Luci e ombre di un martirio

Domenica 19 giugno 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

No, non è un semplice libro di storia questo di Vito Bianchi dedicato a Otranto 1480. E’ un giallo. E’ una spy-story. E’ un romanzo di intrighi, veleni, ambizioni, tradimenti, colpi bassi, violenze, farse, tragedie, miserie. Di fronte ai quali e alle quali i lungi coltelli che riteniamo di vivere ai nostri giorni sono un minuetto da orsoline, l’aggressività di Renzi un sospiro da abatini, il cinismo di un maestro come Andreotti non più che un pater-ave-gloria da sacrestia. Perché tale fu la vicenda di quella Otranto che conserva ancòra oggi i segni dell’uragano epocale che la investì in una data rimasta scolpita nella memoria dell’umanità. Nella cultura popolare. Nella leggenda e nell’attualità.

 Ecco perché “Otranto 1480. Il sultano, la strage, la conquista” (Laterza ed, pag. 314, euro 20) non si legge ma si divora un morso dopo l’altro. Era il tempo del “mamma li turchi” non solo lungo le coste di Puglia. E un brivido di terrore vi scendeva ogni volta che all’orizzonte apparivano le loro vele come ora le bandiere nere dell’Isis. Negli stessi anni in cui Dante Alighieri componeva la “Divina Commedia”, nasceva la dinastia ottomana che avrebbe dominato su un impero non meno sconfinato di quello Romano. Fra quattro fiumi (Tigri, Eufrate, Nilo, Danubio). Fra quattro catene montuose (Caucaso, Tauro, Atlante, Balcani). E che partendo dai confini bizantini, in 623 anni arrivò fino alle porte di Vienna. Conquistando in quel 1480 non solo Otranto ma anche Costantinopoli, Grecia, Serbia, Albania.

 Credere però che Otranto fosse una tappa minore nella irresistibile avanzata di quegli invincibili è più fuori luogo di un D’Alema in uno zuccherificio. Perché se un anno dopo una guerra fratricida a Costantinopoli non avesse imitato i divisi rissosi Stati e staterelli della penisola e Otranto liberata, sarebbe partito l’attacco a tutta la futura Italia. E “Rum Rum” (Roma, Roma) era la parola d’ordine di corte: una ossessione. Che, appunto da Otranto in su, avrebbe potuto cambiare le sorti del mondo. Perché l’Italia non era un posto qualsiasi. E perché sarebbe stata il trampolino di lancio finale per i sogni di gloria e il coronamento dell’ambizione di dominio universale del sultano Maometto II detto Fatih, il conquistatore. Oggi forse saremmo seguaci di Allah.

 Otranto resta quindi il simbolo di un sacrificio ma anche del più grande pericolo corso dall’Occidente. Questo il primo pregio della ricostruzione di Vito Bianchi. Ma ce n’è un secondo ed è il più imprevisto e sorprendente. Ovvio che l’islamismo più estremo sogni oggi un’altra Otranto, visto che allora fu persa più per colpa degli stessi invasori che per un ritorno di orgoglio degli alleati che lasciarono soli gli aggrediti anche nella peste. Per quanto non è che Gedik Ahmed Pascià detto “lo sdentato” e i suoi che si rovesciarono sulla città somigliassero molto agli jihadisti attuali.

 Multiculturale, multietnica e multilinguistica era l’ispirazione ottomana. E molto più laica e tollerante di quanto non siano oggi il Califfo e la sua guerra santa in nome del profeta. Nelle stanze più segrete di Costantinopoli albergavano anche rappresentanti della cristianità, per quanto soprattutto frutto di quella sottile arte della politica di cui erano permeate mura in fondo già bizantine. Ma allora, come mai ci furono gli 800 decapitati sul Colle della Minerva per non aver voluto abiurare alla loro fede? Per la semplice ragione che non andò così.

 Quel 14 agosto gli ottocento diventati simbolo universale dello scontro fra religioni furono passati per il filo delle scimitarre non per il loro rifiuto di convertirsi ma solo per quello di arrendersi. Ciò che incrudeliva il terrorismo psicologico di quei combattenti tanto spietati quanto disposti a concedere l’onore delle armi e la vita, pur in tempi in cui ci si impalava alla prima occasione. Ovvio che Bianchi si renda conto di quali altari e altarini la sua tesi profani. Ovvio che i teschi e le ossa di quei martiri con troppo sospetta fretta così catalogati possano occhieggiare intristiti dalle tremende teche della cattedrale di Otranto. Ma ci sono prove che smentiscono la divina epopea senza nulla togliere alla pietà verso la morte. E prove che la stessa Chiesa ha mostrato di non ignorare pur speculando sull’ecatombe.

 Non fosse stato così, non ci sarebbe stata la prudenza di dichiararli santi oltre mezzo millennio dopo, ad opera di papa Francesco nel 2013. E Vito Bianchi riferisce che quando nel 1539 iniziò il processo canonico, la testimonianza unanime dei sopravvissuti escluse la strage per motivi religiosi. Il fatto è che gli otrantini non si sarebbero mai immolati in difesa della croce essendo stati abbandonati al loro destino proprio da quella Chiesa che avrebbe dovuto difenderli insieme ai non meno ignavi italiani, veneziani e fiorentini in testa. La Chiesa avrebbe pagato nei loro confronti un debito di riconoscenza. Ma stravolgendo la storia per far dimenticare quelle sue colpe di allora per le quali altri pagarono.

 Sia come sia, ad Otranto si giocò un futuro che avrebbe potuto arrivare fino a noi. Basta questo per averle conquistato il paradiso, e a Vito Bianchi pure.