Non darti troppe arie condizionate

Sabato 6 agosto 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Il guaio dell’estate è che si parla sempre delle stesse cose dell’estate. Per esempio non c’è estate senza la guerra dell’aria condizionata. Diventata un problema sociale più che un ultimo sangue fra estremisti talebani. Solo chi vi è imprigionato sa come gli “open space”, gli stanzoni unici degli uffici, scatenino un odio più feroce di quello dei napoletani contro Higuaìn o della Clinton contro Trump in America. Fra chi vorrebbe una temperatura da congelare anche i pinguini al Polo e chi la vorrebbe da soffocare anche un ippopotamo all’equatore. Una guerra ad alta intensità di violenza verbale e a bassa intensità di voglia di cedere fra chi da maggio comincia a smaniare come un riccio in calore e chi continua a cappottarsi di goretex come gli scalatori dell’Himalaya. Una guerra di strascichi rancorosi e a più lunga conservazione di un latte pastorizzato. Specie quando calorosi e freddolosi devono coesistere come topi in trappola nelle fosse comuni senza pareti create per facilitare tanto i rapporti da non sopportarsi più.

 NON SOLO CALDO CONTRO FREDDO E’ soprattutto una guerra fra uomini e donne. A cominciare dai criteri coi quali si regolano i termometri negli uffici in cui sono centralizzati e mimetizzati e le finestre più sigillate di una centrale atomica. La temperatura è tarata su quella corporea di un uomo di 40 anni che pesa 70 chili in base a una formula degli anni Sessanta. Secondo gli esperti del lavoro altrui, l’ideale sarebbe fra i 23 e i 25 gradi. Ma in tempi di diete e di pilates trovare donne di 70 chili è più difficile di una vincita al Superenalotto anche perché a 49 si sarebbero già suicidate. E poi, sai com’è, le donne d’estate vanno in sandali, spalle scoperte, vestitini proprio ini. E quando parte la staffilata del gelo, rispetto ai colleghi sono tutt’altro che protette come panda cinesi. Quindi risse da far impallidire le mischie del rugby e minacce da terrorizzare anche un reparto di teste di cuoio. Né si può dire alla collega di mettersi (e nel caso, togliersi) qualcosa addosso si dovesse finire su tutti i giornali per molestie.

 In percentuale sono di più (56 per cento) quelli secondo i quali con l’aria condizionata fa troppo freddo, in base a uno studio americano. Ma che non siano solo isterie alla Sgarbi lo dimostra il calcolo che la corsa ad accendersi e spegnersi il condizionatore in faccia o alle spalle fa perdere in Inghilterra, per esempio, il 2 per cento delle ore di lavoro: qualcosa come 15 miliardi di euro l’anno. L’eschimese Zuckerberg fa tenere le sale conferenze di Facebook a 15 gradi, non si sa se all’interno di carri-frigo. Mentre pare che il presidente Obama fissi il suo studio ovale a livello di giungla tropicale.

 Una pace più difficile di quella fra Renzi e D’Alema si dovrebbe chiudere sui 4-5 gradi in meno rispetto all’esterno, rischiandosi altrimenti blocchi lombari alla zombie, o cervicali da vedere il mondo girare, o bronchiti da estrema unzione. Non si dovrebbe smaniare per l’estate d’inverno e per l’inverno d’estate altrimenti, francamente, non è più vita già in un tempo in cui stai al tavolino del bar e uno passa e ti spara col kalashnikov perché a scuola lo sfottevano. Il getto d’aria non dovrebbe essere diretto ad altezza di uomo o di donna altrimenti non sarebbe un getto d’aria ma una lama alla Sandokan. Oppure, dicono gli esperti ariacondizionatologi, tutto si risolverebbe con un deumidificatore: perché ogni caldo e ogni freddo con l’umidità diventano più feroci di un cannibale all’ora dei pasti.

 RIMEDIO IN UNA PAROLA Ma soluzioni ci sarebbero sia pure in un mondo in cui più che soluzioni ci sono insolvenze. Ideali sarebbero bocchettoni anzi bocchettini individualizzati e posizionati sui singoli crani tipo aerei, ma pare che così fallirebbe pure la Apple. Ideale sarebbe una mediazione fra il livello a palla e il livello bagno turco, diciamo appunto quei 25 gradi coi quali si farebbero meno errori sul lavoro e meno assenze. Ideali sarebbero le stanze singole ma così non si faciliterebbero i rapporti pur in un tempo in cui i rapporti consistono nel parlarsi con mail da una scrivania all’altra. Ideale sarebbe il telelavoro ciascuno da casa sua ma secondo un sondaggio è meglio la guerra del termostato che gli arresti domiciliari. Ideali sarebbero edifici coibentati in cui non facesse né caldo né freddo ma pare che così sarebbe troppo monotono. L’ideale sarebbe il buonsenso che non farebbe andare al lavoro con le caldarroste o con la borsa del ghiaccio, come ha suggerito qualche anima bella.

 Il problema è che, sul vocabolario, buonsenso è definito la capacità dell’individuo di giudicare rettamente, soprattutto in vista delle necessità pratiche (non solo dell’aria condizionata). Va tutto bene tranne quel misterioso avverbio “rettamente”. Che non ha oggi neanche un ruolo di tappezzeria come la musica da bar.