diciamo l’allegria triste di un tango, e con questo basta raffronti. Da aggiungere solo che, parlandosi di donne, spesso sono vedove, e ci si permetta uno scongiuro.

 Molto non funzionerebbe, però, senza la scrittura di Antonio. Sembra scandita da un pendolo, un tic tac secco senza un fronzolo. Frasi scarne, veloci e sincopate come in una sceneggiatura che non lascia spazio a retorica. Un ritmo tambureggiante e inesorabile (troppo?) che mantiene avvinta l’attenzione. Legname estremo di giornalista in salsa narrativa.

 Poi c’è una seconda parte. I povericristi dei semafori, dei marciapiedi, degli angoli delle strade. La prossima fermata con la varia umanità del bus linea 34. In coda alle poste per le solitudini a caccia di una chiacchiera. Articoli sportivi fra cicce da smaltire e silhouette da affilare. Insomma il nostro mondo di ogni giorno. Con una liberatoria conclusiva zampata del popol nostro del “non se ne può più”.

 Avviso ai naviganti. Può sembrare una marchetta da giornalista a giornalista. Sbagliato: poche categorie non si pigliano fra loro come i giornalisti. Qui si ritiene che ci sia merito quanto sorpresa. E rien ne va plus.