Vitaccia nostra in tempi di crisi

Sabato 5 novembre 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno

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Basta vedere la parola più inflazionata degli ultimi vent’anni: crisi. Non c’è discorso, non c’è chiacchiera, non c’è incubo notturno, non c’è giorno, non c’è occasione, non c’è dibattito, non c’è tv, non c’è preghiera alla Madonna in cui prima o poi non appaia. Ma sai, c’è la crisi. Parola meno divertente di un funerale. Ma per i pessimisti. Perché per gli ottimisti che sembrano sempre vivere più su Plutone che sulla Terra è più eccitante di un film porno. Ricorrendo addirittura alla lingua cinese, il cui ideogramma per dire crisi significa “difficoltà” ma anche “opportunità”. Tipo: meno male che c’è. E ricordando che l’infame parola deriva dal greco “krino”, che vuol dire separare. A conferma che i Greci avevano capito tutto già quando non c’erano né Renzi né la sinistra Pd: separarsi da un modo di vivere passando a un altro. Per dire: dal superfluo al necessario. Dall’abbondanza al frugale. Dallo spreco al risparmio. Dalle mani bucate al pidocchioso. Dalla formica alla cicala. Da a. C. (avanti Cristo) ad a.c. (avanti crisi)

 ABITUDINI STRAVOLTE Così volenti o nolenti siamo diventati una popolazione low cost, a basso costo. Tra disoccupazione crescente, tasse asfissianti, salari calanti, Merkel tuoneggiante, euro boccheggiante, città deprimenti, sacrifici sfibranti, esperti sentenzianti. Tanto sull’orlo di una crisi (appunto) di nervi, quanto in attesa di tempi meno impervi. Grazie anche alla molto mitica italiana resilienza, parola tanto usata quanto violentata. Che vuol dire resistenza. Ma non resistenza resistenza, ma resistenza come capacità di adattarci al nuovo anche se lo amiamo come un olio di ricino. Più sopravvivenza che trasformismo, più sapienza che diserzione.

 Così, per esempio, da essere accumulatori seriali di inutilità più inutili di un cappotto all’equatore, siamo diventati consumatori più occhiuti di un ragioniere aziendale. Da acquirenti compulsivi a economi riflessivi. Non facendo nulla che non sia “sostenibile”, altra parola più usata di un fazzoletto contro il raffreddore e meno comprensibile dell’ebraico antico. Laddove sostenibile in natura vuol dire che se apri una nuova spiaggia in Salento, le dune sabbiose non devono essere nottetempo sfregiate per farci passare i bagnanti. Devono poter sostenere il peso della nuova spiaggia. E laddove sostenibile nella borsa della spesa familiare, vuol dire che non devi andare a fare il mutuo per comprarti il tartufo bianco (che dà pure di varechina).

 Ecco allora i gruppi di acquisto solidali: quelli che abitano nello stesso parco, che hanno i figli nella stessa scuola, che tifano nella stessa Curva dello stadio, che vanno a prendere il caffè nello stesso bar, che passano dallo stesso semaforo quattro volte al giorno, che seguono messa nella stessa parrocchia. E che, visto che ci stanno, si mettono insieme per andare allo stesso ipermercato con la legge dei Grandi Numeri: siamo tanti, facci tanto di sconto oppure andiamo da quello più giù. Così abbiamo tanto risparmiato noi quanto guadagnato tu.

 GIORNI A KM ZERO Ecco allora ombre su strade di campagna a caccia di cicorielle coltello in una mano e busta nell’altra manco fossero cercatori d’oro. Ecco allora cene fra amici a botte di pomodori, zucchine, melanzane, radicchi che, non è per fare complimenti, ma sono proprio buoni, mi devi dire dove li hai presi. E tu più gonfio di un tacchino sotto Natale a rivelare il terzo segreto di Fatima, vedi quei vasi lì sul balcone? L’orto casalingo per evitare il collasso da un fruttivendolo più caro di un gioielliere. Ecco allora la cosiddetta economia a km zero, che non è un’auto dell’anno prima comprata sotto costo. Ma sono le pesche noce e l’uva baresana direttamente dal produttore al consumatore, dal contadino alla signora Maria senza quei passaggi che fanno mangiare molti e incazzare molti altri.

 Un passato che diventa futuro è poi il pane fatto in casa quando finora ci si limitava alla pizza di cipolla e ai panzerotti alla carne. L’autopanificatore che non è solo un rimedio contro un pane che sembra gomma da masticare. Ma è un mistico ritorno alle origini visto ciò che gli antropologi spiegano: si diventa compagni di crisi anche perché la parola deriva dal latino “cum panis”, cioè che si spartiscono il pane. Laddove pane ha la stessa origine della parola padre. Condividendo anche la madre, da lievito madre: un pezzetto del quale un tempo non si negava neanche agli assassini. E la sacra famiglia è fatta. Magari in una casa di 27,8 metri quadrati, quanto sarebbe più che sufficiente, e non detto dalla Ikea.

 I sondaggisti che prevedono tutto il giorno dopo che si è verificato, ci danno l’ultima ricetta. Se ci facciamo i conti meglio del supercomputer di Guerre stellari, tra meno prodotti di marca e più promozioni, possiamo comprare tutto alla metà. Da esseri umani, la crisi ci ha trasformato in carrelli della spesa.