Aiuto, salvatemi dal numero verde

Sabato 16 aprile 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Più che intelligenza artificiale, è deficienza artificiale. Provate a fare un bonifico bancario on line, cioè tramite  Internet. E provate l’ineguagliabile piacere fisico di vedere il sito negare di aver mai ricevuto il vostro bonifico. Siccome chi ha inventato le macchine le ha fatte più stronze e dispettose di una diva in disarmo, vi risponderanno cocciutamente che l’operazione non è riuscita e nulla potrà smuoverle dalla loro bastardaggine. Neanche calci da taekwondo e minacce da carrettieri. Non vi resta che fiondarvi in banca col sangue agli occhi e ricorrere a qualcuno di quegli umani che le macchine hanno tolto di mezzo per rendere più rapido e più agevole il servizio.

 SCHIAVI DELLE MACCHINE Ma credere che un umano abbia ancòra qualche potere sulle macchine, è come credere che Salvini sia un lord inglese. L’umano vi risponderà che non può minacciarla per farsi restituire l’assegno. Né che può tagliarla in due come una mela per estrarglielo. Anzi più vi armeggerà, più quella si ostinerà a negare con poco rassicuranti lucine più rosse di un bordello e suoni più sinistri di un film di Dario Argento. Non ne parliamo dell’arroganza di un Bancomat, al suo confronto un Renzi è più pacifista di un monaco buddista. Non resta che il numero verde del servizio clienti, chiami lì, signore, e si metterà tutto a posto con le più sincere scuse.

 Il fatto è che anche il servizio clienti è un numero verde al di là del quale incombe un’altra macchina. Anzi una voce metallica gentile come una sega elettrica, la quale vi tratterà con la cortesia di un kapò nazista. Chiedendovi di digitare una sfilza impressionate di numeri di fronte ai quali un iban è più facile di un rigore a porta vuota. E poi codice fiscale, data e luogo di nascita, indirizzo abituale, password, user name, tendenze sessuali, stato civile, dove ve la fate la sera, ripetete questa parola. Voi fate tutto con la circospezione di chi rientra tardi la notte, vi muovete con la leggerezza di una Carla Fracci e l’attenzione di un equilibrista sul Grand Canyon del Colorado. Ma quando sarete più cianotico di un pesce fuor d’acqua, un display vi diraà di ripetere l’operazione.

 Così può succedere che se non pagate un centesimo di euro di arretrato, l’intelligenza artificiale dell’Agenzia delle entrate vi possa minacciare di farvi ascoltare a vita i commenti calcistici di Daniele Adani. O può succedere che si ostini a richiedere l’ultima rata alla signora che è già da dieci anni fra i cipressi al campo 12. E non c’è nulla che possa far recedere la macchina perché è stata messa lì per sostituire un umano che non è più previsto in organico. Ma non è soltanto il bonifico. Oramai dobbiamo fare da soli tutto ciò che prima aveva il conforto di uno sportello, di una domanda a un nostro simile per capire, di un ufficio informazioni, di un impiegato sia pure frustrato e scorbutico ma che al confronto col muro di una macchina sembrava madre Teresa di Calcutta.

 ORGIA DI FAI-DA-TE Pieno di benzina fai-da-te, inserisci il biglietto al casello autostradale, striscia il badge per entrare, biglietto elettronico per il volo, lavaggio automatico per la tua auto, monta da solo il mobile di Ikea, prenota qui la visita del museo, bottiglietta d’acqua al distributore automatico, banco elettronico per il tagliando dell’auto. Ovunque abbiamo a che fare con macchine mediamente a rischio improvviso di deficienza artificiale. Inventate da noi stessi, da noi dotate di tanta intelligenza naturale da aver provveduto a toglierci il lavoro con le nostre mani. Ma anche da aver provveduto a fucilarci il nostro tempo libero, condannandoci a fare da soli ciò che chi ha perso il lavoro faceva prima per noi. E porgendo l’altra guancia quando la macchina che ci doveva far vivere in grazia di Dio decide di farci incazzare più di un Grillo furioso se sbagliamo anche una virgola. Fra uno tsunami di Pin, Puk, Pik, Pok e numeri segreti da ricordare se no le macchine ci piantano come la sposa di Ceglie (quella lasciata sull’altare). 

 Ma è solo un antipasto di fronte al futuro già iniziato della tecnologia al potere: i robot. Con l’assicurazione che davvero saranno così servili da accudirci come bambini, da coccolarci come amanti, da curarci come infermieri, da assisterci come badanti. Dal frigo-robot che segnala quando non c’è più mozzarella, all’impermeabile che segnala se sta per piovere, alla scarpa che segnala se ti sta spuntando il callo, alla forchetta che segnala se stai mangiando troppo in fretta, al televisore che segnala se ti stai addormentando.

 L’essenziale è che i computer di bordo non abbiano un momento di stress, che non ti segnalino pressione arteriosa perfetta mentre ti sta venendo l’infarto. Ma basterà chiamare il consueto numero verde, sperando che non sia così tufagno da farti arrivare il 118 cinque minuti dopo l’ultimo respiro.

         

 

Più che intelligenza artificiale, è deficienza artificiale. Provate a fare un bonifico bancario on line, cioè tramite  Internet. E provate l’ineguagliabile piacere fisico di vedere il sito negare di aver mai ricevuto il vostro bonifico. Siccome chi ha inventato le macchine le ha fatte più stronze e dispettose di una diva in disarmo, vi risponderanno cocciutamente che l’operazione non è riuscita e nulla potrà smuoverle dalla loro bastardaggine. Neanche calci da taekwondo e minacce da carrettieri. Non vi resta che fiondarvi in banca col sangue agli occhi e ricorrere a qualcuno di quegli umani che le macchine hanno tolto di mezzo per rendere più rapido e più agevole il servizio.

 SCHIAVI DELLE MACCHINE Ma credere che un umano abbia ancòra qualche potere sulle macchine, è come credere che Salvini sia un lord inglese. L’umano vi risponderà che non può minacciarla per farsi restituire l’assegno. Né che può tagliarla in due come una mela per estrarglielo. Anzi più vi armeggerà, più quella si ostinerà a negare con poco rassicuranti lucine più rosse di un bordello e suoni più sinistri di un film di Dario Argento. Non ne parliamo dell’arroganza di un Bancomat, al suo confronto un Renzi è più pacifista di un monaco buddista. Non resta che il numero verde del servizio clienti, chiami lì, signore, e si metterà tutto a posto con le più sincere scuse.

 Il fatto è che anche il servizio clienti è un numero verde al di là del quale incombe un’altra macchina. Anzi una voce metallica gentile come una sega elettrica, la quale vi tratterà con la cortesia di un kapò nazista. Chiedendovi di digitare una sfilza impressionate di numeri di fronte ai quali un iban è più facile di un rigore a porta vuota. E poi codice fiscale, data e luogo di nascita, indirizzo abituale, password, user name, tendenze sessuali, stato civile, dove ve la fate la sera, ripetete questa parola. Voi fate tutto con la circospezione di chi rientra tardi la notte, vi muovete con la leggerezza di una Carla Fracci e l’attenzione di un equilibrista sul Grand Canyon del Colorado. Ma quando sarete più cianotico di un pesce fuor d’acqua, un display vi diraà di ripetere l’operazione.

 Così può succedere che se non pagate un centesimo di euro di arretrato, l’intelligenza artificiale dell’Agenzia delle entrate vi possa minacciare di farvi ascoltare a vita i commenti calcistici di Daniele Adani. O può succedere che si ostini a richiedere l’ultima rata alla signora che è già da dieci anni fra i cipressi al campo 12. E non c’è nulla che possa far recedere la macchina perché è stata messa lì per sostituire un umano che non è più previsto in organico. Ma non è soltanto il bonifico. Oramai dobbiamo fare da soli tutto ciò che prima aveva il conforto di uno sportello, di una domanda a un nostro simile per capire, di un ufficio informazioni, di un impiegato sia pure frustrato e scorbutico ma che al confronto col muro di una macchina sembrava madre Teresa di Calcutta.

 ORGIA DI FAI-DA-TE Pieno di benzina fai-da-te, inserisci il biglietto al casello autostradale, striscia il badge per entrare, biglietto elettronico per il volo, lavaggio automatico per la tua auto, monta da solo il mobile di Ikea, prenota qui la visita del museo, bottiglietta d’acqua al distributore automatico, banco elettronico per il tagliando dell’auto. Ovunque abbiamo a che fare con macchine mediamente a rischio improvviso di deficienza artificiale. Inventate da noi stessi, da noi dotate di tanta intelligenza naturale da aver provveduto a toglierci il lavoro con le nostre mani. Ma anche da aver provveduto a fucilarci il nostro tempo libero, condannandoci a fare da soli ciò che chi ha perso il lavoro faceva prima per noi. E porgendo l’altra guancia quando la macchina che ci doveva far vivere in grazia di Dio decide di farci incazzare più di un Grillo furioso se sbagliamo anche una virgola. Fra uno tsunami di Pin, Puk, Pik, Pok e numeri segreti da ricordare se no le macchine ci piantano come la sposa di Ceglie (quella lasciata sull’altare). 

 Ma è solo un antipasto di fronte al futuro già iniziato della tecnologia al potere: i robot. Con l’assicurazione che davvero saranno così servili da accudirci come bambini, da coccolarci come amanti, da curarci come infermieri, da assisterci come badanti. Dal frigo-robot che segnala quando non c’è più mozzarella, all’impermeabile che segnala se sta per piovere, alla scarpa che segnala se ti sta spuntando il callo, alla forchetta che segnala se stai mangiando troppo in fretta, al televisore che segnala se ti stai addormentando.

 L’essenziale è che i computer di bordo non abbiano un momento di stress, che non ti segnalino pressione arteriosa perfetta mentre ti sta venendo l’infarto. Ma basterà chiamare il consueto numero verde, sperando che non sia così tufagno da farti arrivare il 118 cinque minuti dopo l’ultimo respiro.