Nei Racconti dei Sassi il cuore del Sud

Lunedė 14 marzo 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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I Sassi di Matera sono la Pasqua del Sud: morte e resurrezione. Anzi sono il simbolo del pregiudizio contro il Sud. Dimostrazione? Definiti “Vergogna nazionale” dal capo del governo, De Gasperi, nel 1950, con l’esodo forzato dei suoi 18 mila abitanti. Diventati Patrimonio universale dell’umanità nel 1993. Eletti Capitale europea della cultura per il 2019. Eppure nulla è cambiato dal tempo della condanna sommaria, sono sempre gli stessi Sassi. E’ stato sconfitto il pregiudizio, ma non grazie all’Italia: grazie all’Onu e all’Europa.

 Non meraviglia che sia Bianca Tragni a dimostrare che, invece che esempio di degrado inaccettabile, i Sassi sono un esempio del genio umano nell’adattarsi all’ambiente. Una città viva fra le più antiche del mondo e non una città fossile. Una città che è sempre stata più benedizione che maledizione per la sua gente. I “Racconti dei Sassi” della Tragni (Adda editore, pag. 194, euro 15) sono la conferma che quel presunto popolo perdente schiacciato dalla storia è invece un popolo cosciente che la sua storia l’ha fatta da sé. Tutt’altro che “pupi da presepe” nell’abbandono del Cielo e della Terra. Una civiltà non una inciviltà.

 Insomma i Sassi non saranno una luccicante Manhattan ma non sono mai stati neanche una favela brasiliana. L’ignoranza e il rifiuto che li ha accompagnati sono un effetto collaterale del Cristo fermato a Eboli di Carlo Levi. Quel Sud serrato nel dolore, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente, terra senza conforto e dolcezza. Quanti danni al Sud ha fatto pur senza volerlo lo scrittore, poeta, artista piemontese pur tanto innamorato del Sud del suo confino da avervi voluto essere sepolto. Leggi invece la Tragni e capisci come non solo Cristo si è mosso da Eboli, ma nei Sassi ci ha sempre abitato.

 Tu dici, grazie, con quella satanassa della Tragni. Una con tanta passione ed energia da sembrare un fuoco d’artificio invece che una matura professoressa. Ma anche una studiosa che dei Sassi sa più di tutto e tutti. E non solo perché ci siano nate e vissute la mamma e la nonna cui dedica il libro. Ma perché quando la signora lampi e tuoni sposa una causa, lo fa come Cristo (appunto) comanda. Ricerca e fonti che di fantasia hanno ben poco, tranne quella scoppiettante della sua scrittura. E, aggiungiamo, l’anima. Come avviene qui.

 Ecco allora sfilare la sua corte dei miracoli, ecco l’umile ma orgoglioso palcoscenico tra il pasoliniano e il felliniano. Povero, di sicuro, ma non più di quanto lo siano stati i due secoli del suo viaggio. E, più che disperato, non rassegnato. Più che sepolto, raccolto. Più che succube, libero. Con profondo senso del sacro, assicura la Tragni, pari solo all’anelito di riscatto. Si va dal prologo di quel cialtrone del conte Tramontano al garibaldino seducente, dai cuccù di Picciano alla Cappella Sistina della grotta dei cento santi, dalla zingara maledetta a Emanuele il bello, da Tosca a Figaro a Butterfly, dal generale del 2 di luglio a donna Carmela, matrona e poppona.

 Ma poi: lo conoscevate il Grande Gatsby di Matera? E di Damiano il gagà avete mai saputo? E cosa c’entrano con i Sassi il Gran Caffè Polo Nord e il raid aereo Roma-Tokio? E avete mai immaginato una Malombra su di voi? Saprete chi fu Mike il bombardiere. E non saprete mai, se non leggendolo qui, cosa rappresenti un piatto come la capriata. Fino alla rivolta contro i nazisti, la prima in Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre del ’43: nei Sassi, ebbene.

 Tutto questo si viveva e non si sopravviveva in quella città verticale il cui unico architetto fu la sapienza del suo brulicante formicaio. Una immane scenografia di fori come occhi nel vuoto, una casa sull’altra fin su alle nuvole e fin giù allo sprofondo della gravina. E stradine, e scalette, e tetti, e finestre, e comignoli, e piazzette, e chiesette “avvoltolati come gomitoli di lana”. Una comunità di donne, uomini e bestie che trovava in se stessa la vitalità, il coraggio, il calore, l’inventiva per fare una forza del suo disagio. Dall’emigrazione, udite udite, all’industrializzazione.

 Era abitudine nei Sassi di Matera accendere, al tramonto, un lume davanti a ogni porta. Così a quelli che erano di sopra pareva di vedere, là sotto, un altro cielo luccicare di altre stelle. Quelle luci si sono riaccese, i Sassi sono infine usciti dalla dimenticanza e dal disprezzo. Sono ancòra lì come lezione per il Sud e per gli altri. Se sono tornati alla poesia, diciamo grazie anche a Bianca Tragni e così sia.