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Sabato 12 marzo 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno

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Un sorriso, cheeese. Quante volte lo abbiamo sentito e quante volte lo abbiamo odiato. Ché poi cheeese non c’entra niente col sorriso significando piuttosto formaggio in inglese. E non è che il formaggio faccia ridere, ma è che dicendo cheeese sgraniamo i denti quando facciamo una fotografia. Sembra di ascoltare il marinaio di Fabrizio De Andrè, aveva un solco lungo il viso come una specie di sorriso. Poi oggi uno si spara il selfie e il cheeese se lo fa per conto suo se vuole. Il tutto, si sarà capito, per darci un’impressione di felicità. Specie noi italiani, ex popolo di santi, navigatori, poeti e felici ora diventati un popolo da lettino dello psicanalista, frustrati dai nostri stessi difetti nazionali. Un mal d’essere tale da far scrivere il libro “Ma siamo matti” (senza interrogativo) a quel Vittorino Andreoli che a vederlo capisci sùbito la sua competenza naturale in materia.

 COS’E’, COS’E’ Fatto è che, milioni di anni dalla nostra comparsa sulla Terra, stiamo ancòra a chiederci cos’è e dov’è la felicità. Stammi felice, dice Luciano De Crescenzo, un filosofo che la filosofia la tratta con molta filosofia. Ricordandoci che chi non sa sorridere è meglio che non apra mai un negozio, come dicono i cinesi. E che mentre tutti chiediamo lumi a gente come Socrate, Platone, Epicuro, san Tommaso, Pascal, Nietzsche e ovviamente Totò, l’inventore del diritto alla felicità ce l’abbiamo in casa nostra, nostra nel senso che era un terrone napoletano. Quel Gaetano Filangieri illuminista prima dei francesi il quale suggerì agli americani la formula che apre la loro Costituzione: “A tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità”. Cosa che ci piace assai, anche se l’abbiamo esportata come sempre dimenticandocela per casa nostra.

 Ma siccome, come dice Ennio Flaiano, oggi anche il cretino è pieno di idee, non si contano le nuove idee per essere felici. Aggiornate al 2016. Così c’è chi scopre che felicità è svegliarsi all’alba. Sì, proprio quella cosa che quando ci capita ci fa stare tutta la giornata come uno che non dovrebbe mai aprire un negozio. Spiegano gli scienziati inglesi autori della genialata che la nostra inclinazione a buttarci giù dal letto alle 6 dipende da dodici geni del nostro orologio biologico. Che creerebbero il nostro personale bioritmo. Alzarsi quando gli altri si girano nel letto renderebbe più attivi corpo e mente, con risultati da sballo (in senso buono) nel lavoro e nella vita sociale. Più in salute e (saperlo prima) con più basso indice di massa corporea. E soprattutto non dover correre tutto il giorno per recuperare il tempo che non basta mai. C’è anche una classifica dell’eventuale musica per il buongiorno, capeggiata  da “Viva la Vida” di Coldplay.

 ALZATI, LAZZARO La verità è che la felicità è una questione di allenamento come lo jogging. Ed ecco sfilare le lezioni americane di un gruppo di professori di Harvad, la guida zen (più puntuale di Equitalia) di un maestro orientale, addirittura la preghiera come antidepressivo. Rallentare i ritmi mitigherebbe l’ansia, regola solo un po’ meno scema di quelle del famoso libretto di Mao. Ecco riesumato il sociologo francese Jean Finot secondo il quale un ottimismo solo passivo e puerile farebbe la fine di un allenatore bidone come il Raul Garcia della Roma. L’ottimismo deve essere attivo e inquieto, senza però che sia specificata la dose per non passare nella categoria schizzati. E c’è addirittura un decalogo dell’Onu, con regole tipo fare ogni sforzo per apprezzare il mondo che ci circonda, il quale se fosse così apprezzato non ci sarebbe bisogno dell’Onu. Essendo però la regola più fulminante quella di trovare un modo, da soli o con aiuto, per riprendersi e guarire: tipo, alzati Lazzaro e cammina.

 Poi c’è la felicità a clic, e qui irrompe l’alta tecnologia. Con apparecchi dai nomi inquietanti come Thinc, Moodmetric, Muse. I quali analizzerebbero i segnali del nostro sistema nervoso e interverrebbero con impulsi elettrici o similari per rimettere le cose a posto. Come un tapis roulant del cervello, dimenticando che non c’è nulla di più noioso e stressante di un tapis roulant: se proprio vuoi correre, va’ all’aperto incontro al sole.

 Tutti sforzi encomiabili per la felicità altrui e il portafogli proprio. Essendo chiaro che la felicità è come la moda: le gonne si allungano e si accorciano a seconda dei tempi. Ora, per esempio, tutti gli incliti studi dimostrano che il primo ingrediente della felicità è la sicurezza economica, abbastanza denaro per sopravvivere anzi vivere il più a lungo possibile. Ciò che smentirebbe che il denaro non dà la felicità, e figuriamoci la miseria. Magari una battuta infelice. A dimostrazione che siamo arrivati a questo punto dell’articolo per dire che, modestamente, non abbiamo capito niente della felicità