Pizzica che Sud ( sepolto di silenzio )

Venerd́ 19 febbraio 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Il delitto perfetto. Diciamoci la verità: per quanti sforzi facciano i giornali meridionali per smuovere la palude sul Sud, la calma è più piatta di questo torrido inverno. Il Sud è scomparso dal panorama nazionale. Non più un problema, ma un elemento del paesaggio, immutabile come il giorno e la notte. Un fatto di Natura. Al massimo un modo diverso di stare al mondo. Niente più seccature di una Questione Meridionale. Come il film di Tornatore con Marcello Mastroianni: stanno tutti bene. 

 In questa serenità permanente, in questa negazione globale, in questa molestia cessata il Sud resta tranquillamente la parte cattiva dell’Italia. Come appunto si intitola la ricerca di due docenti dell’università di Lecce (Stefano Cristante e Valentina Cremonesini). I quali sono andati a spulciare come i due maggiori giornali italiani, la Rai, il cinema ne hanno parlato fra il 2000 e il 2010. O non ne hanno parlato, a cominciare dal telegiornale di Rai 1 delle 20. Il quale ha dedicato al Sud il 9 per cento della sua informazione, pur essendo il Sud un terzo del territorio del Paese e un terzo della popolazione (che contribuisce con le sue tasse al bilancio della stessa Rai).

 Siccome tutto ciò che non si vede in tv non c’è, il Sud non c’è. E’ una parte qualsiasi del Paese senza i divari che gridano vendetta, senza le diseguaglianze che attendono giustizia, senza le dimenticanze che pretendono attenzione. Però dire che non se ne è parlato del tutto sarebbe più falso di una Vuitton da marciapiede. Quattro i temi ricorrenti: la cronaca (ovviamente nera), la criminalità (ovviamente le mafie), i servizi sociali (ovviamente la malasanità), il meteo (ovviamente il sole).

 Ecco cos’è il Sud quando se ne parla. La sua industria, i suoi primati produttivi, le sue eccellenze, magari solo la sua cucina: niente. E quando qualcosa del genere appare è come se premettessero sùbito, eccezioni di casi personali che confermano la regola. Un fastidio. Al massimo vale Mennea con il record sui 200 metri. Ma soprattutto il folclore delle inefficienze del Sud: chessò, il cieco invalido che gioca a pallone. Il vecchio sulla panchina della piazza deserta. Il tipo che se col microfono nei denti gli chiedi se ha visto qualcosa del delitto, risponde che nulla vidi, nulla sentii, nulla dissi. Tra Abatantuono e Banfi come il grande schermo li ha combinati, neanche Zalone che con una battuta li sotterra.

 Se la somma fa il totale alla Totò, ecco il Sud che ne deriva: fermo come un orologio del Comune, irredimibile come il calciatore Balotelli, sempre uguale a se stesso come la faccia plastificata di Garko. Sud per il quale nulla è più possibile quand’anche qualcosa si volesse fare. E se nulla è possibile, nulla si fa. Un caso di banalità del male. Di assuefazione. Attribuito al Sud stesso, non a chi così lo ha stremato parlandone a modo suo. Ma è il racconto che si fa a un Paese il quale non vuole altro, perlomeno per la sua coscienza. Che vuole stare tranquillo. Il Sud è così e basta.

 Inutile dire che ci vorrebbe la mitica pernacchia del medesimo Totò al tenente nazista o il pernacchio di Eduardo al duca Alfonso Maria Sant’Agata dei Fornari. Ma purtroppo, bontà loro, anche inutile ribadire che se i problemi del Sud (e, per carità, solo i problemi) sono più inossidabili dei tubi dell’Ilva, se nulla può fare la politica per rimediare, allora che restino lì come sono. Immutabili, appunto. Italiani più o meno come gli altri, ma per carità non trattati peggio degli altri. Un modo di essere italiani, non diversamente italiani. Come se il Sud fosse l’unico responsabile di se stesso. Ha deciso di essere così: la trappola. Fregati.

 Vedi le fiction tv. Dalla Piovra a Gomorra, Sud solo delinquente. Vedi la taranta salentina: pizzica, che Sud. Un Sud selvaggio e ballerino. Vedi il recente “Il sindaco pescatore” sull’eroico Vassallo di Pollica assassinato perché difendeva il suo paradiso naturale: altro caso isolato, mica è così tutto un Sud che pur alla mafia paga col sangue mentre il Nord ci fa gli affari. Vedi “Io non mi arrendo” sul commissario di polizia Roberto Mancini, malato a morte dei veleni sepolti nella Terra dei Fuochi in Campania: neanche un accenno per dire che i veleni erano quasi tutti provenienti da aziende del Nord.

 Alla benemerita amara ricerca salentina hanno partecipato col loro parere anche giornalisti e intellettuali del Sud (compreso il direttore di questo giornale, De Tomaso). Quotidiana la loro lotta perché il Sud sia raccontato non solo col silenzio di chi riposa in pace. Una lotta che ha il coraggio di denunciare anche le colpe del Sud. Ma serve pure la voce delle persone di ogni giorno, quelle del Sud ignorato: tu, tu e tu. Che non siano testimoni muti. Solo così il delitto perfetto ai danni del Sud potrà essere un delitto imperfetto. Anzi un boomerang per un’Italia che senza il Sud resta una mezza tacca.