L’amor profano del prete bello

Giovedì 17 marzo 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Il sacerdote giusto al momento giusto. Il caso (o il marketing) ha voluto che questo “L’indegno” uscisse mentre il film “Spotlight” conquistava gli schermi e l’Oscar. “Spotlight” sullo scandalo dei preti pedofili a Boston. Il romanzo di Antonio Monda su un altro prete americano del quale il titolo dice tutto. Quarta uscita di una saga su New York, da anni patria di adozione dello scrittore, giornalista, regista romano, nella cui casa sull’Upper East Side passano i più prestigiosi nomi della cultura della Grande Mela e di Hollywood. Monda ora anche direttore del Festival di Roma, e il cerchio fra scrittura e grande schermo è chiuso.

 Il suo sacerdote indegno è padre Abram, figlio dell’amore occasionale fra la madre e un artista di strada ebreo. Dal momento dell’ordinazione si dice nel mondo, ma ormai non più del mondo. E la sua stanza è il simbolo del suo umanissimo travaglio fra l’appartenere al mondo e non appartenergli più come gli altri. Col gelo del vuoto e con le sue piccole povere cose. Soprattutto con un senso estremo di solitudine che è anche solitudine dell’anima. La solitudine del sacerdote attorniato dal nulla. Ma che qui sente ancòra la forza di voler cambiare questo sporco mondo, o almeno cambiare se stesso. Che è forse più difficile.

 Perché se il mondo è sporco, non è che egli ci vada leggero. Ma è davvero sporco padre Abram? Il mondo non accetta di vedere felici quelli come noi, dice. Ma che vuol dire essere felice per un sacerdote? E Dio stesso: se dice di amarci, non può pretendere la sofferenza di chi invita a partecipare alla sua gioia. La sua rabbia si chiede se Dio c’è o no. Anche Cristo sulla croce si chiese perché il Padre lo avesse abbandonato. E se Dio perdona, che senso ha il peccato? Non è la fede forse e solo una forma di libertà?

 Così padre Abram è un debole innamorato dell’amore più terreno e plateale possibile. E la sua Lisa ama e si fa amare da lui senza ignorarne la tonaca e fino al punto da rinunciare con un aborto al loro figlio. Un amore quotidiano struggente fino a una punizione finale un po’ scontata. Ma padre Abram, che prima aveva fatto l’operaio, anche altre donne aveva avuto, e forneticazioni. E per Lisa ruba i soldi delle offerte. E se sa che il confessionale è la discarica del mondo, lo domina una sorta di ineluttabilità di essere così com’è. Magari vigliacca.

 Egli insomma vuole dedicarsi agli altri, ma non riesce ad uccidersi al mondo come aveva meditato. Del resto non ritiene il peccato una distanza da Dio, ma un orientamento sbagliato dello sguardo. Ogni giorno integra Cristo con Lisa, e si assolve perché anche Cristo deve aver provato le stesse tentazioni. E Pietro che lo rinnegò, non ne ha fondato dopo la chiesa? In questo mondo sconfitto anche la fede ha tante cadute quante certezze.

 Il problema non è il banalizzante celibato o no dei sacerdoti. Il loro problema è cosa significa essere uomini come gli altri. E questo tormentato ritratto di sacerdote sbagliato forse somiglia alla realtà più di quanto si voglia credere. Romanzo psicologico più che di trama, monologo a tratti un po’ ansimante, Monda scolpisce la sofferenza o l’alibi interiore di un pasionario di Dio che non riesce a non esserlo anche della vita in una New York piena di gente sola come lui e piena di energia come lui. Una tensione verso Dio che non rinuncia alla tensione verso tutto ciò che Dio ci ha donato. A cominciare dall’amore carnale.

 La domanda è: quanto il nostro protagonista è un indegno come è etichettato? Ha diritto anch’egli ai suoi peccati che non nasconde forse per farsene una ragione? Ora che gli scandali della chiesa sono più frequenti dei gol di Higuain, c’è più ipocrisia in lui o nel mondo che lo giudica per non giudicare se stesso? Egli non fa male a nessuno se non a ciò che rappresenta. Ma è più giusto il voto di castità o la bellezza del sentimento?

 Quando padre Abram va a confessarsi dal suo vescovo, gli dice: ho paura di me. Ma il vecchio prelato gli ricorda che ci sono santi che hanno perso la via per anni. E peccatori che hanno continuato a fare del bene, e sono rimasti un modello. L’importante, conclude, è non chiudere mai la porta al Signore, continuare a parlargli, senza paura e senza orgoglio. E padre Abram scoppia a piangere.

 Col suo ritratto di sacerdote nel suo interno, Antonio Monda ha affrontato tutte le contraddizioni dell’esistenza. Chissà quanto il suo anti-eroe può essere una versione della misericordia che non danna nessuno, con la risposta che spetta a tutti noi.

 

“L’indegno” di Antonio Monda (Mondadori, pag. 154, euro 18)