Ma ci sono i giovani che saranno famosi

Venerdì 28 ottobre 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Non permetterò a nessuno di dire che i vent’anni sono l’età migliore della vita. Rileggi lo scrittore francese Paul Nizan e vedi i giovani di oggi. Quando vai nelle scuole a parlarci, ti accorgi sùbito che pensano solo ad andarsene. Dove? Altrove. E non solo dal Sud, ma ora anche dal Nord. Così la Grande Fuga ne ha strappato centomila l’anno scorso all’Italia. Soprattutto per Inghilterra e Germania. E la studentessa che fa la cameriera a Londra lo considera up, roba in alto, se lo facesse a casa sua sarebbe down, giù. Ritengono che all’estero sia un passo per crescere, da noi il primo passo per decrescere. Il famoso ascensore sociale che un tempo faceva diventare ingegnere il figlio del muratore, ora non più. O lo fa ingegnere e lo lascia disoccupato.

 Il fatto è che se madri e padri oggi sono angosciati, essi lo sono molto meno. Partire per loro è molto meno morire di quanto si creda. Del resto sono la generazione low cost, quella dei voli a basso prezzo. E ora partirà anche il bus che li porterà in giro per l’Europa a un euro. I viaggi scolastici li hanno già abituati da tempo allo zainetto e via. Con l’Erasmus gli studi fuori sono (quasi) alla portata di tutti. E con Internet hanno il mondo a portata di tastino. Vivono il tempo del flusso senza appigli. Un tempo dell’eterno presente che non perde tempo a guardare indietro né si fa venire il mal di testa a guardare troppo in avanti.

 Ma un mondo che non crea più futuro non se lo sono fatto i giovani. E se la loro è più resilienza, capacità di affrontarlo, che rassegnazione, non è detto che siamo nel migliore dei mondi possibili. Né è giustificato il cinismo del “va così come deve andare”. Anche se poi li irridiamo se oltre la metà fra i 18 e i 34 anni vivono ancòra a casa coi genitori. I quali non fanno più figli, un crollo del 6 per cento da gennaio a giugno: come se in una città come Roma non fosse nato neanche un bambino. Mala tempora currunt.

 Se il lavoro in Italia riparte (e sottolineo il se, cantava Mina), riparte con gli ultracinquantenni. Né i pensionati precoci che si vuole incentivare daranno spazio ai giovani, perché i nuovi lavori non coincidono con quelli che essi lasciano. Abbiamo distrutto le scuole professionali che davano quei mestieri che crearono il miracolo economico italiano. E oggi c’è domanda di mestieri, che passano agli immigrati, da noi 5 milioni proprio quanti sono gli italiani all’estero.

 Ma è tutt’Europa a pagare la crisi dell’apprendistato. In un tempo in cui se non sei connesso non sei, occorre connettere una generazione al lavoro. Connettendoli anche agli studi, magari non laureandosi più in giurisprudenza che si diceva offrisse molti sbocchi oggi più rari di un politico stimato. Non funziona più così anche se stentiamo ad accorgecene. Occorre incrementare quell’alternanza fra scuola e lavoro che in Germania da più di un secolo divide la settimana in alcuni giorni sui banchi e alcuni in azienda, in modo da non arrivare alla mèta sapendo tutto ma non sapendo fare niente. In Italia avviata da un po’. Ma purtroppo all’italiana, senza un euro (figuriamoci, alle scuole) e affidata ad amicizie e conoscenze disponibili.

 Il problema è che l’Italia è più ferma di un orologio del Comune. E lo è da vent’anni, non essendo crescita che crea occupazione quella dello zero virgola che se va bene abbiamo. E la crescita non si crea con decreto, ma con investimenti pubblici e privati figli di una fiducia più improbabile di un Grillo gentile. Il governo dà 800 euro ai diciottenni, è grazia ricevuta ma non qualcosa che cambia la vita né fa riporre la valigia. Proprio martedì scorso è stato chiamato Albano per premiare a Lecce la decina di studenti pugliesi meglio classificati nelle Olimpiadi di varie materie in Italia. Cervelloni di casa nostra. Magari prima o poi si inventeranno qualcosa, creando quelle start up (aziende giovanili e innovative) delle quali pullula anche il Sud nella disinformazione generale. O se ne andranno anch’essi.

 La nuova legge finanziaria ha confermato solo al Sud (udite udite) gli incentivi alle imprese che assumono giovani e disoccupati. Va bene, anche se si sa com’è con gli incentivi, che fanno lavoro quando ci sono e lo fanno perdere quando non ci sono più. Ma può essere un argine alla emorragia che porta fuori. In genere i migliori, seccati dalla mortificazione del merito a favore di quella cultura genuflessa che fa dipendere il futuro dalle relazioni familiari invece che dai 110 e lode. Con perdita di valore del Paese, Sud in testa.

 Diciamo sempre di avere una classe dirigente (non solo politica) più di serie B del Bari. Se ne va il motore del cambiamento. Eppure soprattutto al Sud c’è una buona novella anch’essa da pochi conosciuta: tanti intraprenditori, imprenditori di se stessi. Non fanno titolo, ma stanno disegnando un domani senza luci della ribalta. E, soprattutto, senza lamenti. Saranno famosi.