A te, giornalista senti Umberto Eco

Sabato 27 febbraio 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Certo, nessuno in questi giorni ha scritto che Umberto Eco “ha” scomparso: ciò che avrebbe fatto rivoltare le sue nobili fresche ceneri. Ma che con i giornalisti fosse più critico della velenosissima Elsa Maxwell, non l’ha mai nascosto. Pur avendo la tessera di giornalista pubblicista anch’egli. Essendo però lui Umberto Eco e non Pasquale Melonascina, chiunque voglia fare questo mestiere farebbe bene a lèggere i suoi strali che seguono. E farebbe bene a farlo anche ogni lettore, se è vero ahinoi che stampa e livello di lettura sono lo specchio di un livello di civiltà. Del resto semiologo egli era, cioè uno che studia i segni provenienti dalla società: a cominciare dai linguaggi.

 RAPPORTO CORROSIVO Ma siccome mortale era anch’egli, avendone avuta recente spiacevole conferma, sul tema della stampa c’era stata per lui un’ironia della sorte non inferiore alla sua. Perché il suo romanzo meno alla Eco, il meno riuscito, è stato proprio quel “Numero zero” dedicato ai giornali: del tipo, da chi viene la predica. Laddove immaginava un giornale che si preparava ad uscire. Ma che non sarebbe mai uscito perché il vero intento dei proprietari era minacciare di uscire e impaurire i potenti della finanza e della politica per entrare a farne parte. Ricatto non informazione. Giornali macchine del fango a danno del malcapitato di turno e al servizio del potere di turno. Nati non per dare notizie ma per coprirle. Luoghi comuni che, francamente, sono più tipici di un Pasquale Melonascina fra una birra e l’altra.

 Un Eco davvero alla Eco era stato invece quando spiegò (sempre nel suo modo leggèro, per carità) cosa si sarebbe aspettato da un noto giornale italiano di recente tornato in edicola dopo una crisi. Facendo il confronto con la stampa americana, la migliore o la meno peggio di tutte. Lì, per esempio, non ci pensano neanche ad ospitare il dotto parere di intellettuali o professoroni, e si capisce vedendo come in genere scrivono da noi. Lì i giornalisti vanno a vedere ciò che accade dove il giornale è venduto, da noi sostano davanti al Parlamento aspettando l’omino per la dichiarazione del giorno. Lì parlano del presidente solo se decide di andare a fare la guerra in Libia, da noi ne seguono ogni ruttino. E lì si occupano del papa solo se dice che si converte all’utero in affitto, non quando riceve una delegazione di monache coreane. E se un ragazzo sgozza la sua ragazza, lì non vanno a chiedere ai compagni di scuola cosa ne pensano per sentirsi rispondere che gli dispiace. Non ne parliamo di quando l’attaccante segna il gol e il geniale intervistatore vuole saper a chi lo dedica.

 CHI SCRIVE E CHI LEGGE Poi ci sono le sue più pratiche (e divertenti) istruzioni per l’uso per parlare bene l’italiano, ergo per scriverlo. Con 40 regole che ogni giornalista dovrebbe ricordare più di come si chiama. Esprimiti come ti nutri. Solo gli stronzi usano parole volgari. Metti, le virgole, al posto giusto. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche e simili. Cura puntiliosamente l’ortografia. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologia e inviti alla deriva de costruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario. Ultima istruzione per l’uso (se siete sopravvissuti alla precedente): una frase compiuta deve avere. Meh.

 Di sicuro anche Pasquale Melonascina avrebbe a questo punto capito la presa in giro fosse pure alla terza birra. Riferimento al bar che rievoca la polemica dell’Umberto contro un certo uso dei social media (vedi Facebook e Twitter) che danno la parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar (appunto) dopo un bicchiere di vino, ma senza danneggiare gli altri. Venivano messi sùbito a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. La tv aveva promosso lo scemo del villaggio perché lo spettatore se ne sentisse superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a oracolo di verità. Gli rispose l’Aii (Associazione italiana imbecilli), la quale lo invitò a sostituire “social media” con “giornali” e “Internet” con “libri”: risposta più alla Eco di Eco.

 Il quale, si è saputo, ha passato le sue ultime ore scherzandoci su fra whisky e noccioline. Avendo una volta proprio sulla stampa spiegato a un discepolo come prepararsi serenamente alla morte. Cioè convincendosi che tutti gli altri siano dei coglioni. Ma è umano negarlo altrimenti perché varrebbe la pena vivere? Una volta però saputa la verità, sarebbe stato chiaro perché vale la pena (anzi, è splendido) morire. Per chi non lo avesse capito, è il motivo vero per cui se ne è andato.