Niente saluto a chi è onesto

Sabato 14 maggio 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Ti tolgono il saluto. Lo facevano se non entravi nel giro dei furbetti del cartellino di Foggia. Cioè dei venti impiegati del Comune che, secondo l’accusa, timbravano per colleghi che entravano più tardi in ufficio. E tredici dei quali sono per questo agli arresti domiciliari e sette sospesi. Insomma, invece di vergognarsi perché violavano la legge, pare che facessero vergognare quelli che volevano rispettarla. Costringendoli a dire sì alla richiesta di timbrare per loro. Sembra di ascoltare Camillo Davigo. Il quale, appena eletto presidente dell’Associazione nazionale magistrati, ha detto una cosa che gli ha procurato un mare di guai invece che una medaglia: la novità non è che ci siano politici che non delinquono più, la novità è che lo fanno senza vergognarsi più.

 FURBI DEL CARTELLINO Ma, come si vede, non solo politici. Né del resto Foggia ha primati nazionali, anche se pare che in loco ce ne fosse uno che riusciva a timbrare fino a dieci cartellini quotidiani in conto terzi. Ancòra inarrivabili come i gol di Messi sono i settanta di Sanremo, a cominciare dal vigile che timbrava in mutande (perché di casa al Comune) e prima delle ablazioni mattutine. Mentre un altro si slogava il braccio passando cartellini su cartellini nella macchinetta, con la coda di chi aspettava impaziente di fare altrettanto per altri colleghi.

 A conferma che nulla attrae più del peggio, altrove avevano già provveduto a irrobustire l’elenco. Come i 21 ad Avellino. O come il capufficio altruista di Potenza che l’avrebbe fatto per i suoi impiegati. O come i 9 del museo a Roma più varie ed eventuali. Come, sempre a Roma capitale in tutto, quel dipendente del trasporto pubblico in permesso per accudire un parente infermo ma beccato al maneggio in groppa a un cavallo ignaro di chi avesse su.

 Il fatto è che in questo Paese che è davvero un Belpaese, sei visto male, anzi evitato come la rogna se non fai come fan tutti, anzitutto non rispettare la legge. Ma guarda quel fanatico. Timorati della legalità a rischio di provocare altrui problemi di coscienza (per la verità molto più improbabili di un Salvini raffinato come un lord inglese). Una consuetudine collettiva a farsi le regole che in quanto collettiva e in quanto continuativa diventa la nuova regola. Come una usucapione: il possesso prolungato diventa proprietà. Usucapione dei costumi.

 Così se paghi le tasse fino all’ultimo, sei un fesso. Se ti fermi davanti alle strisce, il pedone ti fulmina come se lo stessi prendendo in giro. Se non butti la cicca per terra, ti dicono che sei fuori di testa. Se depositi la spazzatura fuori orario, ti assolvi perché un altro lo ha fatto prima di te. Se lasci la macchina in doppia fila e uno non può uscire, non chiedi scusa ma pensi, questo proprio ora doveva uscire. Se sei puntuale a un appuntamento, ti fanno notare che sa, da noi c’è il quarto d’ora accademico. Se non fai il bullo a scuola, lo fanno con te. Se non ti accasci tramortito in area, i compagni di squadra ti accusano di non aver fatto avere il rigore. Se come gli abusivi delle fornacelle alla festa di san Nicola a Bari vieni mandato via, pretendi che vadano via anche i regolari colpevoli di rovinare la piazza a tutti. Se non dai l’euro (anzi il “caffè”) al posteggiatore non meno abusivo, ti chiedi se valeva la pena farti raschiare la macchina per vendetta. Se non ti fai la mansarda ancòra più abusiva, ti penti perché poi te l’avrebbero condonata. Se non paghi la tangente, non puoi lavorare. E se non la chiedi, sei sospetto perché è impossibile che non l’abbia chiesta. E se non strisci il cartellino altrui, ti tolgono, appunto, il saluto. Arrivando all’involuzione della specie: dalla violazione della regola trasformata in regola alla violazione di legge trasformata in legge.

 MALE E BENE Non è che ci si debba rassegnare all’Italia irrimediabile repubblica fondata sui furbi. La maggior parte d’Italia non lo è, chissà se mangiandosi le unghie pensando ai vantaggi di quella che lo è. Una gara fra chi resiste all’ondata e chi non resiste al contagio. Maggioranze silenziose e minoranze chiassose. E un’etica pubblica sempre più minacciata non dalla delinquenza, che è altro discorso: quello è ordine pubblico. Ma frustrata dalla impotenza di chi vorrebbe dare un buon esempio individuale ma è accerchiato dal cattivo esempio collettivo.

 In fondo i cartellinisti di Foggia e i loro predecessori non sono cattivi ragazzi, non esageriamo. Magari non onesti, ma cosa vuoi che sia. E più sfortunati perché uno ha fatto la denuncia, non potendo venire a loro lo scrupolo di far qualcosa di male perché il concetto di male ormai ciascuno se lo adatta a modo suo. Bisogna spiegarlo alla telecamera di sorveglianza, la quale è ancòra arretrata. Il prossimo passo della repubblica fondata sui furbi potrebbe essere un corso di aggiornamento a queste moraliste di tecnologie.

Ti tolgono il saluto. Lo facevano se non entravi nel giro dei furbetti del cartellino di Foggia. Cioè dei venti impiegati del Comune che, secondo l’accusa, timbravano per colleghi che entravano più tardi in ufficio. E tredici dei quali sono per questo agli arresti domiciliari e sette sospesi. Insomma, invece di vergognarsi perché violavano la legge, pare che facessero vergognare quelli che volevano rispettarla. Costringendoli a dire sì alla richiesta di timbrare per loro. Sembra di ascoltare Camillo Davigo. Il quale, appena eletto presidente dell’Associazione nazionale magistrati, ha detto una cosa che gli ha procurato un mare di guai invece che una medaglia: la novità non è che ci siano politici che non delinquono più, la novità è che lo fanno senza vergognarsi più.

 FURBI DEL CARTELLINO Ma, come si vede, non solo politici. Né del resto Foggia ha primati nazionali, anche se pare che in loco ce ne fosse uno che riusciva a timbrare fino a dieci cartellini quotidiani in conto terzi. Ancòra inarrivabili come i gol di Messi sono i settanta di Sanremo, a cominciare dal vigile che timbrava in mutande (perché di casa al Comune) e prima delle ablazioni mattutine. Mentre un altro si slogava il braccio passando cartellini su cartellini nella macchinetta, con la coda di chi aspettava impaziente di fare altrettanto per altri colleghi.

 A conferma che nulla attrae più del peggio, altrove avevano già provveduto a irrobustire l’elenco. Come i 21 ad Avellino. O come il capufficio altruista di Potenza che l’avrebbe fatto per i suoi impiegati. O come i 9 del museo a Roma più varie ed eventuali. Come, sempre a Roma capitale in tutto, quel dipendente del trasporto pubblico in permesso per accudire un parente infermo ma beccato al maneggio in groppa a un cavallo ignaro di chi avesse su.

 Il fatto è che in questo Paese che è davvero un Belpaese, sei visto male, anzi evitato come la rogna se non fai come fan tutti, anzitutto non rispettare la legge. Ma guarda quel fanatico. Timorati della legalità a rischio di provocare altrui problemi di coscienza (per la verità molto più improbabili di un Salvini raffinato come un lord inglese). Una consuetudine collettiva a farsi le regole che in quanto collettiva e in quanto continuativa diventa la nuova regola. Come una usucapione: il possesso prolungato diventa proprietà. Usucapione dei costumi.

 Così se paghi le tasse fino all’ultimo, sei un fesso. Se ti fermi davanti alle strisce, il pedone ti fulmina come se lo stessi prendendo in giro. Se non butti la cicca per terra, ti dicono che sei fuori di testa. Se depositi la spazzatura fuori orario, ti assolvi perché un altro lo ha fatto prima di te. Se lasci la macchina in doppia fila e uno non può uscire, non chiedi scusa ma pensi, questo proprio ora doveva uscire. Se sei puntuale a un appuntamento, ti fanno notare che sa, da noi c’è il quarto d’ora accademico. Se non fai il bullo a scuola, lo fanno con te. Se non ti accasci tramortito in area, i compagni di squadra ti accusano di non aver fatto avere il rigore. Se come gli abusivi delle fornacelle alla festa di san Nicola a Bari vieni mandato via, pretendi che vadano via anche i regolari colpevoli di rovinare la piazza a tutti. Se non dai l’euro (anzi il “caffè”) al posteggiatore non meno abusivo, ti chiedi se valeva la pena farti raschiare la macchina per vendetta. Se non ti fai la mansarda ancòra più abusiva, ti penti perché poi te l’avrebbero condonata. Se non paghi la tangente, non puoi lavorare. E se non la chiedi, sei sospetto perché è impossibile che non l’abbia chiesta. E se non strisci il cartellino altrui, ti tolgono, appunto, il saluto. Arrivando all’involuzione della specie: dalla violazione della regola trasformata in regola alla violazione di legge trasformata in legge.

 MALE E BENE Non è che ci si debba rassegnare all’Italia irrimediabile repubblica fondata sui furbi. La maggior parte d’Italia non lo è, chissà se mangiandosi le unghie pensando ai vantaggi di quella che lo è. Una gara fra chi resiste all’ondata e chi non resiste al contagio. Maggioranze silenziose e minoranze chiassose. E un’etica pubblica sempre più minacciata non dalla delinquenza, che è altro discorso: quello è ordine pubblico. Ma frustrata dalla impotenza di chi vorrebbe dare un buon esempio individuale ma è accerchiato dal cattivo esempio collettivo.

 In fondo i cartellinisti di Foggia e i loro predecessori non sono cattivi ragazzi, non esageriamo. Magari non onesti, ma cosa vuoi che sia. E più sfortunati perché uno ha fatto la denuncia, non potendo venire a loro lo scrupolo di far qualcosa di male perché il concetto di male ormai ciascuno se lo adatta a modo suo. Bisogna spiegarlo alla telecamera di sorveglianza, la quale è ancòra arretrata. Il prossimo passo della repubblica fondata sui furbi potrebbe essere un corso di aggiornamento a queste moraliste di tecnologie.

Ti tolgono il saluto. Lo facevano se non entravi nel giro dei furbetti del cartellino di Foggia. Cioè dei venti impiegati del Comune che, secondo l’accusa, timbravano per colleghi che entravano più tardi in ufficio. E tredici dei quali sono per questo agli arresti domiciliari e sette sospesi. Insomma, invece di vergognarsi perché violavano la legge, pare che facessero vergognare quelli che volevano rispettarla. Costringendoli a dire sì alla richiesta di timbrare per loro. Sembra di ascoltare Camillo Davigo. Il quale, appena eletto presidente dell’Associazione nazionale magistrati, ha detto una cosa che gli ha procurato un mare di guai invece che una medaglia: la novità non è che ci siano politici che non delinquono più, la novità è che lo fanno senza vergognarsi più.

 FURBI DEL CARTELLINO Ma, come si vede, non solo politici. Né del resto Foggia ha primati nazionali, anche se pare che in loco ce ne fosse uno che riusciva a timbrare fino a dieci cartellini quotidiani in conto terzi. Ancòra inarrivabili come i gol di Messi sono i settanta di Sanremo, a cominciare dal vigile che timbrava in mutande (perché di casa al Comune) e prima delle ablazioni mattutine. Mentre un altro si slogava il braccio passando cartellini su cartellini nella macchinetta, con la coda di chi aspettava impaziente di fare altrettanto per altri colleghi.

 A conferma che nulla attrae più del peggio, altrove avevano già provveduto a irrobustire l’elenco. Come i 21 ad Avellino. O come il capufficio altruista di Potenza che l’avrebbe fatto per i suoi impiegati. O come i 9 del museo a Roma più varie ed eventuali. Come, sempre a Roma capitale in tutto, quel dipendente del trasporto pubblico in permesso per accudire un parente infermo ma beccato al maneggio in groppa a un cavallo ignaro di chi avesse su.

 Il fatto è che in questo Paese che è davvero un Belpaese, sei visto male, anzi evitato come la rogna se non fai come fan tutti, anzitutto non rispettare la legge. Ma guarda quel fanatico. Timorati della legalità a rischio di provocare altrui problemi di coscienza (per la verità molto più improbabili di un Salvini raffinato come un lord inglese). Una consuetudine collettiva a farsi le regole che in quanto collettiva e in quanto continuativa diventa la nuova regola. Come una usucapione: il possesso prolungato diventa proprietà. Usucapione dei costumi.

 Così se paghi le tasse fino all’ultimo, sei un fesso. Se ti fermi davanti alle strisce, il pedone ti fulmina come se lo stessi prendendo in giro. Se non butti la cicca per terra, ti dicono che sei fuori di testa. Se depositi la spazzatura fuori orario, ti assolvi perché un altro lo ha fatto prima di te. Se lasci la macchina in doppia fila e uno non può uscire, non chiedi scusa ma pensi, questo proprio ora doveva uscire. Se sei puntuale a un appuntamento, ti fanno notare che sa, da noi c’è il quarto d’ora accademico. Se non fai il bullo a scuola, lo fanno con te. Se non ti accasci tramortito in area, i compagni di squadra ti accusano di non aver fatto avere il rigore. Se come gli abusivi delle fornacelle alla festa di san Nicola a Bari vieni mandato via, pretendi che vadano via anche i regolari colpevoli di rovinare la piazza a tutti. Se non dai l’euro (anzi il “caffè”) al posteggiatore non meno abusivo, ti chiedi se valeva la pena farti raschiare la macchina per vendetta. Se non ti fai la mansarda ancòra più abusiva, ti penti perché poi te l’avrebbero condonata. Se non paghi la tangente, non puoi lavorare. E se non la chiedi, sei sospetto perché è impossibile che non l’abbia chiesta. E se non strisci il cartellino altrui, ti tolgono, appunto, il saluto. Arrivando all’involuzione della specie: dalla violazione della regola trasformata in regola alla violazione di legge trasformata in legge.

 MALE E BENE Non è che ci si debba rassegnare all’Italia irrimediabile repubblica fondata sui furbi. La maggior parte d’Italia non lo è, chissà se mangiandosi le unghie pensando ai vantaggi di quella che lo è. Una gara fra chi resiste all’ondata e chi non resiste al contagio. Maggioranze silenziose e minoranze chiassose. E un’etica pubblica sempre più minacciata non dalla delinquenza, che è altro discorso: quello è ordine pubblico. Ma frustrata dalla impotenza di chi vorrebbe dare un buon esempio individuale ma è accerchiato dal cattivo esempio collettivo.

 In fondo i cartellinisti di Foggia e i loro predecessori non sono cattivi ragazzi, non esageriamo. Magari non onesti, ma cosa vuoi che sia. E più sfortunati perché uno ha fatto la denuncia, non potendo venire a loro lo scrupolo di far qualcosa di male perché il concetto di male ormai ciascuno se lo adatta a modo suo. Bisogna spiegarlo alla telecamera di sorveglianza, la quale è ancòra arretrata. Il prossimo passo della repubblica fondata sui furbi potrebbe essere un corso di aggiornamento a queste moraliste di tecnologie.