Chiesa senza orari d’ufficio

Sabato 4 giugno 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

E meno male che non chiudono il sabato e la domenica come le banche. Mica poteva andare giù a papa Francesco che le chiese siano un posto in cui, se un cristiano vuol parlare col Signore, passi domani dalle 7 alle 12 e dalle 16 alle 19. Un Signore a tempo determinato, magari col voucher. E la chiesa con orari di ufficio, tipo negozi col cartello in vetrina sulle aperture, la mezza giornata di riposo, la pausa pranzo più puntale della faccia arrabbiata di Antonio Conte. Ovvio che Bergoglio abbia detto che gli fa male al cuore, lui vescovo di strada che viene da quella fine del mondo in cui la chiesa non è solo chiesa ma rifugio permanente per i tanti esclusi, i tanti sofferenti, i tanti sbandati. Ed ecco una strigliata delle sue. “Dalla tal ora alla tal ora. E poi?”.

 24 ORE SU 24 Ma non solo non c’è porta aperta. Non c’è prete, non c’è diacono, non c’è laico. Mentre devono rinunciare a essere padroni della propria giornata, non essere gelosi del proprio tempo, non avere l’agenda come alla Asl. Fosse stato un direttore del personale, una vertenza sindacale a Francesco non gliela toglieva nessuno. E non è che ora la aprono, questa chiesa, e magari mettono il muso con i fedeli, anzi non gli danno l’assoluzione così imparano a bussare quando glielo dice il cuore. Devono essere accoglienti e gentili. E soprattutto non sgridare chi si è fatto venire la crisi mistica quando il gong è già suonato come a Rischiatutto.

 Siccome i parroci sono parroci e non metalmeccanici, hanno risposto che sì, il papa ha ragione (e ci mancherebbe). Che sarebbe bello fare come dice ma sono sempre più pochi e sempre più anziani, e qualcuno gli deve dare una mano. E hanno ragione anche loro. Magari quei volontari che per fortuna sono l’unica abbondanza nella penuria di tutto il resto. Tenendo conto che se le parrocchie sono a corrente alternata, i sacerdoti sono a tempo pieno fra catechismo, visite ai malati, spesso insegnamento e ancor più spesso sostituzione di colleghi assenti altrove. Tenendo conto che non c’è più religione come un tempo né sufficiente timor di Dio che trattengano ladri e vandali. Anche se essere disponibili h24 non significa svegliare un sacerdote nel cuore della notte per un semplice saluto. Ciò che sarebbe davvero uno scherzo da prete.

 Ma visto che Bergoglio non è uno che le manda a dire, anzi secondo alcuni le dice fin troppo, ne vogliamo parlare delle omelie? Così ha di nuovo bacchettato  i suoi (anzi non diciamo bacchettato altrimenti ci bacchetta amorevolmente il segretario dei vescovi, mons. Galantino, secondo il quale sui giornalisti ha ragione Umberto Eco: come i bambini fanno i cattivelli per primeggiare). Insomma diciamocelo sinceramente: spesso le omelie sono un supplizio per i sette-otto milioni di persone che seguono la messa in Italia fra sabato e domenica. Spesso lunghe e noiose, spesso incomprensibili, spesso incapaci di toccare il cuore di chi cerca un sostegno e una speranza nella vita di ogni giorno e viene ricompensato di sacre scritture.

 E CAMBIA L’OMELIA Dovrebbero avere lo stesso linguaggio casalingo che si riconosce il papa, uno che a chi gli dovesse offendere la madre dice papale papale (appunto) che gli dà un pugno. E non avere invece il linguaggio di don Paolo Tomatis (ci permetta da comunicatori a predicatori). Il quale don Paolo, incaricato di occuparsene con un corso ad hoc, spiega che l’idea è nata dalla consapevolezza crescente della complessità del genere omileto, dal che si ha conferma che è proprio dura.

 Non è che i sacerdoti debbano diventare bravi come venditori d’asta, anche se non dispiacerebbe con tanti miscredenti in giro. Ma nel corso gli si dirà di fare dell’omelia più una consolazione che una lamentazione, più una conversazione che una lezione, più una convinzione che una ammonizione. Con un linguaggio del corpo più che con rigidità cattedratica, con pause più che con sfilze senza respiro, con cambiamenti di tono più che con menate monocordi di fronte alle quali i discorsi di un Fidel Castro sarebbero il top dell’eccitazione. Della durata massima di 15 minuti come esempio di carità cristiana. E magari dialogando con i fedeli senza per questo farne un talk show né imitare certi santoni da spiritual convinti di stare più in una curva Sud che in un luogo sacro.

 Insomma i tempi sono cambiati, e figuriamoci che la gente non va più neanche ai comizi, anzi per la verità a mala pena va a votare. C’è anche Taranto fra le sedi in cui cinque sacerdoti fra i 38 e i 56 anni stanno partecipando al “ProgettOmelia”. E se uno come san Giovanni Bosco era chiamato l’imprenditore di Dio, nessuna meraviglia per un po’ di marketing della chiesa in un tempo in cui se non sai dire non conti neanche se prometti l’eternità. L’essenziale è che se anche il buon Dio deve suonare le sue campane, non sia scambiato per un consiglio per gli acquisti.