Parli italiano o italianastro?

Sabato 18 giugno 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Italiano vil lingua dannata. Il sindaco di Acquaviva delle Fonti (area metropolitana di Bari) ha stabilito che per un giorno tutti parlino il dialetto del posto. Lingua come l’italiano, tanto che chi la conosce può considerarsi bilingue. Ha cominciato lui con la sua ordinanza. Lo hanno imitato il macellaio con le sue costatine, il ristorante col suo calzone di cipolle, il medico con i suoi tre giorni di riposo tranne complicazioni, l’impresa di pompe funebri con le sue casse comode e accoglienti. Dialetto come scrigno delle tradizioni locali che nessun’altra lingua potrà mai uguagliare per dire il più col meno, tanto arguta quanto a presa diretta. Né guasta un po’ di amor proprio cittadino, siamo di Acquaviva ma non come quelli di Bergamo che scrivono “Berghem” sui loro cartelli stradali per dire che la loro buffonata di Padania è meglio dell’Italia.

 OLTRAGGI ALLA LINGUA Il sindaco (che fra l’altro è giornalista) avrà avuto tutte le migliori intenzioni, non escluso compiacere i suoi i quali infatti ne sono stati compiaciuti assai. Il rischio è però che il dialetto non sia la seconda lingua ma la prima. E che il suo uso e abuso sia il sistema rapido per conoscere ancor meno quell’italiano che il 40 per cento degli italiani non capisce neanche se deve leggere un avviso della Asl. Quell’italiano delle cui 140-180 mila parole, molti se non troppi conoscono solo le 700 sufficienti per sopravvivere tra gesti e storpiature come facciamo all’estero. Mettiamoci il simil-italiano di mail, sms, chat, whatsapp, messenger, social network (cioè la robaccia di telefonini e internet) e saremo tutti ignoranti come un lampione.

 La lingua comune è il primo comandamento per fare un popolo. Figuriamoci un popolo come quello italiano unito (se pure) solo dalla nazionale di calcio, e quando vince. E i cui governanti riescono a dare anche linguisticamente il peggio di se stessi con un’aria da cittadini del mondo che è invece provincialismo o autodisprezzo. Visto che scrivono Jobs act, Spending review, Migration compact mentre se stessero a Roma e non a Londra dovrebbero scrivere Legge sul lavoro, Riduzione della spesa, Accordo sull’immigrazione. E che chiamano Welfare un ministero che è semplicemente quello dei Servizi sociali. Dietrofront per non fare del loro Paese una Babele, non in odio alla Perfida Albione come quando in un noto Ventennio si traduceva champagne in sciampagna, goulasc in spezzatino all’ungherese, menù in lista, stop in alt, toast in pantosto, hockey in disco su ghiaccio, dribbling in scavalco. E il prode D’Annunzio (che almeno la cultura l’aveva) trasformava il cherry brand in sangue morlacco e il cognac in arzente. Magari ridicolo, ma chissà se non preveggente.

 TRA CROZZA E ZALONE Dovremmo sostenere gli sforzi per difendere la nostra lingua sia pure in un mondo in cui se non sai l’inglese sei una mezza calza. Difenderla non dicendo per esempio che sostenerla significa fare un “endorsement” che dà l’idea di qualcosa di equino. Mentre l’inglese in stile Crozza fa annunciare ai passeggeri dell’Alitalia che possono rivolgersi al personale “dedicato”, ma dedicato di che?  Mentre vogliono dire personale “addetto” ma l’hanno tradotto dall’inglese “dedicated personnel”. Quell’Alitalia che da quando è diventata mezza araba ha intabarrato le sue hostess in una divisa vinaccia e verde che più che una divisa sembra un burqa e fa più schifo dei cappellini della regina Elisabetta d’Inghilterra.

 Basta del resto girarci un isolato di una qualsiasi delle nostre città per avere un’idea delle boutique e delle shop anche se vendono pane o fanno gli idraulici. Ma non è solo anglomania casereccia. Lasciamo stare le chiamate per dire di buttare la pasta o che ti aspetto all’angolo. Lasciamo stare chi annuncia che il campione Tal dei Tali sarà presente in una prossima gara sportiva, che (?) lui non è mai stato qui. E il politico che alla presentazione di un libro nel suo inesorabile indirizzo di saluto dice che l’argomento è importante, dove (?) io do atto all’autore. E lasciamo stare i giri di vite, i severi moniti, le rocambolesche fughe, le brillanti operazioni, i salti nel buio, i cambiamenti epocali, il riserbo rigoroso, gli interrogatori stringenti, i funzionari solerti di un linguaggio che fa capire sùbito perché in mano a un Checco Zalone diventano film da 60 milioni di incasso. Per saper parlare bisogna leggere, e per gli italiani è più offensivo della faccia di Salvini.

 Donde è sorprendente la sorpresa per la gaffe (goffaggine) del candidato sindaco che in una cittadina di Puglia assicura in un comizio di voler “anteporre le questioni personali agli interessi della collettività”. Chiaro che voleva dire tutto il contrario (almeno in campagna elettorale), glielo hanno fatto notare e si è scusato. Ma si figuri, se nella situazione su detta dobbiamo accanirci su un anteporre e un posporre.