Per il Sud colpo di scena tra Madonna e Bobby Solo

Venerd́ 29 luglio 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

La conclusione più inattesa è che non è vero che per il Sud non ci sia più niente da fare. Smentita non soltanto la canzone di Bobby Solo ma anche chi voleva liquidare così il Sud. Considerandolo tanto immutabile da essere diventato un fatto di natura, quello è e quello sarà per sempre. Amen. Conosciamo invece i dati Istat per il 2015. E conosciamo la lieta novella di un Sud che per la prima volta negli ultimi sette anni ha smesso di andare indietro con la recessione. Crescendo invece di decrescere. Ma soprattutto, più clamoroso di Higuain dal Napoli alla Juventus: crescendo più del resto del Paese, dietro il quale da tempo immemore arrancava.

 Ora ce ne parla la Svimez nel suo consueto rapporto semestrale. Prodotto aumentato dell’1 per cento rispetto allo 0,7 del Centro Nord. Cioè l’area più arretrata che va meglio dell’area più sviluppata. Non solo. Ma fa anche 94 mila nuovi occupati, il quadruplo rispetto al Nord Est e il doppio rispetto al Centro. Per ricordarci l’ultima volta che avvenne, ci vuole il c’era una volta: fine anni ’90 del secolo scorso, o periodo della Cassa per il Mezzogiorno, roba da nonni. Insomma qualcosa di inaudito senza apparente spiegazione logica.

 Sappiamo anche che il boom è stato soprattutto dell’agricoltura fin qui cenerentola (più 7,3 per cento). Del turismo, e per capirlo basta pensare alla Puglia nella quale arriva anche la cantante Madonna, alias Maria Luisa Veronica Ciccone, a ballare la pizzica. In parte merito dell’edilizia. Ferma invece l’industria, il manifatturiero: cioè il settore che, quando si muove, muove davvero tutto, e ha il più alto valore aggiunto, il più alto reddito. Quindi fermo pesante.

 Siccome la sconfitta è orfana e il successo ha molti padri, il governo si è attribuito merito soprattutto dell’1,6 per cento di assunzioni in più. Precisando però la Svimez che gli incentivi alle imprese e gli sgravi fiscali (80 euro) hanno inciso solo per lo 0,2 per cento di quell’uno di Pil: insomma un quinto. Il che fa della crescita un giallo insolubile anche per Agatha Christie. Non essendoci appunto stata alcuna spintarella politica determinante.

 Che l’enogastronomia meridionale sia più desiderabile di una Monica Bellucci, non riescono a smentirlo neanche tutti i masterchef televisivi a esclusiva trazione nordista. E questo nonostante le porte aperte a una concorrenza internazionale selvaggia che quest’anno ha fatto valutare cinque chili di frumento nostrano quanto un caffè. E benché le campagne siano più instabili di una primavera. Poi si è anche detto che la crisi è come il pallone: quando precipita e tocca terra, rimbalza, ancorché il Sud sia stato finora un pallone sgonfiato. Tutto ciò che rende la Svimez più cauta di un felino. Basta andare a vedere una mensa di solidarietà al Sud, e non solo perché aumentano gli immigrati. Povertà più che raddoppiata dal lungo gelo.

 Ma anzitutto la domanda: con l’uno per cento all’anno, quando ci vorrà al Sud non per diventare una Svizzera ma per tornare ai livelli prima della crisi quando già stava male? Quattordici anni, nel 2035 un ritorno al reddito del 2007. E quanti ce ne vorranno per l’obiettivo impensabile come uno Sgarbi tranquillo, cioè raggiungere il livello del Centro Nord? Se ogni anno il Sud crescesse dello 0,4 per cento in più del resto del Paese (nel 2015 è stato lo 0,3) ci vorranno 127 anni per unificare l’Italia: nel 2243 sarebbe cessata la questione meridionale. Fateci sapere.

 Comunque l’1 per cento del 2015 è più di una statistica. Ciò che conta è che smentisce la premessa di un Sud per il quale non c’è appunto  più niente da fare, tranne miracoli più improbabili di un amore fra leccesi e baresi. E ciò che conta è vedere quando e perché nella sua storia più recente il mitico divario è diminuito (pur premettendo che nonostante tutto il Sud è tutt’altro che solo un divario). Il Sud è cresciuto alla velocità di un Frecciarossa (quello che spetta solo al Nord) tra il 1951 e il 1973, come dire l’era della Cassa per il Mezzogiorno. Quando il Pil è aumentato più che in tutto il secolo precedente. Poi è cresciuto a Cassa sotterrata, con quei patti territoriali e dintorni tra pasticcio e posticcio che a qualcosa comunque portarono.

 Insomma il Sud è cresciuto di più quando si è fatto qualcosa per il Sud. Così l’1 per cento è ora un’occasionissima di fine stagione, essendo arrivato addirittura senza alcun ricostituente. Dimostrazione che non c’è più niente da fare solo se si  argomenta che, visto che è così, tanto vale non farlo. Per capirci: il divario non è figlio di meridionali lombrosianamente inferiori, è figlio di precise scelte politiche, economiche e storiche. Il divario c’è stato quando si è voluto che ci stesse, non c’è stato quando non si è voluto che ci stesse. Tutto sta a capire cosa si vuole oggi. A conti fatti e sfatti, poco di nuovo sotto il sole.