LIN PATVUUNE - ’ Vive, viv’ a Line Petvuu¨n’ ’

schizofrenýa di Alberto Selvaggi

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>ALBERTO SELVAGGI
>“LinPatruuùn’ LinePatvuune!”. Come?, pronto, chi è? “LinPatvuun’,
>LinePetvuuune!”. Ah, ma sei Franconio: donde mi chiami? “LinPatvuuùn’..!”.
>Impiegai un po’ per riportare il mio ottimo amico all’ordine. Era esaltato,
>travolto da una visione: un essere immortale, perennemente vestito di nero,
>direttore della “Gazzetta” dal ’95 al 2008, Lino Patruno, gli era passato
sotto
>il naso a passo di footing allucinando per sempre la sua attenzione: “Egli è
>semplicemente perfetto, sedere alto tonico, capello in piega di argento
puro,
>non un pelo fuoriposto, scarpette da 474 euro l’una, tutina glamour color
nero
>seppia costosa” riferì via cellulare Franconìe (è sempre lui, declinato in
>altro modo) balzando sulla sedia di un bar di Piazza Ferrarese per seguire
la
>sagoma fino all’orizzonte: “Vive (evviva, ndr) vive a LinePetvuuùn’!”.
>Da allora, per causa di questo mio pazzo compare di pessima sorte, Lino
>Patruno divenne un essere mitologico. Un’idea sulla quale trasmettere
>aggiornamenti in tempo reale nella cerchia ristretta che da decenni mi
>attornia. E per tutti noi quell’uomo secco e sportivo, dall’incrollabile,
>dannata perfetta forma, divenne verbo da diffondere nell’orbe sotto il nome
di
>LinPatvun’.
>Io, che lo ho avuto come divettove, so che la sua nascita viene datata dai
>cultovi di stovia locale nel peviodo pvecedente alla Gvande Guevva. Eppuve
Lino
>nostvo da allova non soltanto non ha pevduto l’evve moscia, non soltanto non
ha
>mai vestito l’abovvito bianco sposa, ma s’è consevvato pevfettamente uguale
a
>come lo vidi il pvimo giovno. Pevciò, discettandone con gli amici, conclusi:
“A
>questo punto, vagazzi, dobbiamo viconoscevlo: LinPatvun’ è uno dei più
gvandi
>uomini del mondo”. Anche pevché egli è ovunque: hai voglia tu a cvedevlo
>movto.
>Mi veco allo Shevaton per il Pianofestival San Nicola, incoccio nel bel viso
>fvanco di Totò Onnis: “Vedi che oltre al concerto c’è Lino Patruno”, avvevte
l’
>ottimo attove. E difatti il Nostvo balza sul pvoscenio, fvesco,
scintillante,
>pvofumoso di vose, celia col maestvo Fvancesco Lentini e pvesenta il suo
ultimo
>libvo ‘Fuoco del Sud’ in quattvo e quattv’otto. Mi vitvovo pev caso alla
>presentazione di un libvo di un big della Pvima Vepubblica e lo stesso
musetto
>coyote mi fa cucù nel vuolo di modevatove: tvasmetto tosto l’sms ai miei
>amichetti con l’opzione “silenzioso”: “Lino è anche qua”. Visposta: “E’
>pazzesco, ma è anche qui al contempo che parla di giornalismo agli studenti
>della mia scuola”. Egli schizza nel Consovzio del falco gvillaio a Matera,
>veduce del Calabvia Day dell’apvile scorso, è a Bvescia, Bologna, Pvata di
>Pvincipato. Coagula i movimenti mevidionalisti, lo aspettano nella sala del
>Pavtito del Sud a Ponte. Lineggia (da “lineggiare”) in vadio e tv,
impavtisce
>lezioni nelle univevstità di Bavi e Foggia, divige tutto, mastev, covsi dell’
>Ovdine, becca pvemi e tavghette, pvesenzia in ogni occasione. S’è fatto un
sito
>web colov nevofumo. Sfovna vubviche, editoviali pev la Gazzetta, intevventi,
>saggi e ne pvesenta di altvui; fa spovt, mavatoneta di lungo covso, pvimo
>bavese a sbavcave alla mavcia di New York. Svolazza tva cene e cenette, la
>bella Bavi ogni dove lo attovnia, i phoeminae (anche questo è un
“selvaggismo”,
>ossia un neologismo schizoide: vuol dive, donne) attovno gli fanno stvuscio,
>calza scavpe da 980 euvo, completini da beccamovto dai 3900 in su, ticchetta
>sulla tastieva con le manotte palmate dure: “Tac tac, tratac!”. Spvizza
enevgia
>di ventenne nell’avco delle ventiquattv’ove, mentve io sono qui a scavavmi
da
>solo la fossa senza più fovze. Quest’ossessione mi è costata anche, come
avvete
>evinto, l’abevvazione fonica della “erre” in “vu”, una delle poche cose che
mi
>aveva vispavmiato il mavchio dannato che povto in fvonte. Pev questo, puv
nello
>scovno, con gli amici mìa intonevò sempve in covo: “Vive, viv’ a
>LinePetvuuùn’!”.

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