Ma nel Piave scorreva < il sangue dei terroni >

Domenica 10 aprile 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Un massacro di meridionali. Questo fu la prima guerra mondiale: perché la maggioranza delle vittime furono ragazzi del Sud. Insomma ancòra una volta “Il sangue dei terroni”, come lo storico-giornalista torinese Lorenzo Del Boca intitola il suo ultimo libro (Piemme, pag. 214, euro 17,50) sulle nefandezze della disunità d’Italia. Su un milione e mezzo di morti di quell’immane carneficina, la più atroce della storia nazionale, un milione provenivano dal Sud. Almeno un caduto a famiglia. Non solo non sapevano nulla di quel conflitto. Ma non sapevano nulla dei luoghi dove furono mandati a farsi cancellare. Né sapevano nulla degli altri che furono con loro perché glielo avevano impedito sia la condanna del Sud all’isolamento sia l’immane emigrazione per terre assai lontane.

 Qualcuno ha voluto far passare quella ecatombe di ventenni che sarebbero stati i nostri nonni come un gentile omaggio: completare il Risorgimento, farli diventare italiani come gli altri dopo che poco più di 50 anni di forzata unificazione li aveva tenuti ai margini come esseri inferiori. Grazia ricevuta. E furono immolati per gli interessi economici di quelli stessi che li avevano sfruttati fino ad allora. Essendo ormai chiaro che quella guerra fu voluta soprattutto dal sospetto interventismo di gruppi industriali settentrionali che si arricchirono con le commesse belliche mentre il pane mancava anche a Torino. E fu voluta da una classe politica (a cominciare dal presidente del Consiglio, Salandra, pugliese di Troia) desiderosa di appuntare medaglie altrui sul suo petto. Quella stessa che aveva trattato il Sud solo come malavita e serbatoio di voti. I terroni diedero la vita per una patria estranea che non l’aveva mai data per loro.

 Naturalmente non sono ricordati in nessuna celebrazione, come non sono ricordate le vittime del 1861 in una ancòra attesa riconciliazione nazionale. Meno che mai quest’anno che si sono rievocati i cento anni della grande guerra. E solo una minoranza ha l’onore di un nome su una croce o in un sacrario. Perché la maggioranza fu solo poltiglia umana rimasta maciullata e irriconoscibile sulle pietraie del Carso, o sull’Isonzo e sul Piave, o nella rotta di Caporetto. In quella vergogna collettiva merito ormai riconosciuto di comandanti incompetenti e criminali (Cadorna in testa) che mandavano gli altri allo sbaraglio facendo la bella vita a chilometri di distanza.

 Col suo solito piglio della documentazione rigorosa e senza ideologia, Del Boca racconta che ordinavano di lanciarsi contro le mitraglie nemiche che li mietevano come insetti. Si calcola che ogni folle assalto che era loro imposto, ne lasciasse al suolo fra il 30 e il 50 per cento: la percentuale più alta fra tutti i belligeranti. Tronchi spezzati, moncherini di braccia, gambe mozzate e calpestate dagli scarponi degli altri. I loro brandelli di carne si incollavano ai reticolati di quegli austriaci straniti anch’essi nel vedere in che modo fosse trattata la vita umana. Carne da cannone.

 Era del resto solo un modo di perdere la loro gioventù se non finiva prima a cancrena o ad infezioni mortali o tormentati da parassiti nell’inferno delle trincee di merda, fango e gelo. O quando non finivano fucilati in nome di una ferrea disciplina imposta da quegli stessi loro ufficiali codardi che erano i primi a meritare il plotone d’esecuzione. Con le decimazioni (percentuali punitive di propri uomini estratti a sorte e condannati alla morte sommaria) che anticiparono i lager nazisti ma non differirono granché dai metodi usati contro il brigantaggio. Nella sua prefazione, Pino Aprile parla di una sorta di antisemitismo amico. Addirittura 400 mila processi alla propria truppa. La storia si ripeteva sempre contro gli ultimi che pur andavano all’assalto al grido “Savoia”.

 I terroni predestinati militi ignoti, o reduci mutilati a vita, o impazziti per sempre (gli “scemi di guerra”) erano in gran parte contadini poveri, per metà analfabeti. Decine di loro costavano meno di un piccolo obice. E i loro paesini li accompagnavano in processione alla partenza come in un lutto. Ma furono capaci dell’eroismo limpido di chi era sempre stato abituato al sacrificio. Questo fu il sangue dei terroni. Morti con la terra in bocca. Ma mentre ormai si sa tutto, conclude Del Boca, il Paese continua a nascondere la verità e a mentire come sempre quando c’è di mezzo il Sud.