Storia della mafia dal Sud al Nord e dal Nord al Sud

Domenica 7 febbraio 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Domanda: come mai le mafie italiane hanno il record mondiale di durata di oltre due secoli? Risposta: grazie a un errore che è il sistema rapido per farle durare altri due secoli. E qual è l’errore? L’errore è considerarle solo figlie del Sud, della sua storia locale, della sua arretratezza, dei suoi dirigenti. Peggio: della sua mentalità. Con la conseguenza: eliminiamo il Sud e avremo eliminato le mafie. Questo errore spiega “Perché le mafie hanno avuto successo”, sottotitolo del libro “Storia dell’Italia mafiosa” di Isaia Sales (Rubbettino ed., pag. 444, euro 19,50).

 Qual è allora la verità? La verità è che le mafie non sono solo storia criminale, e tanto meno storia criminale del solo Sud. Sono un potere e una istituzione. E non in guerra col potere nazionale statale e con le sue istituzioni pubbliche. Ma in rapporto silente, condiviso e altalenante con loro. Fanno parte della geografia delle classi dominanti. E senza le relazioni comunemente accettate fra il loro potere e gli altri poteri, sarebbero già sconfitte. Relazioni diverse nel tempo. Più o meno intense secondo circostanze e luoghi. Secondo, diciamolo, convenienze reciproche. Le mafie sono scambio.

 Apriti cielo: lo Stato tratta con le mafie. Si sa del processo in corso. Si sa che vi è stato chiamato a testimoniare addirittura l’ex presidente Napolitano. Questo non vuol dire, calma, che lo Stato italiano sia mafioso. Né si nega che, per particolari condizioni, le mafie siano nate al Sud. Ma devono la loro lunga vita al modo in cui il Sud è stato integrato nell’Italia unita, e a quanto esse sono state utili per raggiungerla e conservarla.

 E’ una longevità che poi si è protratta grazie al ruolo non sostituito e insostituibile che il blocco politico-mafioso ha avuto di volta in volta negli equilibri che hanno retto l’Italia. Ruolo ricercato e non subìto. Dal 1861 a Depretis, da Crispi a Giolitti, da Andreotti a Berlusconi. Passando per personaggi e fatti che hanno riguardato tutta l’Italia. A destra e a sinistra. Partendo da Sud ma facendo comodo al Paese.

 Non fosse stato così, sarebbero state spazzate magari con la stessa ferocia usata col brigantaggio. E lasciamo stare l’ormai conclamato ruolo da loro avuto con Garibaldi in Sicilia e a Napoli, quando l’ordine pubblico fu appunto affidato ai nemici dell’ordine pubblico. Ma le mafie furono fondamentali per sostenere quei rappresentanti filogovernativi del Sud cui il nuovo Stato a lungo si affidò per il suo consolidamento. Il famoso blocco agrario latifondista in accordo col blocco capitalistico nordista cui consentì l’espansione (e annesso divario).

 Insomma l’Italia è nata anche grazie a un patto con le mafie. Ed è cresciuta con questa sorta di intesa fra istituzioni. Ai Savoia non piacevano ma servivano. Mafie di nuovo decisive quando si dovette rifare l’Italia dopo l’armistizio della seconda guerra mondiale. E decisive poi, col lavoro sporco loro affidato, in funzione governativa e anti-comunista quando il Paese rischiò di nuovo una guerra civile nella guerra fredda (dicono niente Salvatore Giuliano e la strage di contadini a Portella della Ginestra?). Il tutto prima e dopo con l’uso e la benedizione del mondo occidentale e della Chiesa.

 Isaia Sales non è Isaia Sales a caso. Docente appunto di “Storia delle mafie” all’università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Coautore di un “Atlante delle mafie” (sempre per Rubbettino con altri due studiosi come Enzo Ciconte e Francesco Forgione). Già sottosegretario al Tesoro nel primo governo Prodi. In questo ambientino, in un’Italia puntellata dalle mafie col voto e condizionata col sangue (perché sempre mafie sono), qualcuno può aver avuto tempo, voglia e interesse a combatterle? C’è stato scontro quando l’equilibrio poteva diventare squilibrio da una parte e dall’altra. Con un’aggravante per il Sud: il mantenimento di rapporti sociali, politici e di proprietà tanto arretrati e antistorici fino alle soglie del boom del ‘900. Rapporti che, se utili per l’Italia, sono stati una iattura per il Sud. Tranne accusarlo sia per le mafie che per il suo incompleto sviluppo.

 Rifiutando la ferrigna tesi antropologica del Sud mafioso per natura, Sales chiede come mai le mafie radicate nelle regioni più povere (e che hanno reso ancòra più povere) si siano poi affermate in quelle più ricche, e tutt’altro che come corpi estranei: stessa mentalità, allora? Comoda razzistica tesi coloniale. E come mai il terrorismo è stato battuto e le mafie no? E visto che l’omertà c’è anche al Nord, non c’entra nulla col rinfacciato scarso senso civico del Sud.

 Le mafie sono e sono state storia nazionale e politica nazionale. Non anti-Stato ma organizzazioni parallele: lo diceva anche Giovanni Falcone. Quindi si potranno battere se lo Stato farà lo Stato a costo di rompere col passato e col presente. Se qualcosa serviva per sancire l’importanza di questo libro di Sales, il qualcosa è questa conclusione e questa eredità morale di un magistrato ammazzato dalla mafia.