Se l’amore per la città vale solo 200 euro

Venerd́ 3 giugno 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Duecento euro. Quanto due paia di jeans. E’ quello che i baresi hanno offerto finora per la manutenzione e il restauro dei principali beni storici e artistici della città (dal Fortino San Nicola a Casa Piccinni, dal Museo civico alla Colonna infame). Contributo dell’Associazione italiana sommeliers, non di industriali, commercianti, banche o gente che può. Pur essendoci uno sconto fiscale del 65 per cento per chi lo dà. E pur essendo stato il Comune di Bari il primo al Sud a muoversi in tal senso. Flop che riesuma un vecchio luogo comune locale, secondo cui la cultura non è roba che fa fare soldi. Essendo i soldi, nella considerazione autoctona, più sacri di una reliquia.

 Ma chi va in giro per Bari in questi giorni, è tutto un festival di parlate forestiere. E non solo di crocieristi che sbarcano, passano da San Nicola e tornano a bordo. Ma anche di chi ci resta, e francamente un po’ sbattuti, perché considerano Bari una città turistica molto più di quanto la stessa Bari ne sia convinta. Possibile che sulla botta di tirchieria abbia influito la scarsa informazione. Possibile che pesi la (non campata in aria) sfiducia sulla fine che l’eventuale generosità può fare, nel Paese ladrone degli scandali quotidiani e dei lavori pubblici che si sa quando iniziano ma non quando finiscono, se finiscono. Possibile che sia stato fatto papale papale il molto locale discorso del “se la vedessero loro”, insomma cosa fa lo Stato per me perché io debba fare qualcosa per lui?

 Eppure è lo stesso popol mio che poi finanzia le panche nelle chiese, donazione della famiglia Tale: ma lì è in gioco la vita eterna. E’ lo stesso che ha fatto ferro e fuoco, aprendo anche la borsa, per risistemare un’edicola votiva vicino alla cattedrale. E’ lo stesso che aderisce a una rete di solidarietà pur lanciata dallo stesso Comune contro la povertà. Non solo “adotta una famiglia”. Ma anche pasti per i senza casa. Anche medici e dentisti che curano gratuitamente i bambini. E il dormitorio e le docce. E il centro per i minori stranieri. E perfino quello per i padri separati, si ritiene più allo sbando delle madri. Meno fortunato il caffè sospeso nei bar, pagato da sconosciuti per chi non può. Facendo ritenere che al rito del caffè, al Sud, non rinuncia neanche chi non può.

 Ma la cultura, no. Forse ancòra incompatibile col dio Mammone pur nella città con due università e un politecnico. E dove è stato istituito un nuovo corso di laurea in sistemi turistici e culturali, sperando che possa fruttare più del conoscere semplicemente le lingue. Né comunque l’”adotta un monumento” va meglio nel resto della regione, nonostante gli esempi di un’impresa che ha contribuito a riaprire lo storico teatro Mercadante nella sua Altamura (occupandosi anche del Petruzzelli), e del principale produttore di grano duro che sponsorizza un festival letterario di successo.

 Del resto con l’”art bonus” (come si chiama) solo qualcosa di più si muove nel resto d’Italia. Il Paese in cui l’arte diffusa è la vera ricchezza. E nel momento in cui il turismo è diventato il primo settore economico del mondo, con i viaggiatori arrivati a un miliardo 200 milioni dai 25 milioni che erano nel 1950. Ma con l’Italia che dovrebbe essere prima riuscendo invece a essere solo quinta perché i suoi autogol arrivano anche a danneggiare un patrimonio che è invece abbondantemente primo.

 Ma è soprattutto dalle nostre parti, ahinoi, a non passare una regola semplice come il due di spada. La cultura è un brand, un marchio che scatena emozioni al di là del suo effettivo valore. Come un Giovanni Allevi, per dirne una, il pianista e compositore che è diventato un tutto esaurito più per le sue moine e i suoi capelli che per la sua musica. E la cultura è diventata per il turismo ciò che è la benzina per l’auto. Nel tempo in cui solo i maniaci dell’abbronzatura si accontentano del sole e del mare, e i maniaci dello sballo vanno in spiaggia la sera per inciuccarsi e dintorni. Ma chi prende il trolley o monta lo zaino vuole ubriacarsi di bellezza tanto quanto vuole vivere la vita della gente del posto. Farne l’esperienza. Nella Puglia più alla moda dei bar di Briatore, che infatti viene a Otranto per riattizzare la sua.

 Bari non fa eccezione, pur cercando un suo marchio mentre ha già san Nicola. E pur cullando sotto sotto ancòra la torbida idea che la sua cultura siano la focaccia e la birra, più un polpo crudo all’occasione. Non scoppia di monumenti, ma per quelli che ha la sua migliore offerta è stata finora di 200 euro. E’ vero che è la città dei “pochi, maledetti e sùbito” (riferito ai soldi). Ma è anche vero che se non si riesce mai a guardare oltre il proprio naso, prima o poi si sbatte.