C’è un nuovo dio è l’ < algoritmo >

Sabato 8 ottobre 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno

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Salvate il mondo in carne e ossa. Nessuno è tanto parruccone da considerare il progresso più letale di un selfie con Salvini. Nessuno vuole imitare i luddisti inglesi dell’800, i quali andavano a sfasciare le macchine come minaccia al lavoro operaio. Ma per favore, qualcuno deve fare qualcosa contro l’algoritmo finché siamo in tempo. L’algoritmo non è una nuova creatura mitologica né il parto di una mutazione genetica sfuggita di mano agli scienziati. In parole molto povere, l’algoritmo è un modello matematico che prevede una serie di risposte in base alle istruzioni che gli si danno. Si fa l’esempio del caffè: per prepararne una tazzina, ci sono operazioni da seguire che, spiegate a una macchina, ce lo farebbero avere in automatico. Oppure, un algoritmo si mette in moto ogni volta che chiediamo a Google di dirci se è mai esistito un programma più cretino del Grande Fratello. Se non ci fossero stati gli algoritmi, non saremmo andati sulla Luna.

 SCHIAVI DELLA TECNOLOGIA Il fatto è che, se c’era una briciola di stupidità anche in un genio come Einstein, figuriamoci in un algoritmo nonostante tutta la sua presunzione di infallibilità. Metti questa storia della famosa foto della bambina che in Vietnam fugge nuda da un bombardamento incendiario al napalm. Un emblema della barbarie di ogni tempo. Però siccome hanno insegnato all’algoritmo di Facebook di cancellare tutte le foto di pedofilia, il Savonarola informatico considera pedofilia e non orrore di guerra quella foto e la censura. Censurando dopo anche un giornale e la prima ministra norvegese intervenuti.

 Ma dell’auto senza pilota, ne vogliamo parlare? La sperimentano un po’ ovunque, speriamo dove c’è poco traffico anche se lì non farebbe danni neanche un pilota dopo quattro Mojito. L’algoritmo di quest’auto dovrebbe prevedere una serie infinita di situazioni e avere una risposta per ciascuna. Quando noi freniamo per non tamponare, calcoliamo al volo un po’ di cosette: la nostra velocità, la velocità della potenziale vittima, lo spazio fra noi e lei, i tempi di risposta del freno, le condizioni dell’asfalto, gli antenati di quello che nello stesso momento ci sta sorpassando a destra. L’algoritmo, essendo un cervello matematico di fronte al nostro da galline, dovrebbe essere molto più bravo. Fatto sta però che il 7 maggio scorso in Florida si è avuta la prima vittima perché il sistema di guida automatico non ha visto il lato bianco di un Tir abbagliato da un cielo luminosissimo. L’algoritmo non poteva mettersi gli occhiali da sole.

 Dice: ma nella scienza si va per tentativi, altrimenti dopo quell’incosciente di Icaro, oggi non avremmo gli aerei. Il problema allora è non far scendere in campo l’algoritmo prima di spiegargli che c’è differenza fra calciare il pallone e rompere la tibia all’avversario. E’ stato un algoritmo a fare tutto quel casino con gli insegnanti meridionali da mandare al Nord, tranne poi una raffica di ricorsi a dimostrazione che, se non era disonesto, era stato male impostato. Chissà, magari, dopo avergli dato età, curriculum, stato civile, sesso di tutti l’avranno convinto a fregare solo i terroni.

 LA MANO NASCOSTA Ma oggi, come è stato rilevato, è un algoritmo a stabilire se sei degno di avere un prestito da una banca (per le quali ci vorrebbero invece gli algoritmi dei clienti). E’ un algoritmo a dirci se un criminale è pericoloso e suggerire, chessò, di mettere in libertà uno che poi va a strozzare tutte le nonne del quartiere. E’ un algoritmo a stabilire se un’azienda può avere un appalto. Ora hanno inventato l’algoritmo che spiegherebbe come scrivere un libro di successo, gli aggettivi e i verbi da usare, la trama, i personaggi. Agitare prima dell’uso ed ecco il “bestesellerometro”. Forse è il segreto di Camilleri. Ed è ancòra un algoritmo a stabilire se sei adatto a tirare il rigore o non sei il Belotti del Torino che ne ha già sbagliati due su due. E’ un algoritmo a dire se hai la bracciata giusta nei 200 farfalla. Non ne parliamo se chiami un numero verde e devi stare ad uscire scemo con una algoritma (in genere è donna). O se ti vuoi mettere a tu per tu con l’algoritmo di un bancomat che ha deciso di non mollarti un euro.

 Non si sa se è già nato il sindacato degli algoritmi. Urge però una buona parola in loro favore perché se gli infili spazzatura dentro, spazzatura hai fuori. Nel senso che l’algoritmo, più che un poco di buono, è un tipo che non fa nulla di testa sua. E che se dobbiamo salvare il mondo in carne e ossa dalla prepotenza delle formule, non dobbiamo salvare chi si camuffa dietro di loro. Nel film “Ricomincio da tre”, Massimo Troisi tentava di far muovere un vaso con la sola forza del pensiero: “Vieni, vieni, in fondo a te non costa niente ma a me cambieresti la vita”. I padroni degli ignari algoritmi vogliono impossessarsi di noi nascondendo la mano. Buttiamogli un vaso appresso.