Se lo Stato si ritira non diamo colpa al Sud

Venerdì 26 agosto 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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A chi lo dici che ci vuole più Stato al Sud. A chi lo dici che lo Stato si è ritirato dal Sud come se il Sud fosse un’altra Italia, una diversamente Italia. E lasciamo stare lo storico Galli della Loggia che fa come il maestrale da queste parti: nasce, pasce e muore. Nel senso che se ne scandalizza alle feste comandate e amen, magari scambiando la vittima per il colpevole. Non basta denunciare che il Sud è un mondo a parte per la sua disoccupazione, per il basso sviluppo, per il crollo demografico, per i suoi servizi, i suoi treni, la sua criminalità e arrivederci alla prossima sparata. Bisogna dire anche perché. Non cavandosela col dito puntato (giustamente) sulle Regioni, che ci infestano però solo dal 1970. E con zero in condotta anche al Nord.

 Se lo Stato non c’è, lo Stato dica perché. E se anche il Sud continua a chiamarsi Italia pur senza avere il piacere di esserlo come altri, chi lo denuncia (giustamente) non se ne ritorni in vacanza con l’aria convinta di aver fatto la sua. Grazie per non aver pensato a malformazioni genetiche dei meridionali, essendosi per questo già ridicolizzato un Lombroso. Ma è più generico della comparsa in un film accusare “una storia infelice caratterizzata da un’antica indigenza e da secoli delle più varie forme di malgoverno”.

 E’ vero che lo Stato ha significato stessa lingua, stesse regole, stessi uffici pubblici. Ma non ha significato stessa presenza. Non ha significato stesse risorse a disposizione come qualsiasi statistica dimostra. Né stessa attenzione. Insomma non lo hanno deciso i meridionali di retrocedere in serie B. E se la loro società civile è sempre stata così poco civile, non è che il resto d’Italia può suonare tante campane. E se tutto è peggiorato anche al Sud dal 1970 in poi, già allora il danno era fatto, già allora  la partenza non era affatto alla pari.

 Lo Stato al Sud non ha significato neanche stessa legalità. Metti questa storia di Valenzano, immediata provincia di Bari. Dove su una mongolfiera in onore di san Rocco, appare la dedica di una tal famiglia Buscemi, clan malavitoso molto noto alla patria giustizia. Come nella peggiore storia siciliana o calabrese degli inchini di statue di patroni, cristi e madonne davanti a casa del boss. E lasciamo stare l’improvvido sindaco che, replicando alle accuse di mafia, perde l’occasione per denunciarla denunciando invece chi avrebbe voluto infangare la sua popolazione. Sistema rapido per fare (sia pure a sua insaputa) un favore ai mafiosi.

 Allora ci si chiede: possibile che nessuno si sia accorto di nulla? Non è che una mongolfiera è un palloncino che scappa di mano ai bambini. Chi l’ha preparata, chi vi ha apposto la scritta, chi l’ha trasportata (fra l’altro per un volo non autorizzato). E non è che dire Buscemi in una cittadina di soli 18mila abitanti è come dire un Catacchio o un Lopedote qualsiasi. Questi comitati di feste patronali. Anche (lo permetta) questa chiesa, ancorché poi netta nel parlare di vicenda blasfema e scandalosa. Qualcuno doveva porsi domande, magari solo dissociarsi dicendo che la sera della processione aveva altro da fare. Nessuno lo ha fatto: tutti mafiosi?

 No, tutti sfiduciati verso lo Stato. Tutti convinti che esporsi in prima linea non è igienico visto che lo Stato non solo non previene ma poi non protegge quanto serve. Con le leggi o con i carabinieri. Meno che mai anticipa, visto che ormai ogni ricorrenza religiosa può essere l’occasione per l’antiStato di dimostrare di dominare il territorio al posto dello Stato. E la commissione parlamentare antimafia sempre pronta a sapere tutto il giorno dopo?

 Non bisogna fare torto a tutti i comitati antipizzo del Sud, a tutti i sindaci-coraggio, a tutti quei ribelli positivi la cui rete sta facendo al Sud più bene di tanti ministri. Agli imprenditori edili che in Puglia conducono una guerra santa non solo alla tangente ma anche al sottosviluppo che le mafie portano. Re-esistenza. Ma da nessuno si può pretendere che faccia l’eroe. Più magistrati, più posti di blocco, più pene, meno compromessi e meno cavalieri solitari che guadagnano i titoli sui giornali ma poi quasi tutto resta come sta. Non è un invito all’omertà. Ma sia chiaro che l’omertà non è condivisione ma appunto sfiducia. Verso chi non riesce a eliminare neanche un posteggiatore abusivo.

 E’ solo un esempio della cosiddetta ritirata dello Stato nazionale dal Meridione. Si può anche essere d’accordo con della Loggia su un futuro del Sud sul quale si va sempre più chiudendo la soffocante prigione di una differenza immutabile con gli altri. A chi lo dice, appunto. Certo il Sud dovrebbe mettere più mano alle sue trombe. Isolare le sue zavorre, smascherare le sue pigrizie. Ma lo Stato non può far correre (si fa per dire) i suoi treni al Sud a 64 chilometri orari e poi dire che schifo i meridionali, tanto poi al Nord c’è l’alta velocità.