Non sei tatuato ? Sei uno sfigato

Sabato 10 settembre 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno

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Ma dove vai, se il tatuaggio non ce l’hai? Tramonta l’estate in cui, più che esseri umani, si sono visti circolare manifesti viventi. E non sono state solo le spiagge a trasformarsi in passerelle che neanche le sfilate di Valentino. Le nostre strade sono ormai un palcoscenico permanente in cui se non sei tatuato, semplicemente non sei. E non il proprio nome sul polso. O un fiore sul petto. O una freccia nel cuore, tutti residuati bellici ormai considerati più svenevoli delle frasi dei baci Perugina. Ma autentiche Cappelle Sistine dalla testa ai piedi. O minacciose sequenze da film dell’orrore. O gironi infernali che neanche un Dante col mal di testa avrebbe mai immaginato. O storie a fumetti che sarebbero state l’invidia di un tal Jacovitti, quello ineguagliato e ineguagliabile che disseminava le strade di salamini ridenti e il cielo di cornacchie con la bombetta in testa.

 ATTIRARE L’ATTENZIONE Il tatuaggio è l’altra faccia di anni in cui per parlarsi viso a viso si mandano messaggi sul cellulare e per esprimere i propri gusti e il proprio modo di essere ci si fa disegnare come tavolozze. Disegnare è ovviamente diffamante come dare dell’interista a un milanista. Ci sono ormai braccia che, più che braccia, sono una poltiglia da scannerizzare. Ci sono spalle che, più che spalle, sono esperimenti da neurodeliri. E ci sono gambe che, più che gambe, sono più barocche di Santa Croce a Lecce. Secondo quelli che parlano difficile, il tatuaggio può essere considerato come una cicatrice del proprio sentire. Nel senso che per tirare fuori ciò che si ha dentro, oggi lo si fa scolpire su ciò che si ha fuori. Strumento di comunicazione semovente come quei furgoncini che vanno in giro col faccione del candidato. Per attirare l’attenzione.

 Un tempo erano solo roba da schiavi, legionari, marinai, carcerati e malavitosi. Tanto che un avanzo di galera che non fosse tatuato era più raro di un Renzi che non parla. Oggi non c’è fighetto o fighetta che non siano decorati come pannelli e colorati come dépliant. Ma non solo fighetti e fighette, ché se non sei tatuato sei un tipo sospetto e ti potrebbero pure espellere come simpatizzante dell’Isis. Comunque sei un tipo fuori moda, forse uno col trauma. Di quelli che si usano i jeans attillati e loro li portano con la piega. O di quelli che non lo fanno prima del matrimonio perché è peccato. Il tatuaggio fa il branco, il non tatuato lo sfigato.

 Metti per esempio i cantanti alla Fedez, uno più ricercato per i suoi segnacci addosso che per la sua voce. Metti i calciatori, per stare sull’attualità. E’ ricominciato il campionato e non vedi difensore centrale o esterno alto che non sia più zeppo di tatuaggi che di capacità di stoppare il pallone. E lasciamo stare Nainggolan della Roma, il quale di tanto in tanto si alza la maglietta non per asciugarsi il sudore ma per impaurire gli avversari con quello zoo di mostri che porta addosso. E lasciamo stare l’interista Icardi il cui avambraccio sembra un tizzone arso dopo un incendio estivo. Ma basta una mezza calza qualsiasi a dare il peggio di sé esibendosi in diretta tv tanto impastrocchiato da non capire più quale sia la coscia e quale il polpaccio. Aggiungici teste come palle di biliardo e barbe alla Fidel Castro, e ti chiedi se per farli giocare fanno un concorso di bruttezza invece che di palleggio. Soprattutto in Italia, ovviamente, altrimenti quale Bel Paese sarebbe?

 DA RIBELLI A CONFORMISTI Vai su Wikipedia e ti dice che in verità il tatuaggio è nato con Adamo ed Eva. Passando però da simbolo di appartenenza a una religione o a una etnia, a modo di stupire gli altri come oggi. La religione ebraica lo proibisce, quella islamica anche. Quella cattolica come al solito ha cambiato mille volte parere come si cambiano le palle in un torneo di tennis, tanto che tatuati dovrebbero esserci oggi anche in paradiso. In molte culture segnava il passaggio dalla adolescenza alla maturità. Il nome deriva dall’inglese “tattoo”, deformazione del samoano “tatau”. Latitudini del Pacifico in cui albergano anche i rugbisti della Nazionale campione del mondo di Nuova Zelanda: quegli All Blacks che prima della partita inscenano una danza assassina per terrorizzare l’altra squadra ma che stranamente non hanno un millimetro di tatuaggio perché il rugby è uno sport serio.

 Oggi si tatuano 60 milioni di europei e sette milioni di italiani. Se questi spot a pelle siano pericolosi o no, è più controverso dei commi di una nostra legge. Un tempo controcultura e ribellione, oggi sono un fenomeno di massa. Forma d’arte anche, per carità. Ma essendo un megafono sulla pelle, e di massa pure, figurati se non c’entrava il sesso. Un tipo di Rimini se ne va in giro con una enorme vagina sulla schiena, non si sa se accontentandosi di quella. E c’è chi non ha risparmiato di ghirigori il suo pene, chissà se aumentando la sua attrazione. Una pena.