Nelle vite altrui in punta di piedi

Sabato 28 maggio 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Una grande ipocrisia nazionale. Metti l’etica dell’informazione: concetto gravoso per dire molto più semplicemente che l’informazione dovrebbe rispettare le persone. Che oltre che alla sua libertà dovrebbe badare alla verità. Quindi niente toni e argomenti che entrano a gamba tesa nella vita di ciascuno. Mettendola in piazza senza un interesse pubblico se non la morbosità, l’insinuazione, il pettegolezzo che stanno alla verità come un interista sta a un milanista. Ciò che può segnare appunto a vita le vittime del tritacarne. Tipo un indagato poi magari dopo anni assolto. Ma che nel frattempo nel suo condominio hanno evitato come un galeotto mentre i suoi figli a scuola erano i figli di quello lì. Anche se è un politico della molto corrente specie “tanti avvisi di garanzia tanto onore”.

 COMUNICARE CORRETTAMENTE Se ne è parlato sere fa a Bari presentando il libro di un giornalista di Rai Puglia, Enzo Quarto, da anni impegnato nella sua mission chissà se possibile o impossibile. E che lo ha intitolato “La comunicazione è relazione” (Gelsorosso editrice) per dire che dall’altra parte c’è sempre qualcuno del quale ti occupi e del quale è bene anche che ti preoccupi. Ciò che fa immaginare lettori o ascoltatori tutti concordi che non può che essere così, mentre è molto meno certo di una Ferrari che vinca un gran premio. In un Paese di non lettori di giornali ai quali se non servi il piccante chiudi il ristorante. E se mandi in prima serata televisiva un’inchiesta seria temi sempre che lo zapping dirotti sùbito sui Massimo Boldi.

 Ovvio che bisognerebbe vedere se è nato prima l’uovo o la gallina. Se siano stati i giornali e le tv a creare quei lettori (o non lettori) e quei telespettatori o viceversa. Se le cinque “esse” più una dei giornali (sesso, sangue, scandali, soldi, spettacoli, sport) siano stati una scelta o una necessità. E se i talk show delle tv siano figli di un complotto per imbonire e non far capire o della voglia comune di inveire più che capire. Ma mentre qualche algoritmo cerca di rispondere, l’Italia è sempre più una repubblica fondata sul dileggio.

 Il preoccupato editore Giuseppe Laterza si chiede che c’entrasse Zalone al Salone del libro di Torino anche se autore di un libro anch’egli. Perché l’unico bagno di folla è stato per Checco, con tanta gelosia di altri comici che avevano fatto piangere. Fondato interrogativo di Laterza che pure l’intelligente Checco condividerebbe se tanti editori spiegassero perché puntano sui libri di cucina e di ex calciatori. E se si chiedesse agli acquirenti perché i libri più venduti sono quelli (naturalmente con ogni rispetto). E se si chiedesse agli organizzatori perché si fregano le mani non ammettendo che anche il loro Salone è diventato un lunapark.

 DIVERTIRSI DA MORIRE Un citatissimo massmediologo come il canadese Marshall McLuhan parlando della tv disse che il mezzo è il messaggio. Non era una frase da poteri occulti alla Codice da Vinci. Voleva dire che, per come è fatta la tv, è spettacolo anche se trasmette un funerale. Un altro addetto ai lavori come l’americano Neil Postman ha aggiunto che con la tv non c’è altro da fare che divertirsi da morire. E lo diceva nel 1985, molto prima che le emittenti private italiane (e non solo) lo prendessero alla lettera.

 Naturalmente divertirsi non vuol dire cabaret anche quando parla Mattarella (se parla). Né vuol dire che la cultura debba essere spedita a notte fonda come fa mamma Rai. Non vuol dire neanche che non possa esserci programma senza gag, frizzi, lazzi e pernacchietti o che le notizie debbano essere per forza strisciate da guitti di quart’ordine. Non vuol dire che se si fa un’inchiesta politica i parlamentari debbano essere braccati in strada da inviati più da avanspettacolo che da giornalismo. Come non vuol dire che non si possa fare un servizio di informazione senza musichette e pupazzetti. Divertirsi vuole più sensatamente dire che si punta più sull’emozione che sull’attenzione, più pancia che testa. Che non dovrebbe significare rissa più che discussione.

 Insomma il cerchio non si chiude senza colpevolizzare non la tv ma la cattiva tv. E non dimenticando che se al cinema tramontano i cinepanettoni, i mitici Vanzina ora propongono i cinemeloni di inizio estate con caldo successo. Tornando all’interrogativo sull’uovo e la gallina. Con la verità potenziale vittima sacrificale, vattela a pescare in questo caravanserraglio.

 Il prode Enzo Quarto non si arrende come l’ultimo giapponese nella giungla ignaro che la guerra è finita. Il fatto è che si spara di tutto, anzitutto spazzatura. E che chi fa il mestiere di scrivere o parlare al prossimo suo deve caricarsi il fardello della responsabilità contro l’andazzo. Anche se gli italiani danno sempre la colpa agli altri di come sono fatti. Anzi, come diceva Flaiano, gli italiani sono sempre gli altri.