Il vento del Sud, anzi doppio vento

Venerdì 3 Giugno 2011 ’ Gazzetta del Mezzogiorno ’

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Napoli è l’emblema del Sud nel bene e nel male. Anzi il po’ di più (che spesso guasta) sia nel bene che nel male. Metti il voto che ha eletto De Magistris a sindaco della città.

L’ex magistrato era il Ba­ri che vince il campionato di calcio: roba da pomodori ap­presso a chi l’avesse previsto. De Magistris non era neanche il candidato ufficiale del cen­trosinistra, il quale si era spac­cato  sul proprio candidato alle primarie. E nella campagna della vigilia De Magistris e Par­tito Democratico se le erano dette nei denti. Comunque De Magistris rap­presenta ora la sinistra. Ma la gente che lo ha portato a un trionfo con pochi eguali non voleva certo gratificare un cen­trosinistra che da Bassolino al­la Jervolino ha mezzo affossato Napoli.

 

Ancora peggio nel centrodestra. Che avrebbe dovuto vincere senza neanche scendere in campo. Con un Lettieri che, senza essere un’aquila, bastava che insistesse, come ha fatto, su quanto De Magistris sia un perso­naggio controverso. Fra l’altro anche in rotta con Di Pietro che lo ha inventato, ma che egli ha scavalcato a botte di minacce di “tintinnar di manette”, sia pure in un Paese dall’80 per cento di reati impuniti e sempre in deficit di giustizia. Quindi ha vinto De Magistris, ma ha vinto soprattutto un grido: basta. Basta con la solita politica, basta con le promesse, basta con le vecchie parole. Non si sa se ora sarà meglio, ma basta. 

Al di la dei programmi, visto che De Magistris vuole eliminare la “monnezza” sen­za i termovalorizzatori o inceneritori che an­che la Puglia di Vendola ha accettato (sia pure in minima dose). E quando soffia il vento del “basta”, può andare a finire come con le mo­netine contro Craxi. Col “basta” che soffia anche al Nord. Non sempre il “basta” si traduce imme­diatamente in voti. Ma c’è un altro “basta” che traversa tutto il Sud. Sufficiente aver seguito qualche cerimonia di celebrazione dei 150 anni dell’unita d’Italia. Scenetta uguale ovun­que. Atmosfera di festa. Inno nazionale con la mano sul petto. Coccarde. Torte tricolori. Esaurito il rito, cambia l’aria. 

Coi convenuti affamati di verità sui danni dell’Italia unita al Sud. E con la celebrazione che diventa pro­cesso per tutto il falso che hanno finora rac­contato. Senza però mettere in dubbio che in Italia siamo e in Italia restiamo. 

Questo il “ventre del Sud”, molto più ­ri­bollente di quanto faccia credere il vecchio pregiudizio del fatalismo, del “tanto non cam­bia mai niente”. E ovunque, nelle città come nei paesi, dai Lions e Rotary quanto nelle piazze e addirittura nelle scuole, incredibil­mente arrabbiate pur se ancora vittime di libri di storia che raccontano sempre la solita storia. 

Che non è solo storia, ma vera e propria politica coloniale verso il Sud cominciata all’indomani dell’unità e continuata pari pari fino ad ora. E con una bistrattata mi­noranza di benpen­santi o “responsabi­li” che dicono: ma il Sud si deve fare an­che l’esame di co­scienza. Se ne è fatti fin troppi, ora “ba­sta”. Non è una assolu­zione delle mitiche classi dirigenti: “basta” va oltre. Troppe pensioni di invalidità al Sud? Ma su una pensione di invalidità, o sull’as­segno di accompagnamento della nonna al Sud ci campa un’in­tera famiglia. Troppidipendenti pubblici? Ma se l’economia privata è ridotta al sottosvi­luppo, dove deve andare a lavorare la gente: posto pubblico gonfiato diventa un ammor­tizzatore sociale. 

Da briganti o emigranti a bidelli o infermieri. Amministrazione che complica tutto invece di facilitare? Ovvio, più sono i dipendenti, più sono le strozzature: cosi il Sud è doppiamente danneggiato. E di fronte alle difficoltà di arrivare a fine mese, prosperano le società finanziarie e i micropre­stiti. E molte famiglie cominciano a impe­gnarsi la casa, e potrà avvenire che la perdano diventando inquiline delle quattro mura delle quali erano padrone. Un segno immediato è la riduzione del risparmio. E del patrimonio, perché ci si vende le proprietà per avere li­quido. Mentre continua l’emigrazione, questa volta dei giovani con laurea e computer: an­cora una volta i meridionali devono togliersi dai piedi, non c’è po­sto per tutti loro. Prima la cono­scenza della verità della storia. Poi la co­scienza di continuare a subire un colo­nialismo interno. 

Infine l’indignazione per il sangue versato e vilipeso perché sangue dei “brutti sporchi e cattivi” non conta. Anche questo crea al Sud un’aria e un “basta” che a Napoli si è tra­dotto in De Magi­stris, l’imprevisto. Mai era avvenuto con la stessa intensità. E’ possibile che Napoli si sia affidata a un Ma­saniello che non la porta da nessuna parte. Ma possibile che voglia uscire una volta per sempre, e in un modo qualsiasi, dalla “povertà buona” e succube di Eduardo De Filippo. Comunque chi crede di capire che questo Sud fa un po’ di caciara e torna ad abbassare  la testa, forse questa volta non ha capito niente. 

 

da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 3 giugno 2011