La Vlora, il Sud e un germe nascosto

Venerdì 12 agosto 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Ora i turisti invadono la Puglia con tanto di guide in ogni lingua. Ma ci sono stati tempi anche recenti in cui per far capire dov’è la regione i pugliesi dovevano dire vicino Napoli. E se erano essi all’estero, alla domanda “where come you from?” (da dove venite?) rispondevano Roma per non metterci una vita a spiegare cosa fosse Bari. E’ cambiato in gran fretta, molto più di quanto serva per creare un mito. Anzi per diventare un “brand”, un nome, come dicono i pubblicitari. Grazie soprattutto al cinema e alla sua incredibile forza di persuasione. Ma grazie soprattutto a una nave.

 Quando nell’agosto di 25 anni fa la “Vlora” approdò a Bari con i suoi ventimila a bordo, non tutti quei ventimila erano disperati. Buona parte si imbarcarono seguendo l’ondata allorché si diffuse voce che andava dall’altra parte. Laddove quell’altra parte era il paradiso ogni sera visto in tv. Ma come spesso nella storia, il caso creò la storia. Quella era rimasta l’ultima frontiera in Europa dopo la caduta dei Muri. Così cadde anch’essa. Ma così da ultima spiaggia per il sogno di vita, la Puglia divenne la prima spiaggia del mondo completamente aperto. Di colpo Radio Tirana che attaccava il papa assassino divenne archeologia. Ma soprattutto da periferia dell’Occidente la Puglia ne divenne centro.

 E’ stato allora che si è iniziata la narrazione di una nuova verginità. E siccome c’erano più bellezza e fascino di una miss, è cominciato anche un inaspettato presente. Insomma un Renzo Arbore era accettato solo perché considerato napoletano non della sconosciuta Foggia. E il buon Domenico Modugno doveva cantare in siciliano stretto per diventare Domenico Modugno. Mentre Lino Banfi era tollerato solo perché storpiava il suo accento natale prendendosi poi l’accusa (ancor oggi) di aver così fatto solo danni alla Puglia. In un Sud, per carità, che il pur innamorato Carlo Levi aveva inchiodato come sempre immobile e votato alla morte. Come se Cristo fosse sempre fermo a Eboli. Poi è arrivato il ciclone Checco Zalone a ribaltare tutto e a prendere per i fondelli i detrattori del Sud accentuando la sua baresità, non nascondendola né storpiandola.

Oggi la Puglia è la nuova Cinecittà d’Italia. E se prima tutto era Toscana e toscano, ora è tutto trulli e masserie. Al cinema e negli arrivi. Coi pugliesi forti addirittura delle caricature un tempo ai loro danni. Mentre Matera è passata da vergogna dell’umanità a patrimonio dell’umanità a capitale europea della cultura. E con un Sud che ispira non solo il cinema ma la musica, la letteratura, il teatro, la cultura. Dopo che la manomissione della memoria ne ha cancellato concezione della vita e storia, confezionandogli addosso pregiudizi più difficili da frantumare di un atomo.

 Ma la svolta contiene i germi stessi di un passato che si replica. Perché pur essendo il Sud al centro dei racconti televisivi, in questi racconti continua a oscillare fra Piovra e Gomorra, cioè mafia e mafie. Mentre la cronaca che sporadicamente se ne occupa difficilmente va al di là della cronaca nera o dei disservizi. Come se cronaca nera fosse solo il Sud in un Paese tutto corrotto e abusivo. Un Sud che è stato finora “parlato” solo dagli altri, ora dovrebbe finalmente parlare di se stesso. Liberandosi del peccato originale dell’inferiorità costruita. Nel mentre le Olimpiadi brasiliane hanno ricordato il Cristoforo Colombo scopritore del Nuovo Mondo ma anche invasore, portatore presunto di civiltà quanto prenditore sicuro di oro. Riproponendo i comuni destini dei Sud.

 Il pericolo è che si gioisca dei trolley che sciamano per il Sud dimenticando gli sbilenchi treni che ce li portano. Il pericolo è un Sud che così è e così debba restare nonostante la tardiva scoperta dei suoi tesori più o meno raggiungibili. Un Sud con molte spiagge e non altrettante fabbriche come modo perenne di essere diversamente italiano. Un Sud finalmente non più problema perché può stare bene così com’è, con la questione meridionale scomparsa. Sud che resti al rallentatore come è stato raccontato. Che ha avuto pace come fatto di natura immutabile. Per il quale, non essendoci più nulla da fare, tanto vale non farlo.

 Ma il pericolo non viene solo dal dolo altrui. Il pericolo è che la stessa società meridionale se ne sia arresa. Assuefatta come si mostra. Più seduta di un Budda tibetano. Arrabbiata a parole, sempre pronta a prendersela con le sue classi dirigenti ma poi tutti a cena. Dimenticando che se un uovo è rotto da una forza esterna, la vita finisce. Ma se viene rotto da una forza interna, la vita comincia. Il Sud non dovrebbe essere più rappresentato da quella signora che alla fine di ogni discorso di risveglio, dopo gli applausi ripeteva vivace come una litania: sì, ma è tutta colpa nostra. Signora, apra gli occhi, ci sono pure colpe sue, ma se non reagisce orgogliosa di se stessa, la colpa sarà davvero tutta sua.