Via Sparano, addio a vasche e movida. Ora globalizzazione

Domenica 21 agosto 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

La Bella Addormentata della città. Andavamo a fare le vasche in via Sparano ed era la movida di allora. Quante volte su e giù per vedere ed esser visti come ancor oggi molte piazze di paese e così andava giovinezza. Finché su e giù apparvero anche le prime “500” perché passeggiata era inforcare la macchina e far passeggiare lei che era il nostro traguardo raggiunto. Era il nostro miracolo italiano. Era anche il nostro svezzamento sentimentale perché sai che svolta per rimorchiare le femmine. Femmine e motori nell’archeologia dei ricordi. Finché il 1973 mise fortunatamente tutti a piedi a via Sparano. Così è passato il nostro tempo ma anche il suo.

 Se oggi un viaggiatore sbarcasse in via Sparano non la riconoscerebbe. Si chiederebbe come mai si continua a definirla la vetrina di Bari. Il viaggiatore non potrebbe riconoscere nessuna strada al mondo che considerasse la tradizione come un usa e getta. Ma avviene soprattutto in una città senza memoria che non si ama al di là della sua fatua baresità. Una città incapace di andare oltre il suo naso. Avviene perché il mondo senza più frontiere ha scaricato anche in questa via il suo bagaglio del tutto uguale senza più stile alcuno né storia. Avviene perché sono tempi in cui il brutto è bello, la riga del pantalone è il jeans e le scarpe buone sono gli zatteroni.

 Così ora è un’altra strada la strada di un commercio che ha incantato il mondo. E’ un’altra strada la strada dei pifferai magici a caccia dei nostri sogni. E’ un’altra strada la strada dei tessuti sventolati alla luce come gonfaloni. E’ un’altra strada la strada in cui un acquisto non era un acquisto ma una promozione sociale: l’ho preso in via Sparano. Era la Quinta Strada di Bari, anzi la Quinta Strada era la via Sparano di New York. Ci venivano da quel grande serbatoio di ricchezza che era la provincia, ci venivano da quella cassa continua che ha qui creato le fortune più robuste finite però più in appartamenti e ville che in fabbriche. Più in conservazione che in futuro.

 Così la metamorfosi di via Sparano è anche la metamorfosi di un mondo che stenta a riconoscere se stesso. Che è a caccia di un suo nuovo nome e cognome. Che deve ricomporre i pezzi del suo meccano. Che ha perso l’eleganza. Anche via Sparano si è globalizzata. Fra immigrati e badanti, fra cineserie e plasticherie, fra monomarche e cellulari, fra svaccamenti e accattonaggio, fra palloncini e cantante di strada (per la verità una esclusiva mondiale). Staremo buoni finché non appariranno le pizze.

 Eppure eppure. Eppure vivere Bari continua a significare vivere via Sparano. E se la parallela via Argiro ne è la nuova concorrente, se il lusso della grande moda col mito dei suoi marchi continua a sbarcarci perché conta sempre esserci, se Palazzo Mincuzzi continua a svettare e sembra Parigi, se via Sparano continua a essere il sabato del villaggio per molti, vuol dire che come al solito se la coccolano più gli altri che i baresi convinti forse che la sopradetta baresità verace sia soprattutto focaccia e birraperoni. Più magari san Nicola.

 Se c’è più verità nella strada che su tutti i libri di filosofia, se la strada continua a essere il più grande spettacolo del mondo, via Sparano è sempre via Sparano nonostante tutto, è sempre un simbolo ancòra senza alternative, è sempre il marchio della identità di tutti. Alla ricerca del tempo perduto di Bari. Forse allora è solo una guerra d’amore non dichiarato quella scatenatasi fra i difensori delle palme e i paladini del nuovo progetto urbanistico che darebbe una nuova impronta al salotto della città dividendolo in sei salotti. E’ vero che per i baresi fare squadra è peggio che togliersi un dente. Ma chissà che per una volta dietro una loro guerra non occhieggi una buona pace nel nome di una via che non è solo una via. Come dicono qui: dopo il guasto viene l’aggiusto.