Ma ora Bari decida cosa farà da grande

Venerdì 14 ottobre 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Gran parlare di Bari in questi ultimi tempi. L’assessore alla Cultura, Maselli, giustamente si infuria per una palina informativa turistica distrutta dai soliti vandali. E spara contro la città per bene che, se c’è, è muta, cieca e sorda. A cominciare dai suoi intellettuali, più assenti di Verratti in campo con la Nazionale di calcio. Essendo rimasti all’erta solo il sindaco cavaliere solitario contro il malaffare, i “vastasi” (leggasi incivili) e la Chiesa alle feste comandate. Dov’è finita la Primavera politica pugliese? Dov’è quella stagione pullulante di associazioni che tanto aveva fatto sperare in una comunità compatta nella cura del bene comune quindi del suo futuro?

 Mille fiori non spuntano più e mille idee non fioriscono più. Quella stagione è defunta perché bisogna dirsi la verità ancorché scomoda. E’ defunta un po’ perché è defunta la politica: oggi va lo spettacolo. Un po’ perché era mezza impegnata a prendere posizione mezza impegnata a prendere posizioni. Un po’ perché c’entrava con Bari come l’Isis c’entra col Nobel della pace.

 Questa è una città che se le dici di fare squadra pensa soprattutto alla partita scapoli-ammogliati. Individualista fino al punto di voler giocare a tennis da sola. E capace di un pensiero comune come può esserlo un eremita sul Tibet. I suoi gruppi reggono con lo stesso clima delle riunioni di condominio. Un Dna che, sia chiaro, è allo stesso tempo maledizione e benedizione della città, la cui irresistibile forza vitale si alimenta dell’unghiata predona e della capacità di cogliere il vento prima degli altri. Ogni barese è un Clint Eastwood nella prateria, un uomo solo che sposta la sua frontiera ogni volta più in là. Bari sta sempre a inventarsene una ma in eterna competizione più che collaborazione. E’ una sottrazione, non una somma.

 Non meraviglia quindi che, arrivati al potere i teorici della Primavera, sia cambiato anche il dibattito. Passando dai massimi sistemi alla contesa molto ideologica sulle palme di via Sparano. Anche perché la Bari commerciale capace di piazzare ghiaccio pure agli eschimesi non ha quasi mai avuto occhi se non per la sua cassa. L’unico sguardo lungo di questa benemerita armata è stato il Petruzzelli, la capacità di capire che se vuoi vendere un maglione in più devi sedurre il cliente anche con la bellezza dei luoghi. Né la sua borghesia delle professioni ha saputo impegnarsi per il bene pubblico al di là di qualche solidarietà da Rotary o da Lions.

 La stessa urbanistica della città è figlia del suo “genius loci”, lo spirito del posto. Strade come stand di una fiera permanente mentre si lasciava morire la Fiera vera perché di tutti quindi di nessuno. E non una piazza che sarebbe stata uno spreco nella infilata di vetrine e ora, ahinoi, di troppe serrande abbassate. E non un monumento o un arco trionfante come capita a chi è lontano dalla corte reale. Ma neanche quei palazzotti biglietto da visita di grandi famiglie qui però più attente a conservare la “robba” che a magnificare per tutti.

 Ecco così le civiche virtù della città in cinico silenzio di fronte alla palina turistica sfregiata come le giostrine per i bambini fracassate. Perché il civismo è figlio di un interesse collettivo quindi qui più improbabile di un Fabrizio Corona trappista. E’ figlio di una bellezza tanto diffusa quanto contagiosa. Ma di sicuro il civismo non può essere figlio di una baresità a base di focaccia, Peroni e polpo crudo non solo avallata ma abusata come se fosse una laurea ad honorem. Così la difesa collettiva della città per bene è soverchiata dalla città “vastasa”. Anche perché non si può accusare di omertà una città in cui un quindicenne se ne va con la pistola in tasca e per condannarlo un tribunale ci mette dieci anni perché non ha neanche le aule per le udienze.

 Avviene in questo momento che la città sia più valorizzata da chi la elegge come la mèta turistica che ancòra non è, di quanto non lo sia da chi la vive ogni giorno. Altrimenti non accoglierebbe i sempre più sciamanti visitatori con i sacchetti dell’immondizia tanto fuori orario quanto fuori luogo. Una illegalità diffusa figlia di regole che valgono solo per gli altri e del tramonto delle sanzioni. E di fronte alla quale la palina distrutta finisce per essere un elemento del paesaggio. Mentre la città ha un sindaco che diventa il sindaco dei sindaci italiani. Vi si riuniranno i ministri finanziari dei principali Paesi occidentali. Il patriarca di Costantinopoli verrà da san Nicola. E Mattarella e Renzi vi sono ormai di casa.

 Il ronzio della città significa motore sempre acceso, una energia rassicurante. Ma rischia di finire in retorica se Bari non decide di somigliare alla Bari come la vedono gli altri. Decidere cosa fare da grande. Ci vogliono i cittadini insieme ai vigili urbani. A volte basta una doppia fila in meno per evitare una palina distrutta in più.