Pipė di gruppo ( e parole al vento )

Sabato 12 novembre 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno

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Chi non piscia in compagnia o l’è un ladro o una spia. E’ passata un’era geologica da quel 1994 quando Monicelli girò il suo film “Cari fottutissimi amici”. Ambientato nei dintorni di Firenze, agosto 1944, una compagnia di spiantati cerca di sopravvivere alla guerra portando in giro uno spettacolo di pugilato di piazza. E di tanto in tanto devono scendere dal carro perché, appunto, majora premunt. Ma ora c’è la versione aziendale aggiornata, con due pause fisiologiche collettive, nove minuti cadauna, dentro o fuori senza ricorsi in appello. Alla Oerlikon Graziano, azienda meccanica di Bari, la quale ha annunciato ai suoi 420 lavoratori la fine della minzione individuale in favore di quella di gruppo: più democratica, solidale, efficiente, paritaria. Due volte al giorno, tutti insieme in fila per due.

AZIENDA DI BARI  Un comunismo della vescica che finalmente metta al bando privilegi e favoritismi. E senza borghesi trucchi di prostata. Si potranno fare seminari di studi, dibbattiti con due “b” come per i cineforum impegnati di un tempo, convocare assemblee, aprire un tavolo sull’argomento. Ma secondo l’azienda, col nuovo rivoluzionario sistema 2.0 i lavoratori mantengono maggiore concentrazione riducendo i rischi da distrazione e le patologie da movimenti e sforzi ripetuti (leggi scuotimento fuori orario dello strumento).

 Magari le intenzioni sono oneste. Magari. Ma viviamo un tempo che ci inquieta più per le sue parole che per il razionamento delle urine. Tipo il presidente europeo Junker che alle proteste di Renzi risponde: me ne frego. Tipo il novello presidente americano Trump malato di gnocca. Tipo quel domenicano di Radio Maria che, incazzato per le unioni civili, dice che il terremoto lo ha mandato per punizione il buon Dio. O tipo Buffon, il quale per dire che in Italia la Juventus spadroneggia, dice che le altre squadre si “scansano”, facendo sospettare corruzioni e truffe che neanche Roma Capitale o un Moggi bis. Dalle nostre parti si dice, una parola di meno e ti ritiri a casa. Insomma più parole a vanvera che buonsenso.

 C’era altro modo di comunicare le nuove regole sulla pipì evitando il diktat aziendale. Anche perché il razionamento c’è già in altre aziende della stessa zona industriale di Bari. Il sindacato ha reagito cauto, l’impatto è più psicologico che pratico, e poi oggi un posto di lavoro non vale una corsa al bagno in più. A questo siamo. Nel corrente film “7 minuti” di Michele Placido, undici lavoratrici non hanno il problema del loro “gabinetto piccolo” (come da scolari dicevamo per distinguerlo da quello grande) ma quello della pausa pranzo. Sette minuti in meno che se non accettati possono decidere le sorti di altre centinaia di loro colleghi. Storia vera francese. Sette minuti al giorno, per venti giorni al mese, per dodici mesi, calcola quante altre possibili assunzioni il “padrone” si risparmia sulla loro pelle. Ma il cinema ci ha offerto un capolavoro come “Tempi moderni” di Chaplin: girato, achtung, già nel 1936.

 NON BERE E LAVORA Nella scuola sopra ricordata, si alzava la mano e la maestra ci sdoganava uno alla volta. Ma sappiamo tutti che poi il bagno non era solo un bagno ma un tentativo di fuga dall’interrogazione. O l’imboscamento con la compagna. Un giorno dovrebbero parlare, questi bagni. Per raccogliere il grido di dolore per lo sfruttamento di massa di quelli destinati alla pausa idraulica dei turisti dei pullman. O di quelli dei bar, col loro pubblico anonimo che spesso non familiarizza neanche prendendo un caffè. O di quelli delle discoteche, testimoni muti di storiche sveltine o di strisciate di polvere bianca che non c’entrano niente con lo spirito del luogo.

 Ha ragione chi dice che la storia non è affatto maestra di vita, altro che Cicerone. Fu un artista disperato come Matteo Salvatore a cantare versi sofferti come quelli di “Lu soprastante”: “Quando mietiamo il grano in campagna, abbiamo una sete da morire. Diciamo al soprastante: vogliamo bere, manda a prendere l’acqua sotto i mannocchi. Voi non dovete bere, non dovete bere, dovete lavorare. Verrà il giorno che mangeremo il porco ucciso. Noi non dobbiamo bere, dobbiamo lavorare. Verrà il giorno, ucciso e arrostito dobbiamo farlo”.

 Il porco denominato soprastante era il guardiano del latifondista non meno schiavo dei braccianti che lavoravano schiena piegata “da sole a sole”, dall’alba al tramonto. Accadeva che il latifondista ordinasse di non far bere alla pausa di mezzogiorno, perché con una passata d’acqua si perdeva un’ora e mezza. Chi disobbediva era licenziato, e un colpo di doppietta era sparato in aria perché gli altri capissero. Erano gli anni ’50. Circa settant’anni dopo, il soprastante si chiama caporale e i braccianti hanno pelle nera. Mentre è meglio che i lavoratori non bevano neanche a Bari, può scappare di voler andare a farla fuori ordinanza.