Ma i nostri figli sono nati europei

Sabato 2 luglio 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Quattro giorni, solo quattro giorni dopo. Sono stati undici giovanotti tutti col cognome che finisce in “son” a sbattere fuori l’Inghilterra dall’unica Europa nella quale voleva rimanere: quella del calcio. “Son” tutti componenti della squadra dell’Islanda. Ma soprattutto della terra geologicamente più giovane del continente: 20 milioni di anni contro 4 miliardi. Così i ragazzi traditi dalla Brexit del loro Paese si sono visti vendicare contro gli adulti che col referendum del 23 giugno hanno condannato anche loro ad uscire dall’Europa non solo calcistica. Proprio quegli adulti della generazione dei Beatles e dei Rolling Stones che volevano cambiare il mondo che ora ha cambiato loro.

 LONDRA E DINTORNI Perché mentre i quattro splendidi settantenni dei Rolling continuano a far rotolare non solo le pietre ma anche le viscere con la loro musica, quelli che li amarono chiudono le porte nel timore che entrino i cani. Dalla gioia di figli dei fiori alla paura di nonni appassiti. Perché tutto è racchiuso nella splendida immagine del giornalista Massimo Gramellini. Per un ragazzo di Londra, l’Europa è la fidanzata spagnola dell’Erasmus a Barcellona. Per la vecchietta di Bristol, l’Europa è il migrante nigeriano che toglie lavoro ai nipoti. Come appunto è andato il voto, anziani del “si stava meglio prima” che hanno impedito ai giovani di provare a stare meglio oggi come cittadini del mondo. L’ipoteca di chi è maggioranza perché non si fanno più figli.

 Ma se è (impietosamente) vero che un pensionato dello Yorkshire non può vedere della vita più di quanto gli resta, non è che questa Europa meriti francamente di più. Un’Europa capace di farci passare dal sentimento al risentimento. Dalla magia con la quale ne scrivevamo nei compiti in classe alla delusione con la quale ne scriviamo oggi. Dal sogno dell’unica grande casa comune alla frustrazione verso una burocrazia tanto rigida sulla lunghezza dei cetrioli quanto incapace di assicurare protezione dalle crisi. Disprezzata dai tanti ingiustamente impoveriti a vantaggio dei pochi altrettanto ingiustamente arricchiti. E colpevole di essere ancòra poco unita più che di esserlo troppo. Colpevole di arroccarsi a difesa dei cortili nazionali più che di spazzare le piccole patrie del tutti contro tutti in un continente che solo settant’anni fa era ancòra in guerra. E che oggi è afflitto dalle febbri di secessione che mettono se stesse al centro dell’universo e fanno guerra con altri mezzi.

 I ragazzi sono la prima generazione nata già europea mentre gli ex-ragazzi innalzano muri ammuffiti dall’ossessione che l’Europa gli porti via tutto. Mentre, a dimostrazione che il fantasma è universale, dall’altra parte dell’oceano un Trump con la parrucca al vento rispolvera stivali da cow boy e una Colt pronta a sparare. Come se chiudendo le frontiere l’immigrato non entri, ciò che l’intelligenza del pur potentissimo Impero Romano capì già duemila anni fa.

 FAMIGLIE ERASMUS E’ vero che questa Europa non scalda né padri né figli. Ma è anche vero che questi sono i ragazzi degli innamoramenti universitari dell’Erasmus e un giorno sono andati dai loro genitori presentandogli compagne o compagni che chissà dove hanno preso. L’Erasmus che ha formato le nuove famiglie di Babele. E partorito un baby boom di piccoli poliglotti per i quali tutta l’Europa è paese, altro che Brexit. L’Erasmus delle ragazze polacche laureande in medicina che servono nei bar di Bari Vecchia e quello dei ragazzi pugliesi che fanno i pony in Alexanderplatz a Berlino. Ragazzi cresciuti senza frontiere. Che con Internet dialogano col Canada e col Giappone, con Mosca e (appunto) Londra. Che grazie a Internet lavorano col resto del mondo unificato dallo schermo di un computer. Che creano piccole aziende da un capo all’altro dei loro smartphone. Ragazzi del tempo dei flussi in cui tutto scorre e nulla si può bloccare nella nuvola di bip che ci sovrasta.

 Questi sono i ragazzi del tempo “low cost”, dei voli a basso prezzo che in un paio d’ore ti portano a Parigi o a Lisbona, a Stoccolma e, perché no, a Reijkiavik dove hanno tutti il nome in “son”, non solo i calciatori. Questi sono i ragazzi che non conoscono il passaporto. Che prendono il trolley e vanno. Che hanno non solo in Europa gli stessi miti, la stessa musica, gli stessi supereroi, lo stesso Facebook su cui condividono di tutto. Ragazzi che, anche se la Gran Bretagna ha deciso di lasciare l’Europa, nessuna propaganda e nessun filo spinato potrà fermare come nessun muro può fermare quei ragazzi più sfortunati di loro che bussano dai profondi derelitti inferni delle ineguaglianze della Terra.

 Questi sono ragazzi che tutti i venditori di paure tenteranno di bloccare. Cui tutte le Brexit tenteranno di rubare un futuro già tanto incerto. Ma prima o poi verrà il turno della loro vita piena di partenze e arrivi più che di rabbie.