Se la democrazia ha il motore a folle

Martedì 26 luglio 2016

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

“Le odio”. Così rispose John Kennedy a un amico giornalista che gli chiese cosa ne pensasse delle folle che lo acclamavano ovunque. Ma come? Quando il presidente americano arrivò in visita a Napoli, la più grande città-teatro del mondo, centinaia di persone entusiaste non si limitarono a sostare al passaggio ma correndo sul lungomare accompagnarono tutto il tragitto della trionfante auto scoperta. Non sapevano quanto fossero disprezzate. Ma nessuno vuol crocifiggere l’uomo della Nuova Frontiera. Dal tempo dei Greci, è sempre sorprendentemente stato questo il rapporto fra “Il capo e le folle”, come lo racconta lo storico Emilio Gentile nel suo ultimo libro (Laterza ed., pag. 216, euro 19). Pur essendo state le folle determinanti per creare il capo.

 Figuriamoci allora quanto sia stato credibile nei secoli il famoso “governo del popolo, dal popolo, per il popolo” del quale parlò Abramo Lincoln. Ma quale popolo e popolo. Vediamo per esempio i giorni nostri. Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Con le piazze osannanti il presidente turco Erdogan dopo il fallito colpo di Stato. Con la candidatura alla Casa Bianca di Donald Trump. Tutte occasioni in cui la scelta indigesta del medesimo popolo fa storcere il naso a chi si aspettava altro per il bene comune. Figuriamoci che anche Hitler aveva immenso consenso popolare. Fino a farci poco democraticamente chiedere se il popolo debba essere sempre e comunque così sovrano. E se invece spesso non sia tanto bue da doverlo sostituire con una più ristretta cerchia di ottimati che decida per tutti. Alla maniera del partito guida di Lenin.

 Il fatto è che democrazia significa proprio potere del popolo. E non significa questo solo quando ci piace. Non significa insomma governo del popolo, per il popolo ma non guidato dal popolo come azzardato una volta dal primo ministro inglese Churchill. Lasciamo stare le dittature, per le quali il potere deriva da Dio o dalla Forza del più forte. Ma altra cosa è la democrazia coi suoi 500 anni sui diecimila passati da quando i rapporti fra gli uomini si sono chiamati politica.

 Per limitarci all’età moderna, cominciò Napoleone a non essere affatto convinto che sono le masse a fare la storia. E questo perché lui (come gli altri) le coccolò sempre ma se ne servì con lo stesso cinismo con cui le ignorò e, spesso, calpestò. Ma le masse, dice Gentile, bisogna conoscerle, con tutto il rispetto da quando la Rivoluzione francese le sdoganò. Ed ecco allora l’immortale sentenza di uno studioso come Gustave Le Bon. Non per niente definito il Machiavelli per l’era delle folle.

 Se non era più possibile governare ignorando le masse come per secoli avevano fatto i sovrani, che fatica sopportarle. Da chiunque siano formate, la loro anima collettiva le fa sentire, pensare e agire in modo diverso da come ciascuno farebbe da solo. Nelle folle anche i più ragionevoli e colti diventano imbecilli, scendono parecchi gradini di civiltà. Passando da razionali a istintivi, dunque barbari. Con comportamenti da primitivi. E con un senso di illimitata potenza che spinge all’azione. Sia che si parli di Curva Sud di uno stadio sia di oceanica adunata col capo.

 Perché le folle come un gregge non possono fare a meno di un padrone. Il quale ne lusinga più i bassi istinti che la materia grigia. Una retorica che si affida alla forza delle parole e spesso dei gesti, anche se ai benpensanti sembrano comici. Vedi un Fidel Castro che riusciva a inchiodare (diciamo così) con discorsi di sette ore. L’irreale domina sul reale. Con la conclusione di Le Bon (anzi di Napoleone): conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle, vuol dire conoscere l’arte di governarle.

 Ma il tempo passa, rileva Gentile. E se oggi un comizio è più improbabile di un sorriso di D’Alema, altre folle sono in campo, e altri capi. Anzi poca folla e molti aspiranti capi, frutto di una personalizzazione della politica che riempie di demagoghi ma svuota di elettori. Una postdemocrazia, secondo il politologo inglese Colin Crouch. Una democrazia in folle, secondo Gentile. Come un’auto che giri continuamente su se stessa. E una democrazia recitativa, proprio quella criticata dagli antichi Greci. Una raffinata forma di demagogia che si spaccia come partente dal basso: esempio la presunta democrazia di Internet che non avrebbe capi quasi che l’algoritmo alla guida di Internet fosse innocente come una mammoletta.

 Così ancòra una volta la storia cambia per restare sempre uguale. Con l’odierna folla apatica (e sottomessa) come le gioiose famiglie degli spot pubblicitari. Per la quale la libertà di scegliere i suoi capi è una delle parti assegnate in copione. Ma con una domanda a futura memoria di Gentile. Che è questa: se di fronte alle attuali paure del popolo (dall’impoverimento agli immigrati) sono più colpevoli i demagoghi che le sfruttano offrendo soluzioni tanto di pancia quanto irrealizzabili, o gli ultimi fantasmi della democrazia che non offrono neanche quelle. Così Trump sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti attorniato di gente tipo Beautiful.