Felicità è buttare anzi conservare

Sabato 30 aprile 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Per esempio, le giacche da uomo. Ora che facciamo il cambio di stagione, ci accorgiamo che ne abbiamo di più improbabili di un Flavio Briatore monaco trappista. Lunghe quasi quanto un cappotto, larghe quasi quanto un mantello. Ora vanno 75 centimetri da collo a bordo, sono più sfiancate del gilè di un ballerino di tango, sempre sul punto di esplodere come petardi se abbottonate. Si dice “slim”. Allora via di corsa in sartoria, ché ormai più che sartorie sono officine di manutenzione. Ma una benedizione comunque aver conservato, abbiamo dovuto minacciare di morte insanguinate mani familiari sempre più propense a svuotare cassetti e riempire cassonetti. Ecco perché le nostre case non sono più case ma depositi più congestionati dei magazzini generali. Con gli italiani in testa in Europa, più che conservare accumuliamo manco fossimo alla vigilia della nevicata del secolo.

 CASE AFFOGATE Ma non sono solo giacche e affini. Le stanze non sono più stanze ma tunnel fra pile di libri, le scrivanie non sono più scrivanie ma sedimentazioni geologiche di carte, gli armadi non sono più armadi ma container, le cantinole non sono più cantinole ma casse del tesoro dalle quali può uscire di tutto come dalla lampada di Aladino. Con un disordine di fronte al quale la tumultuosa uscita da uno stadio somiglia a una sommessa orazione buddista.

 I sociologi dicono che siamo un popolo di conservatori compulsivi, “hoarder” secondo quelli che dicono sempre tutto in inglese perché è figo. Chissà se più figli della povertà che mette da parte per riempirsi gli occhi. O della nostalgia di chi vede in tutto un pezzo di cuore da tenere in sacrestia. O della insicurezza di chi dice che prima o poi mi potranno servire. O della furbizia di chi scommette che mi potranno addirittura fruttare. Vedi appunto il vintage, che è un’altra drittata per vendersi di tutto spacciando per ultima moda ciò che è solo ultimo avanzo.

 I dati dicono che metà degli italiani sono impegnati nella compravendita dell’usato. Più per mercatini che per negozi. L’era della “second hand”, della seconda mano. E con i sopraddetti sociologi (espertissimi nel prevedere ciò che è già avvenuto) i quali intellettualeggiano di estetica del non nuovo. Aggiungendo che il “valore reputazionale”, ciò che pensano di te, non è più legato al lusso neanche fra i benestanti, i quali sono i primi ad avere la faccia di fare ciò che prima non si aveva la faccia neanche di pensare. Insomma più pezzenti più onore.

 TRA VERGA E MARX Ma contro le case più ingolfate della statale 16 ad agosto e più disordinate dei capelli di Caparezza giunge dal Giappone una fra quelle filosofie di vita che sanno tanto di ombrellini, inchini e sayonara. Chiamasi arte del riordino, profetessa tal Marie Kondo. Una che, in tempi di diffusione planetaria di ogni starnuto, è diventata immediatamente un culto, con milioni di copie vendute del suo apposito libro (“Il magico potere del riordino”, appunto) e traduzione in quaranta lingue. Per dire come alleggerirsi e vivere felici, manuale di auto-aiuto per togliere il troppo non tanto dai nostri guardaroba o dalle nostre librerie ma dalle nostre menti. Ma pensa tu.

 Viviamo una pesantezza dell’essere, sentenzia la Kondo, che fa da tappo alla nostra gioia. Come dal tempo dei tempi predica l’antica disciplina orientale del “feng shui”, regole per fare il vuoto e aprirsi al nuovo. Avendo la parola “ordine” la stessa radice di “oriente” che indica il giorno nascente. Quindi ordine non solo al cambio di stagione, ma ora per ora, buttando a più non posso come premessa per non essere noi stessi roba eternamente vecchia. Butto quindi sono. Aggiungendo, la nostra madame Butterfly, che non essendo noi in grado di prevedere cosa ci farà felici in futuro, tanto vale che decidiamo cosa tenere in base a quello che ci fa felici oggi. Insomma, domani è un altro giorno, come la battuta finale del film “Via col vento”. Il tutto debitamente spiegato dalla ex sacerdotessa scintoista anche in un altro libro dalla puntualità inesorabile, “96 lezioni di felicità”.

 Succede che a trattare il mondo da sfigato che non conosce il mondo siano astri nascenti made in Oriente i quali l’hanno tanto capito da batterselo in lungo e in largo a botte di record di lettori e di fan impazziti in Internet. Astri sapienti che a gettoni di presenza predicano la spiritualità che da queste nostre parti sarebbe perduta da tempo: consistendo al massimo nell’accumulo di roba, anzi di robba come scriveva il buon Giovanni Verga. Anche un certo Carlo Marx temeva che saremmo diventati schiavi delle merci. Ma la ruota gira. E forse nessuno avrebbe mai pensato che un bel dì queste merci, più che un eccesso, sarebbero state un sogno per i più. E’ la crisi, bellezza. Vai a scoprire che abbiamo le case piene non di roba utile, ma di riserve d’emergenza. Non serve ma c’è, e così sia.