< Spotlight>, Chiesa messa a nudo

Lunedì 22 febbraio 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

IL CASO SPOTLIGHT – di Thomas McCarthy. Interpreti: Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber, Stanley Tucci. Drammatico, Usa/Canada, 2015. Durata: 2 ore.

 

Quando papa Francesco lo incrociò a Santa Maria Maggiore a Roma, evitò di salutarlo. Nella basilica vaticana il cardinale Law è arcivescovo emerito per limiti di età. Ma lì era stato accolto con ogni onore dopo la scoperta a Boston, la diocesi che presiedeva, dello scandalo dei preti pedofili che lui aveva coperto in tutti i modi. Finché un’inchiesta giornalistica rivelò la mattanza che aveva rovinato per tutta la vita bambini molestati, abusati, violentati e poi da grandi finiti nell’alcol, nella droga, nella follia, nel suicidio.

 L’inchiesta fu opera di Spotlight, l’apposita redazione del “Boston Globe”. La quale negli ultimi tempi più che d’assalto era stata seduta, visto che già cinque anni prima qualcosa aveva saputo ma l’aveva mezza insabbiata. Finché l’arrivo di un nuovo direttore ebreo sollevò daccapo il velo sullo scandalo che investiva la cattolicissima, bigotta, ipocrita, snob Boston. Nella quale la metà del clero era sospetto, stuoli di superavvocati favorivano accordi privati fra vittime e chiesa, e i preti beccati erano trasferiti o pensionati ma mai puniti.

 Il film è il racconto di quell’inchiesta. Ed è vero che chiunque voglia fare giornalismo serio e non reticente, deve vederlo come se andasse a scuola. Vedere come si svolse il lavoro di quei quattro redattori. I quali, più che supereroi, erano solo animati da un umile impegno civile che gli tolse il sonno, li espose a minacce, li macerò di dubbi, li circondò di ostilità. Fra taccuini pronti, telefoni bollenti, massacranti ricerche in archivi, porte in faccia, verifiche ossessionanti. Finché il muro cominciò a sgretolarsi grazie a chi decise di parlare per uscire dal proprio dolore.

 Era il 2001. L’11 settembre delle Torri Gemelle di New York rischiò di fermarli. Ma alla fine, traccia dopo traccia, la prima clamorosa pubblicazione rivelò quanto la pedofilia dei sacerdoti fosse sistematica. E come tutti sapessero ma nessuno denunciasse. I quattro di Spotlight vinsero il Pulitzer, massimo premio giornalistico americano. Poi, come sappiamo, è arrivato Bergoglio a fare piazza pulita, e altro che pedofilia solo nella chiesa di Boston. Una lobby un po’ ovunque.

 Come rende il film tutto questo? Il regista McCarthy (con pochi precedenti di rilievo) ha scelto il profilo sobrio, a mezze tinte, quasi scolorito. Non voleva clamore, voleva il racconto rigoroso di una pagina sconcertante. Non manca la tensione, non mancano sequenze da thriller. Ma, più che emozione, c’è documentazione.

 Una scelta si direbbe sbagliata se non supplisse l’eccellente cast, a cominciare da Mark Ruffalo e Rachel McAdams candidati all’Oscar come attori non protagonisti. Insieme ad altre quattro candidature. Discutibili. Tranne che l’attenzione non derivi dal tema. Ma se è per questo, il film è sicuramente da vedere per indignarsi e indignarsi.