Quel < NO > del Sud che poteva essere < SI ’ >

Venerdì 9 dicembre 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

La storia ha dimostrato che il voto del Sud è sempre stato il più governativo. E che se c’è una parte del Paese ad aver più costruito l’Italia dall’Unità in poi è stata proprio quella che l’ha più subìta. Per il ricatto dell’assistenza: non si campava altrimenti dove non c’erano (e non ci sono) mezzi pari a quelli di chi ha avuto più possibilità di svilupparsi. Insomma il divario non è stato solo una maledizione con la quale convivere, ma anche una trappola che faceva più dipendere da chi contribuiva a crearlo con l’ingiustizia delle sue politiche. Stavolta col referendum costituzionale è andata in modo opposto.

 Lasciamo stare tutti i difetti della riforma non minori di quelli del suo ideatore. Ma per una volta, lo si deve riconoscere, c’era una visione, un progetto, ancorché incapace di conquistare cuori e menti. Con le sirene di un Paese più semplice e veloce per riprendere a correre. E con l’iniziale marchio della lotta alla casta da parte di un Renzi partito rottamatore ed arrivato da rottamare. Certo meno lacci burocratici e più velocità di decisioni servirebbero più al Sud che se ha ritardi di crescita ne ha anche i margini maggiori, pur continuando a non capirlo l’Italia così destinata a rimanere Italietta. E certo avrebbero dovuto esserne più intrigati i giovani drogati di velocità da Internet quanto bisognosi di uscire dal collasso di un tempo immobile senza futuro.

 E invece no. Non solo i giovani hanno seccamente bocciato una proposta confezionata soprattutto per loro dal premier più giovane degli ultimi tempi, essendo invece approvata dai più anziani che di futuro ne hanno molto meno. Tenendo conto che invece in Gran Bretagna a dire di volere rimanere in Europa sono stati soprattutto i giovani che hanno più vita davanti e non vogliono compromettersela ancòra di più. Ma a bocciare la proposta, e con percentuali superiori al resto del Paese, è stato clamorosamente anche il Sud rabbioso impropriamente accumunato a un Nord che dovrebbe ringraziare per la grazia ricevuta da governi capaci di vedere soprattutto in quella direzione. Lasciamo stare l’altro paradosso degli italiani all’estero che votano Sì pur non essendo tutti Briatore ma in buona parte emigrati, e in buona parte del Sud, quindi più arrabbiati degli altri. Forse il richiamo della patria. Forse la lontananza dal furore della battaglia. Forse l’abitudine a luoghi cui secondo loro l’Italia dovrebbe più rassomigliare.

 Ora, che in questo No ci sia di tutto è più sicuro del Natale che arriva. Le accuse di leggerezza verso una Costituzione dissacrata come una bestemmia in chiesa. Il difetto d’origine del suo profeta e i suoi marchiani errori di comunicazione. Il pasticciaccio brutto di alcune modifiche. L’improprio seppur obbligato giudizio popolare verso roba tanto specialistica. Come pure un pizzico di psicanalisi, sì. Ma anche i danni più recenti denunciati dal Sud, dalle università al Jobs Act, dalla lunga recessione alla povertà. Compresi rancori più o meno giustificati tipo l’abolizione delle Province, l’accorpamento delle Autorità portuali, la Buona scuola.

 Ma la buona novella è stata la partecipazione. Che magari ha allargato il No a poste non in gioco. Ma che comunque è stata tanto in controtendenza rispetto a precedenti disperanti astensioni da aver espresso una energia civica tanto insospettata quanto incoraggiante. Ancòra più importante per un Sud sull’orlo di una crisi di rassegnazione. Ma solo chi non conosce il Sud non ne conosce la rete dei cento ribelli positivi che tanto nel silenzio quanto nell’ostinazione si battono per evitarne degrado e abbandono. Associazioni, volontari, parrocchie, librerie, centri sportivi, antipizzo, ammazzatecitutti. Una Resistenza sociale alle disattenzioni e alle paure che diventa Re-esistenza insieme a chi al Sud comincia a tornare e a chi decide di rimanerci.

 E però non serve un No così chiassoso se chi lo ha urlato prima o poi andrà via come tanti altri. Privando così non soltanto il Sud del talento, dell’entusiasmo, della giovinezza che tanto servono a questo Paese seduto, frustrato, sfiduciato. Privandolo della sua potenziale nuova classe dirigente. Anche al Nord, se in 107mila all’anno espatriano. Col Censis che certifica il destino (in verità mondiale) di una generazione più povera di quella dei padri.

 Non è detto che il fragore di questo dicembre sia senza appello. Di riforme c’è bisogno più che mai, specie nella terra (tutta) dei Gattopardi. Ma dovrebbe bastare questo No a far capire che dopo aver tanto costruito l’Italia nonostante tutto, il Sud può ora mettere il suo voto di traverso. Muoia Sansone. Renzi avrebbe oggi potuto festeggiare se avesse saputo prendersi il Sud attrezzandolo di infrastrutture e servizi, ciò che serve al Sud ma conviene all’intero Paese. La madre di tutte le riforme. Invece i giovani partono e pare che l’unica preoccupazione sia ora dire “al voto, al voto” lasciandosi il male addosso.