L’Italia dei giovani messi in fuori gioco

Venerdì 27 maggio 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Ora partono tutti. Tante volte abbiamo parlato dei giovani costretti ad andar via da un Sud passato dall’emigrazione delle valigie di cartone a quella dei trolley e dei computer. Ma la novità è che vanno al Nord e cosa scoprono? Che neanche lì ci sono più i giovani, andati via come loro. All’estero. Se prima il deserto lo rischiava solo il Sud, ora lo rischia tutta l’Italia nell’emorragia delle partenze con biglietto di sola andata. Né si può scomodare l’Inferno di Dante per dire che aver compagni al duol scema la pena. E’ una giustizia al ribasso. Perché nel Festival delle diseguaglianze che è l’Italia, la diseguaglianza fra le generazioni concorre con la diseguaglianza fra i territori. La Questione giovanile nazionale è la nuova Questione meridionale.

 Ovvio che nascere a Crotone continua a non essere lo stesso che nascere a Milano, anche se il Crotone va in serie A e il Milan è quasi da B. Stessa cosa è soltanto “non” nascere ovunque, visto che con 1,33 figli a testa delle donne del Sud e 1,44 di quelle del Centro Nord è deserto comune anche di culle vuote e non si sostituiscono gli anziani che scompaiono. Né bastano gli immigrati, da noi un terzo rispetto ad altri Paesi nonostante gli strilli di Salvini. Ed ovvio anche che essere Sud continua a non essere il migliore destino, fra doppio della disoccupazione e il tanto altro che sappiamo.

 Ma soprattutto oggi non è il miglior destino essere giovani, bellezza non più solo invidiabile. Perché se sei su dieci restano a casa coi genitori se no dove vanno, gli altri vanno. Ormai la loro vita è altrove. Perché se i latini insegnano che la patria è dove si sta bene, la loro patria non è più qui. Nell’era in cui l’aereo da Bari a Londra ci mette poco più dell’auto da Bari a Matera. Nell’era in cui c’è patria ovunque ci sia un volo low cost, a basso prezzo. Nell’era in cui già alle medie li portano in gita scolastica a Barcellona. Nell’era dell’Erasmus. E nell’era in cui anche la patria è più l’Europa (nonostante tutto) che la propria. Ma soprattutto nell’era in cui in Italia non ci vuole stare più nessuno, meno che mai i giovani.

 Questo è il Paese che li ha messi fuorigioco con l’istruzione. Abbiamo distrutto le scuole professionali perché l’ebanista voleva dare una laurea e non un mestiere al figlio. Siamo invece il secondo Paese manifatturiero d’Europa dopo la Germania e negli anni ‘60 il boom è stato un boom proprio di mestieri e di quel saper fare che nessuna università può insegnare in aula. Poi nonostante questo abbiamo il minor numero di laureati d’Europa. E abbiamo squalificato le lauree (comprese le discriminazioni contro il Sud) fino al punto che essere laureati oggi non è più quel vantaggio. E’ stato delusa la (giusta) convinzione che bastasse un titolo di studio maggiore per avere uno stato sociale migliore. Anche perché servono informatici e fanno giurisprudenza. Non capendo che, quando non si sa che fare, si faccia almeno lingue. E con imprese per le quali dover pagare un laureato è peggio che avere l’Aids. 

  Questo è il Paese che ha messo fuorigioco i giovani col lavoro e la previdenza. Prima un peregrinare fra mille ripieghi e non è che siamo in America dove il lavapiatti può diventare Trump. Poi il sempre più tardivo ingresso nel lavoro, con reddito da sopravvivenza e prospettive anche peggio tanto da essere solo kamikaze per pensare a famiglia e figli. Pensioni a 80 anni e consumi rinviati con danni per loro e per il Paese che meno consuma meno produce meno dà occupazione meno aiuta i giovani. E ci illudiamo che, mandando prima gli anziani in pensione, si crei spazio per loro mentre le aziende preferiscono tenersi gli anziani o dare lavoro soprattutto ad altri anziani come hanno dimostrato le assunzioni drogate dagli incentivi dello Jobs act.

 Questo è il Paese che ha messo fuorigioco i giovani col fisco e col credito. Non pensando che le tasse giustamente progressive verso chi più ha (ammesso che le paghi) potrebbero essere inizialmente più blande per chi come i giovani meno ha e meno avrà anche di pensione, come abbiamo visto, visto quanto possono pagare. Mentre le banche che pur hanno i loro problemi non hanno sufficientemente pensato a forme di microcredito per chi, come i giovani, ha magari una grande idea ma non un becco di quattrino. Cioè le “start up”, come furono Apple, Google, Facebook. Se Steve Jobs fosse venuto in Italia, con tutto il po’ po’ visto al massimo avrebbe fatto l’elettricista.

 Messo insieme questo quadretto, i giovani vanno perché hanno i piedi leggeri e la pesantezza nell’anima. E’ bene che viaggino, che conoscano il mondo, che imparino (appunto) le lingue. Dovrebbero avere le ali tornanti per donare alla loro terra dopo aver raccolto: specie al Sud. Anche perché solo loro hanno l’energia per dare la scossa a una patria bella e perduta. Ma la patria è matrigna, e allora noi perdiamo loro e loro noi.