Se un giorno a mezzogiorno sparisse il fatalismo

Venerdì 18 novembre 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

E’ come un film già visto. Questa la sensazione ogni volta che vengono comunicati dati sulla situazione economica del Sud. Esempio gli ultimi: Sud che crescerà dello 0,5 per cento nel 2016 a fronte di un Centro Nord allo 0,9. Quindi divario che tornerà a salire. E questo dopo un 2015 che ha visto invece il Sud all’1 per cento contro lo 0,6 del Centro Nord. Più variabile del tempo a primavera. Pur però con la consolazione della recessione alle spalle, comunque si torna a crescere. Sud compreso.

 Pure i commenti sono prevedibili come la nebbia in Val Padana e il forte vento a Candela. Chi dice che il Sud mostra la sua capacità di reazione dopo la crisi. E chi ricorda che dopo sette anni di decrescita tutt’altro che felice, ce ne vorranno dieci per tornare ai livelli di prima: ma solo se si crescerà al 2,7 per cento l’anno. Volendo ciò anche dire recupero degli oltre 600mila posti di lavoro persi. Al momento più improbabile di un Valentino Rossi muto.

 Nel frattempo i giovani continuano ad andar via dal Sud, sembrando normale come un gol di Messi. Uno studente pugliese su tre parte per frequentare altre università, pur avendone la regione tre statali più il Politecnico. Si va con la triste allegria di chi non si pone neanche il problema. Ineluttabile come la luna e il sole. Prima si prendeva il treno dopo la laurea per cercare il lavoro. Ora anticipano per trovarsi già in campo al momento opportuno. Elementare, Watson.

 Ogni anno non fa in tempo a cominciare l’anno scolastico, che scatta l’Ottobre Rosso: studenti in strada a rivendicare il diritto allo studio. Normalmente contro l’ultima riforma della scuola, visto che se ne fa una l’anno. E quando non è ancòra entrata in funzione quella precedente. Diritto allo studio è più generico di una comparsa al cinema: dovrebbe voler fra l’altro dire che non ci possiamo portare anche la carta igienica da casa per una scuola vittima di tagli più di un agnello a Pasqua.

 Ma mai che questi Che Guevara s’infiammino giustamente per il lavoro non sufficiente al Sud, ché poi è il loro problema dei problemi. Uno su due è disoccupato, mentre Renzi promette sgravi per chi assume. Ma per ora il loro il futuro è sempre un po’ più lontano, fra università e master a stufo che fanno dei giovani meridionali i più masterizzati d’Italia. Spesso per guadagnare tempo o giocare su molti tavoli, più che per convinzione nella loro utilità. Ma questi giovani non sono organizzati, scomparsi pure i partiti e le sezioni giovanili di un tempo quando si menavano ma un’idea c’era. Coi partiti nuovi che non sanno neanche cosa sia il Sud.

 Questi giovani sono peraltro figli di una società che sembra normalizzata anch’essa in un politicamente corretto per il quale non è il caso di stare ancòra a rompere con questo Sud. Da tanto tempo esistendo, e da altrettanto ripetendosi la Waterloo di cifre, da concludere che così è e così deve essere. Per ora invece del detonatore della rivolta sociale, la resilienza come dicono i colti. Da un lato partire che non sarebbe più morire. Dall’altro un’economia sommersa di sopravvivenza e i risparmi di genitori e nonni che chissà quanto potranno durare. Così si va via, destino figlio di dati da mettere come polvere sotto il tappeto. Ma la Puglia ha i bambini più poveri d’Italia. E il 16 per cento lascia la scuola dell’obbligo. E il Sud ha ormai una qualità di vita inferiore a quella di nuovi Paesi europei che prima neanche considerava. E la popolazione si riduce e invecchia. Anzi ora addirittura per la prima volta scende anche la sua vita media.  

 Il fatalismo è l’alibi dei mediocri. Ma ora il Sud è consapevole delle ingiustizie della storia (e della politica) nei suoi confronti, ribollente novità rispetto al passato. Scandalizzando uno studioso come Galli della Loggia, il quale denuncia questa convinzione generale serpeggiante anche nelle scuole meridionali. Ma senza che si vada oltre. Senza che un giorno la società meridionale appunto tutta insieme assalti il Palazzo d’Inverno delle dimenticanze e delle discriminazioni che si traducono in eterna emigrazione.

 Un giorno la classe dirigente meridionale dovrebbe autoconvocarsi e domandarsi: possibile che ci siano ancòra due Italie e quella più sofferente sia sempre la stessa? Classe dirigente non solo politica: produttori, intellettuali, sindacalisti, banchieri, universitari. Ma non lo fa. Forse perché la ridotta forza economica non dà sufficiente forza contrattuale. Forse perché conta su una rappresentanza politica non più forte di se stessa. E più temprata a gestire i soldi che ci sono piuttosto che fare barricate. Pochi, maledetti e sùbito, come si dice a Bari. Finché in America non spunta un Trump.

 Si vive (o vivacchia) anche così, per carità. E c’è tanto meglio Sud, nonostante tutto. Ma poi i dati della Svimez sono quelli. E i treni che partono altrettanto. E del doman non v’è certezza.