Quel < pasticciaccio brutto > della storia indiana e/o italiana

Mercoledi 5 ottobre 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Il caso marò minuto per minuto. Correva il 15 febbraio 2012 quando le agenzie di stampa lanciarono una notizia che a prima vista avrebbe meritato un titolo di non più di due colonne. La petroliera “Enrica Lexie” di Torre del Greco, era stata coinvolta in un incidente al largo dell’Oceano Indiano. Non un sequestro da parte di pirati ma, si dice, un attacco respinto. C’erano a bordo militari di protezione proprio per questo. Si seppe che si chiamavano Massimiliano Latorre (tarantino) e Salvatore Girone (barese), fucilieri di marina del reggimento San Marco di Brindisi. Nella sparatoria erano stati uccisi due marinai di un peschereccio indiano.

 Nulla in quel momento lasciava immaginare che ne sarebbe nato non solo un caso diplomatico-politico-giudiziario internazionale, ma anche un caso umanitario oltre quattro anni dopo ancòra aperto. E nulla lasciava immaginare che se quella crisi non si fosse risolta entro 72-96 ore, sarebbe diventata il groviglio inestricabile che è. Così come nulla lasciava immaginare che l’invio solo otto giorni dopo di un rappresentante governativo italiano in India avrebbe portato alle conseguenze dette. Infine nulla lasciava immaginare quale tritacarne sarebbe costata la decisione fatale da parte della petroliera di rispettare l’ordine di entrare nelle acque territoriali e di attraccare in un porto locale: non solo il calvario dei due fucilieri ma uno smacco dal quale l’Italia non è stata capace di uscire.

 Ci sono, su varie fonti, puntuali riepiloghi dei fatti. Non però dei retroscena della lunga detenzione dei due ma incredibilmente non l’ombra di un processo. C’è però un personaggio la cui testimonianza è unica, visto che ha seguito da protagonista tutti i passaggi della faticosa, sofferta e vana mediazione italiana. E’ Andrea Angeli, funzionario con missioni fra guerre, sommosse, terrorismi  in tutto il mondo. Che racconta nel suo libro “Kabul-Roma. Andata e ritorno (via Delhi)” (Rubbettino ed., pag. 237, euro 14).

 Angeli ha lavorato sulla vicenda col sottosegretario Staffan De Mistura, il quale fu catapultato a Nuova Delhi senza che negli otto giorni precedenti fosse stato minimamente coinvolto. Incarico senza paracadute, quando le cose erano talmente fatte e sfatte da averne visto gli esiti. De Mistura ne è uscito di recente, ora che il governo italiano ha scelto (e ottenuto) la via dell’arbitrato internazionale. Controversi i giudizi sul suo operato. Anche chi lo ha accusato di arrendevolezza si è ricreduto. E ci si è convinti che se non ce l’ha fatta lui a tirare fuori Latorre e Girone, non si vede chi altro avrebbe potuto.

 Ora, come si sa, i due fucilieri sono a casa in attesa della lunga nuova procedura di giudizio. Girone a Bari dopo l’ictus, Latorre a Taranto dopo la recente decisione della Corte suprema indiana. Un sollievo, vista l’azione del governo tanto pallida quanto massiccia è stata la campagna mediatica in loro favore in Italia (gli mandarono pure la macchinetta per il caffè e da Altamura il famoso pane). E visto come De Mistura li trovò la prima volta nel carcere indiano. Scalzi, un pareo bianco in vita e una stuoia per gli spostamenti. Insomma non come la bandiera di uno Stato straniero, ma come delinquenti qualsiasi. Grazie anche alla mancanza di accordi fra i due Paesi, tipo quello che ha assicurato l’impunità ai soldati americani responsabili della tragedia del Cermis.

 Ma Angeli è persona tanto informata da poter fare giustizia di quelle attese della stampa e dell’opinione pubblica italiane più passionali che motivate. Esempio battere i pugni sul tavolo per smuovere quell’ostinata rigidità indiana incomprensibile solo per chi non stava laggiù. Dove è sempre stato chiaro chi aveva il coltello dalla parte del manico viste le disastrose premesse. Esempio la pressapochistica illusione tutta italiota che Girone e Latorre se la sarebbero potuto sbrigare con trucco di una piccola condanna formale e via. O che sarebbe stata sufficiente una buona parola di un Obama, o addirittura di qualche monsignore più altre stravaganti mediazioni o ripicche. Ricordando anche l’aria che da noi considerava un inaccettabile cedimento quell’arbitrato inevitabile cui poi si è arrivati.

 Ma ancòra. Angeli ricorda le accoglienze in Italia tanto mammone quanto controproducenti quando i due tornarono per una licenza natalizia e una elettorale. E le polemiche quando si rispettò l’impegno di rimandarli in India. E rievoca la collettiva goffaggine politica che portò alle dimissioni del ministro degli esteri, Terzi, lasciandoci senza rappresentanza quando più ci voleva. Non dimenticando un ambasciatore ripudiato e le solite polemiche quando alle famiglie dei due marinai indiani morti si pagò un risarcimento.

 Il risultato di tutto questo è la sofferenza di Girone e Latorre per tanto tempo. Non essere stati capaci di controbattere ai troppi comodi loro degli indiani. L’impossibilità per i due di essere giudicati colpevoli o no (pur essendosi parlato anche di possibile pena di morte). La sbagliata legge che li ha mandati allo sbaraglio. Il rischio (per fortuna non corso) di inviare in India altri quattro fucilieri, quelli che avrebbero davvero sparato. E la conclusione di una senatrice di lungo corso internazionale come Margherita Boniver: i due compromessi per sciatteria o distrazione volontaria.